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Editoriali
2010
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30
novembre 2010
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Non
c’è libera scelta se non c’è una pluralità di
offerta e di offerenti
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La
libertà di educazione misura la natura democratica e
popolare di una società. Di conseguenza giudica anche la
capacità dello Stato di svolgere la sua funzione di
promozione e garante di una società civile in cui le
persone e tutti i corpi intermedi - anzitutto genitori e
famiglie - in piena libertà possono esercitare, tra gli
altri, il diritto fondamentale primario di educazione e di
istruzione. Su questo versante, permettetemi di dire che
persiste una strana assenza: è l’assenza della classe
politica, la quale ha commesso in passato, e continua a
commettere, gravi peccati di omissione, nonostante il
crescere nella società di una sempre più pregnante
istanza di libertà educativa.Famiglia
ed educazione sembrano essere divenuti termini astratti,
inconsistenti. Ancor oggi stiamo pagando un pedaggio
culturale statalistico che ha origini nel tempo e che lo
Stato italiano, sin dal suo costituirsi, ha posto come
condizione. La libertà scolastica in Italia è stata da
sempre un principio perennemente osteggiato. La sua storia
lo dimostra.
Noi
oggi siamo qui a richiamare - ancora una volta -
attenzione sulla responsabilità educativa della famiglia,
che deve essere presupposto fondante qualsivoglia
intervento legislativo. In quest’ottica va
inquadrato anche il tema della "sussidiarietà",
che in Italia non sembra trovare corretta e concreta
cittadinanza: siamo di fronte ad un fatto
straordinariamente negativo, e cioè al fatto che è la
famiglia ad essere sussidiaria allo Stato, e non
viceversa, come dovrebbe essere.
Non
c’è libera scelta se non c’è una pluralità di
offerta e di offerenti. Non c’è libera scelta se non è
assicurata parità di trattamento giuridico, sociale ed
economico, sia a coloro che debbono scegliere, sia a
coloro che possono essere scelti.
E’
proprio in quest’ottica di "pluralismo" che
si concretizza "la
libertà di scelta dei luoghi di istruzione”.
Non
bisogna avere paura del pluralismo, e nemmeno del
confronto dialettico e competitivo tra scuole diverse, se
il lavoro educativo viene svolto nella chiarezza e nella
certezza di idee e nel totale rispetto delle persone.
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3
novembre 2010
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La
tua opera è un bene per tutti
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Abbiamo
iniziato l’anno scolastico alla grande: comunicati,
Consiglio Nazionale a Verona intenso e molto stimolante,
Settimana sociale dei cattolici a Reggio Calabria,
presentazione al Senato della Ricerca sulla scelta della
famiglie per la scuola paritaria da un punto di vista
economico, incontri nelle scuole con genitori, docenti e
dirigenti. La sfida educativa ha creato un fermento
interessante tra gli adulti educatori che sembrano voler
riprendere in mano, con molta più creatività, la
questione educazione. Ci si incontra in modo programmato
tra associazioni per progettare insieme ed elaborare
strategie, fianco a fianco per segnare la storia e come
dice il card. Bagnasco per costruire "una città dove
l’uomo si sente veramente a casa" per guardare alla
realtà "con lo sguardo e con il cuore di Dio".
Lavorare
in educazione, come genitori, vuole dire creare relazioni,
relazioni personali che poi diventano associative e politiche.
