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Seminario Direzione Generale della Lombardia – 10 dicembre 2001

"Disagio invisibile – Quale compito per la scuola?"

DISAGIO INVISIBILE – ISTITUZIONI E SCUOLA

di Maria Grazia Colombo
Membro dell’Esecutivo nazionale Agesc

La Direzione Generale dell’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha promosso un’indagine sul "disagio giovanile nella scuola" presso istituti superiori della Regione.

Nel giugno del 2001 è stato costituito un "gruppo di lavoro" rappresentativo delle istituzioni

e delle componenti tutte della scuola, al quale era stato invitato come membro attivo anche il Presidente dell’Agesc, che in sua vece ha delegato Maria Grazia Colombo dell’Esecutivo Nazionale.

Il "gruppo" si è riunito più volte, concretizzando una positiva esperienza di lavoro, nell’ambito della quale è stato possibile un aperto confronto tra espressioni diverse del mondo della scuola, nonché l’individuazione di una modalità di rapporto e di una elencazione di obiettivi, la cui esposizione è stata fatta nel convegno-seminario, tenutosi il 10 dicembre 2001, a Milano dal titolo "Disagio invisibile – Quale compito per la scuola?" al quale sono state invitate le scuole interessate all’indagine.

Per doverosa informazione, riportiamo il testo dell’intervento fatto da Maria Grazia Colombo, in rappresentanza della componente genitori, nella "tavola rotonda" del Convegno-seminario.

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Intervengo a nome e in rappresentanza della componente "genitori", ringraziando per la possibilità di lavoro svolto nel gruppo di lavoro che si è occupato di "disagio invisibile" nella scuola.

Alla domanda "Voi genitori cosa chiedete alla scuola?", risponderei a punti, riprendendo alcune considerazioni emerse anche nello stesso gruppo di lavoro.

 

1

Lo studente e/o l’adulto che soffre di disagio è colui che – dotato comunque di normali potenzialità di crescita – è tuttavia stimolato dall’assetto interattivo in cui si trova ad apprendere in modo sbagliato come porsi in relazione con se stesso, con il mondo delle persone e delle cose.

C’è una perdita di punti di riferimento ideali. Da questa perdita derivano infatti molti dei fenomeni caratterizzanti segmentazione, frammentarietà, sradicamento e certo pendolarismo fra mondi vitali diversi, spesso dissonanti.

C’è una difficoltà a definire una identità, costretti come spesso avviene a confrontarsi con quadri troppo diversi di valori e di regole. A volte si é tentati di rifugiarsi in una intersoggettività di piccolo gruppo o nella propria soggettività, quando non si finisce nella solitudine che demotiva ogni progetto e ogni impegno e porta alla vera e propria emarginazione.

Il rischio è quello di una identità debole, incapace di confronto.

Ciò colpisce un po’ tutti e si riflette anche sugli ambiti educativi, a partire dalla famiglia – impresa di vita e luogo privilegiato – insieme con la scuola, per il dialogo intergenerazionale.

Ecco che allora entrano in gioco gli adulti, cioè docenti e genitori. Infatti genitori e docenti sono le persone meglio qualificate per prevenire disagio e disadattamento e per aiutare con la loro azione educativa i processi di crescita e di interazione dei ragazzi.

 

2

Gestire il disagio nella scuola vuole dire affermare che il senso delle cose è dentro la cultura della scuola, la quale deve guardare al disagio con occhio attento rientrando nei suoi compiti di formazione integrale delle persone: il soggetto va aiutato – non soltanto nell’acquisizione di competenze – ma soprattutto ad intrecciare legami e rapporti, sino a pervenire al superamento di quel bisogno che determina il permanere del disagio.

Ciò significa attivare il luogo "scuola" come momento vero di socializzazione, di arricchimento della personalità, di occasione di rapporti con i "pari" e con gli adulti: e affermare ciò non significa banalizzare apprendimento e istruzione, ma dare significato alla fatica culturale e valore al rapporto relazionale.

Come genitori, è questo che chiediamo alla scuola per i nostri figli.

