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Un Governo Amato?

Si è appena concluso il turno elettorale delle elezioni Regionali e siamo di nuovo piombati in una lunga ed estenuante campagna elettorale che ci condurrà al rinnovo del Parlamento Nazionale.

Il Governo Amato nasce col compito principale di evitare le elezioni anticipate per consentire al centro sinistra di superare il recente trauma elettorale. Il compito appare difficile perché i blocchi della maggioranza, culturali prima ancora che politici, che hanno pesantemente condizionato il precedente Governo, risultano confermati dalle vicende connesse alla nascita del nuovo esecutivo.

Al di là dell’enfasi espressa dal Capo del Governo nel suo discorso alla Camera, sembra definitivamente compromessa l’esperienza programmatica dell’Ulivo e la crisi dei Democratici ne è il sintomo più evidente; l’Ulivo resta soltanto come etichetta del litigioso consorzio elettorale; abbiamo pertanto un Governo debole ed a termine dal quale, senza tante illusioni non possiamo aspettarci niente di significativo.

Amato nel suo discorso ha indicato il fisco e la riforma dell’assistenza come i pilastri di una politica di riforme in favore della famiglia; anche lui, come tanti altri prima di lui, ha dimenticato la scuola. Anche lui di nuovo sposa l’efficientismo puntando tutto sulla formazione, ma dimenticando forse l’educazione e con essa il ruolo della famiglia.

Del resto ha affermato che grazie a Berlinguer "è stato varata una poderosa riforma della scuola" ed anche su questo tema il Governo si pone in una logica di continuità con il precedente: il nuovo Ministro della Pubblica Istruzione è la "fotocopia" di Berlinguer, anche lui barone universitario e post-comunista.

Come è noto di fronte alle critiche aspre ma fondate che la nostra Associazione ha espresso nei confronti della cosiddetta "parità", alcune anime pie ci hanno suggerito di leggere comunque in positivo la vicenda trattandosi, secondo loro, di un "primo passo", noi ci permettiamo di essere meno ottimisti anche perché dal programma di Governo non emerge alcuna concreta indicazione che possa far sperare in passi ulteriori.

La domanda sorge spontanea: cosa fare?

Siamo consapevoli che le nostre sole forze non sono sufficienti quindi la prima esigenza è quella di allargare l’area di un consenso operativo con le altre realtà associative che hanno a cuore la libertà della scuola e della famiglia.

Questo richiederà un’assunzione di responsabilità anche da certi ambienti che sembra abbiano sposato la logica di un collateralismo che avrebbe dato scandalo perfino ai tempi della Democrazia Cristiana.

In questa prospettiva risulta indispensabile un dialogo ecclesiale che dia nuovo impulso alla aggregazioni laicali come luogo dell’impegno sociale e non dell’opportunismo.

L’azione politica dell’associazionismo non può risolversi in una mera rivendicazione di tipo sindacale ma deve guardare alla formazione delle coscienze per esprimere un’azione culturale in grado di incidere efficacemente a livello di movimento di opinione ed in sede legislativa.

L’associazionismo deve affermare con forza il suo diritto-dovere di forgiare uomini "liberi e forti" per contribuire a determinare la classe dirigente del paese.

Al di là della disputa sulle bontà dei diversi sistemi elettorali il vero problema resta quello di definire un meccanismo di arruolamento del ceto politico che superi il mai abbandonato metodo della cooptazione partitica in base a requisiti di casta, clientelari e corporativi.

Se la "materia prima" è scadente anche il "prodotto finito" sarà scadente ed anche il più perfetto, ammesso che esista, dei sistemi elettorali produrrà sempre assemblee parlamentari preda degli interessi particolari più forti ed organizzati.

La forte astensione dal voto è un dato grave che progressivamente delegittima tutto il sistema politico.

La disaffezione dei cittadini nasce da una cultura qualunquista che è dilagata anche a causa del fallimento della partecipazione di base (consigli di quartiere, organi collegiali della scuola).

Occorre stabilire un nuovo rapporto tra società ed istituzioni attraverso un concreto progetto riformista che ci traduca dalla democrazia virtuale alla democrazia reale.

La politica degli annunci, delle contrapposizioni nominalistiche, dei talk show non incanta più nessuno: il cittadino vuole contare di più ma soprattutto vuole che la politica torni a svolgere il suo ruolo fisiologico di risolvere, attraverso necessarie e faticose mediazioni, i problemi reali che la società civile esprime nel suo quotidiano. In altre parole si tratta di ridare un’anima alla politica, recuperando lo spirito della Costituente per attuare pienamente i valori della Carta Costituzionale.

Le prossime elezioni politiche potrebbero essere una occasione storica per riaggregare una società sfilacciata e corrosa intorno a progetti alti e di grande respiro; mai come ora il Paese avrebbe bisogno di leaders resi autorevoli dalla loro testimonianza di vita, ma forse questo è pretendere troppo….!

Intanto noi daremo il buon esempio andando democraticamente ad esprimere la nostra volontà in occasione dei prossimi importanti referendum. Nell’attuale contesto storico il non-voto appare una contraddizione in termini, una forma di auto-lesionismo ed infine un grave peccato di omissione.

Roberto Lombardi

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