Quando ci si muove tutte le diverse dimensioni si mettono in
gioco, contemporaneamente. Non esiste infatti un uomo che
lavora, uno che educa, uno che fa la solidarietà. Esiste l’uomo
che nella sua unità si relaziona, crea delle alleanze. È
insieme che si pongono degli obiettivi, insieme si lavora e
insieme poi si cerca di raggiungere questi obiettivi. Così si
diventa soggetti sociali attenti che possono svolgere un ruolo
sussidiario intelligente nella società civile. Pensiamo ai
rapporti all’interno dell’associazione che ci portano a
ricoprire ruoli ed incarichi, occorre che questi rapporti
siano sempre più umanamente vantaggiosi e siano sempre più
rapporti di cooperazione e collaborazione. Ognuno deve andare
verso l’altro, questo concretamente scioglie ogni
protagonismo, interesse personale e porta ad un reale lavoro
comune. Oggi la società civile ha superato la politica, ma ci
chiediamo dove sta andando la politica? "Occorre
ritornare alla formazione e al radicamento di un ceto politico
con le rappresentanze sociali" ha ricordato il Rettore
della Cattolica Ornaghi a Reggio Calabria, ciò per uscire da
quella "democrazia senza qualità" che si sta
trasformando in una "contro democrazia". Abbiamo
bisogno di essere riconosciuti come soggetti partecipanti
delle politiche e non destinatari generici e passivi. C’è
molto da fare, occorre conoscenza, determinazione, coraggio e
umiltà. L’AGeSC è già all’opera.
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13
ottobre 2010
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| Tradizione:
attualità di un inizio, non una nostalgia del passato |
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Oggi
non è in crisi solo la trasmissione di una tradizione
dagli adulti ai giovani, ma addirittura è in crisi la
capacità stessa di fare "esperienza": ne
consegue che i valori vengono riproposti ma non vengono
recepiti in modo reale, tale cioè da suggerirne una
continuazione nell’esperienza.Si avverte un
indebolimento della soggettività politica della famiglia,
che ha ridotto la sua capacità di esprimersi
pubblicamente come un soggetto portatore di indirizzo e di
diritto. Contemporaneamente la scuola ha ampliato il
proprio spazio di intervento fino a divenire una
istituzione totalizzante per la vita dei ragazzi. La
realtà vissuta è però questa, cioè che la famiglia è
considerata una scelta, un’opzione personale, privata.
Questo è sintomatico, perché sta a significare che il
tema della figura relazionale, generativa della
soggettività umana viene ridotta a questione privatistica:
tu la pensi così, io no! Tu sei così, ma io potrei
essere esattamente il contrario con altrettanta legittimità.
In tal modo la figura civile dell’educazione, della
famiglia, è messa seriamente a rischio quanto al suo
riconoscimento sociale e alla sua protezione giuridica.
L’educazione
non è un fatto privato ma pubblico, che ha a che fare
quindi con il bene comune. E’ necessario creare uno
spazio di relazione tra famiglia e scuola, in cui ciascun
soggetto rischi la propria identità: è come se la scuola
dovesse aiutare la famiglia a diventare più famiglia e i
genitori dovessero aiutare la scuola a essere più scuola.
Questo è un "compito sociale". All’adulto
genitore e insegnante spetta, dunque, il compito di
progettare per e con i giovani, accettando di generare per
essere rigenerati. La
libertà di scelta da parte dei genitori e la libertà di
insegnamento per i docenti sono uno strumento
importante che permette anche di distinguere chi sa fare
scuola da chi non ne è capace; è il metodo più diretto
per recuperare ad un impegno sereno e convinto certamente
le famiglie, ma anche coloro - insegnanti e operatori - i
quali, nell`attuale situazione scolastica, sono
amareggiati e demotivati. E` necessario che ad ogni scuola
sia riconosciuta una reale e completa autonomia
gestionale, culturale, programmatica, pedagogica e
didattica. Va lasciato agli insegnanti il compito di
esprimere liberamente la propria ricchezza culturale, ai
genitori e alle famiglie il diritto di scegliere e di
interagire, e agli alunni-studenti la possibilità di
verificare la ragionevolezza delle ipotesi culturali loro
proposte. Se le famiglie possono realmente scegliere, ogni
singola scuola è soggetta a valutazione, deve rendere
conto, è costretta a migliorare, vengono eliminati gli
sprechi e, di conseguenza, aumenta l`efficienza
dell`intero sistema.