Non senza una certa dose di provocazione, si potrebbe dire che nella famiglia, e ancor più nella scuola, un corretto rapporto educativo si fonda anzitutto su un ricupero di autorevolezza: quella autorevolezza fondata sulla competenza e sull’esperienza personale degli adulti (competenza e esperienza).

Autorevolezza, quindi, non come un valore ipotizzato una volta per tutte, rigidamente legato a un ruolo e ad una età, ma come comunicazione di un passato di esperienze, di conoscenze, di studi.

Nell’indagine promossa nelle scuole, gli studenti esprimono un desiderio di protagonismo che non è affatto aspetto negativo.

Il rispetto del desiderio di libertà e di autonomia espresso dai giovani deve essere accompagnato da un aiuto ad attivare e ad assumere regole personali di vita.

Questo discorso può sembrare limitativo, ma non lo é.

Infatti la vita comporta sempre l’assunzione di impegni e di responsabilità. E come genitori, lo sperimentiamo ogni giorno.

 

3

Ma allora, cosa chiediamo alla scuola come istituzione educativa? (E direi non soltanto alla scuola, ma anche alle varie istituzioni?

Di affermare la propria dimensione educativa!

Ciò significa assumere la responsabilità educativa nei confronti di ciascun ragazzo, nell’ambito di una relazione, certamente di gruppo, ma anche, se non particolarmente, individuale, che tenga conto del suo essere persona, con i problemi di crescita di ognuno e con il vissuto che ciascuno porta con sé.

Il ragazzo che si avvicina alla scuola non è un’entità astratta: porta con sé una cultura, data da relazioni comunque avute prima di entrare nella scuola: principalmente della propria famiglia, anche se a volte non presente o in difficoltà.

L’assenza della famiglia – fatto reale nelle scuole superiori – a volte è una forte richiesta di aiuto nel compito educativo, più grande e più grave di quella manifestata a parole.

Quindi, come genitori che cosa pensiamo di poter dare alla scuola?

L’introduzione dell’autonomia ha sostanzialmente affermato che il valore di una scuola deriva dalla sua capacità di formulare un progetto educativo ed un percorso formativo affidabili e rispondenti alle attese e alle richieste dei cosiddetti "utenti" (studenti e famiglie, in primo luogo).

Ciò chiede a noi genitori un coinvolgimento concreto nel processo di crescita scolastica dei nostri figli.

Il processo educativo deve essere basato su un criterio di "libertà", perciò nell'accoglienza e nella criticità.

A noi genitori interessa una scuola che non instauri soltanto un rapporto con il sapere, ma soprattutto favorisca un rapporto con la vita.

Come genitori riteniamo importante e necessario far parte della comunità scolastica – qualunque essa sia – a pieno titolo, in quanto portatori di una cultura di base che è alla radice di ogni processo educativo.

La scuola non è in grado di promuovere una educazione integrale della persona senza la presenza educante dei genitori (anche quelli assenti educano).

I genitori, infatti, in quanto soggetti educanti naturali, sono portatori di significati, pur con funzioni diverse rispetto a quelle dei docenti e dei dirigenti scolastici

 

4

Per ultimo la necessità di rapporti tra docenti e genitori: docenti e genitori hanno bisogno di superare un certo protagonismo individuale e promuovere "formazione" insieme.

Nasce quindi l’urgenza di creare alleanze tra adulti e di fare percorsi formativi ed educanti insieme.

Nasce, così, anche la necessità di attivare e di sostenere l’associazionismo.

Le Associazioni devono diventare sempre più laboratori formativi culturali: è attraverso l’associazionismo che i soggetti – genitori, studenti, docenti – ciascuno nel rispetto dei propri ruoli, non soltanto possono riscoprire funzioni educative e formative capaci di coinvolgere e di rispondere ai bisogni degli stessi studenti, e valorizzare un lavoro comunitario efficace ed efficiente, ma loro tramite possono interloquire con la stessa scuola e con le istituzioni territoriali, laddove si decidono le politiche educative e scolastiche.

Come genitori riteniamo che scuola e famiglia debbano e possano interagire: tutto ciò è possibile nella misura in cui ciascuno gioca fino in fondo il proprio ruolo.

E’ la stessa nuova scuola dell’autonomia che lo richiede! Grazie.

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