da Avvenire - Domenica 12 Novembre 2000
Sbagliata
la sede, ma il problema esiste
Se la scuola è
di tutti
Ferdinando Adornato
È dunque finalmente esplosa, dopo mesi di incubazione, quella che i giornali chiamano "la guerra dei libri di testo". Adesso bisognerebbe evitare che, come in Italia accade troppo spesso, tutto si esaurisca nel solito confuso polverone dove le ragioni della propaganda politica schiavizzano la sostanza di ogni problema.
Diciamo subito che la posizione più ragionevole e più vicina al vero sembra essere quella di chi ritiene che la questione esiste ed è rilevante: ma che la soluzione della "commissione di controllo", immaginata dalla Regione Lazio, non è certo convincente perché configura un fin troppo stringente dirigismo della sfera politica su quella culturale. Se così stanno le cose, un Paese serio ha solo una strada davanti a sé: assumere unanimemente la rilevanza dello "scandalo" e trovare una soluzione diversa da quella prospettata.
Invece no; perfino tra le più alte autorità dello Stato, a partire dal presidente Violante e dal ministro De Mauro, si replica con indignazione. E si nega perfino che il problema esista. Laddove, invece, è del tutto evidente a chi conosca i libri di testo in questione (ma anche a chi ne abbia solo letto qualche brano sui giornali) che dal Risorgimento fino ai nostri ultimi anni, passando per gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, le interpretazioni storiografiche più diffuse propongono valutazioni politiche di parte. Compito di uno storico, soprattutto di chi scrive per gli studenti, è quello di spiegare le ragioni obiettive che hanno prodotto determinati avvenimenti e le loro conseguenze, non già quello di decretare chi, nei diversi episodi, avesse ragione o torto.
Del resto non era stato lo stesso presidente Violante, suscitando qualche malumore, a riconoscere che "sul piano storico" la democrazia italiana doveva essere capace di riconoscere persino "le ragioni dei ragazzi di Salò"? E perché allora oggi abbandonarsi a lanciar contumelie contro chi, per giunta storico di sinistra come Vivarelli, quelle ragioni racconta in chiave autobiografica?
Totalmente fuori registro appare poi evocare, di fronte allo "scandalo" sollevato dalla regione Lazio, i fantasmi del fascismo e del "minculpop". Anche chi non condivide la commissione proposta da Storace non può non accorgersi, infatti, che qui si discute esattamente l'opposto. Una mano da "minculpop" viene rilevata infatti proprio nelle tesi di parte proposte ai ragazzi come fossero verità accertate e condivise.
Di fronte a denunce del genere un ministro dovrebbe verificare la fondatezza delle obiezioni. Non partire lancia in resta quasi come ogni libro di testo rappresentasse la "verità di Stato". Proprio chi non crede nel "minculpop" sa che non esistono verità di Stato e che, in un Paese libero, tutto deve poter essere sottoposto a verifica.
Colpiscono queste reazioni, particolarmente quando provengono da persone che credono fermamente al monopolio statale dell'istruzione. Delle due l'una, infatti: o si accede all'idea di una "scuola libera", nella quale esplicitamente prevalga una pluralità di orientamenti e di punti di vista anche per ciò che attiene l'interpretazione storiografica, oppure, viceversa, se si difende la scuola di Stato non si può rispondere con sufficienza, o peggio con insolenza, alle proteste di genitori, di cittadini, di forze politiche che non si riconoscono in alcuni degli insegnamenti diffusi ai ragazzi.
O quella di Stato è una scuola "di tutti" oppure cessa di essere perfino costituzionalmente legittima. Da questo punto di vista Violante e De Mauro si sono prestati ad un autogol. Cosa rispondere infatti ad un genitore che non condivide quei testi? Che egli non ha alcun potere sull'educazione dei propri figli? Che "la verità" sulla storia e sulla cultura la decide lo Stato? Altro che "minculpop", allora!
In conclusione: la soluzione proposta da Storace non va sicuramente bene. Ma una soluzione dev'essere trovata perché, appunto, il problema esiste ed è rilevante. Forse, a ben vedere, una via d'uscita dovrebbe trovarla proprio De Mauro con il suo ministero: ad esso, infatti, spetta vigilare sull'imparzialità e sulla qualità dell'insegnamento.
E se qualcuno, forse un po' stravagante, non ritiene, a differenza del Camera-Fabietti, che gli ideali del comunismo fossero nobili; o, diversamente dall'Ortoleva-Revelli, non pensa che Stalin fosse un condottiero "duro ma giusto", ha almeno il diritto di veder tutelato il proprio punto di vista.
Ferdinando Adornato