Associativamente
occorre fare un lavoro culturale che aiuti le famiglie a
riappropriarsi con responsabilità del proprio compito
educativo, famiglie con famiglie. Associazioni, quindi,
non intese come sindacati ma luoghi di elaborazione
culturale, dove per tentativi si possano produrre
contributi critici e propositivi, esito di un pensiero
ragionato e condiviso. L’associazionismo, oggi, deve
creare attorno a sé un movimento di interesse, fare
proposte comprendibili e che incuriosiscano i genitori,
aiutandoli, oggi più che mai, a dare le ragioni delle
scelte fatte o che si vorrebbero fare.
Come associazione siamo convinti che se l’uomo è libero
di scegliere, si muove la storia.
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24
maggio 2010
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| Caro
Ministro, ecco un “promemoria”… |
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Inutile
nascondersi dietro un dito. Stiamo vivendo un delicato
momento politico ed istituzionale, in cui sono in gioco i
destini futuri del Paese. Il che vuol dire: destini delle
famiglie e dei più giovani, dei cittadini di domani. Il
tema delle riforme istituzionali ci vede quanto mai vigili
ed attenti (vi dedichiamo la pagina 4, con le prese di
posizione dell’AGeSC e con il documento congiunto delle
associazioni che si occupano di educazione nelle scuole
cattoliche paritarie). Ma vogliamo entrare nel vivo del
dibattito anche con alcune proposte che a suo tempo - all’inizio
dell’anno 2010 - AGeSC, unitamente a FIDAE, FISM, CDO e
FOE, aveva sottoposto direttamente al ministro Maria
Stella Gelmini. Le indichiamo, in forma sintetica e
schematica, senza tanti giri di parole. Dunque, in quel
“promemoria” al ministro - documento valido ed
attualissimo per l’insieme delle nostre istituzioni - si
chiedeva sostanzialmente di approfondire ed individuare
soluzioni ad alcuni problemi che preoccupano vivamente le
scuole cattoliche paritarie e di ispirazione cristiana,
chi vi lavora, i genitori che vi iscrivono i propri figli
e gli amministratori delle stesse. Li ricordiamo, anche
come agenda riassuntiva che AGeSC rilancia alla chiusura
di questa annata scolastica:
Tempi connessi all'erogazione dei fondi, per le scuole
paritarie, relativi all'anno 2010 finanziati con le
entrate del cosiddetto scudo fiscale.
Modifica "rapida" del bilancio triennale
dello Stato per quanto attiene il capitolo MIUR, relativo
alle scuole paritarie, onde evitare gli impegnativi e
faticosi recuperi dei tagli, che diversamente sarebbero
riproposti nell'iter della Finanziaria 2011
Indicazioni in merito alle iniziative che il ministero
dell’Istruzione sta
intraprendendo o intraprenderà, con riferimento al
documento, unanimemente
condiviso, predisposto dal Gruppo Parità, istituito dal
ministro Gelmini nel febbraio dello scorso anno, compresi:
la determinazione
di inserire gli interventi economici previsti dalle leggi
finanziarie statali per le scuole paritarie nelle Norme
generali d'istruzione,
onde assicurarne la destinazione; la previsione di convenzioni
pluriennali (anche per la scuola dell'infanzia), nella logica
di valorizzare le reti di scuola paritaria che i firmatari
significativamente rappresentano.
Si chiedeva, nel “promemoria”: la previsione di
ulteriori iniziative a
favore dell'ampliamento dell'intervento economico dello
Stato in
tema di parità scolastica (cui vanno aggiunti quelli
propri di Regioni
e Comuni, per quanto di competenza e/o volontà politica dei
predetti).
Si ricordava infine che le scelte a livello regionale in
tema di razionalizzazione dell'offerta
formativa delle reti scolastiche, la stesura di
norme e regolamenti attuativi del federalismo fiscale per
le ricadute
in ambito scolastico, la definizione delle problematiche (sempre
scolastiche) in sede di Conferenza Stato-Regioni sono questioni
determinanti per il futuro del sistema delle scuole
paritarie nel
nostro Paese, per le quali ci sembra opportuno ed
indilazionabile un
quadro di punti fermi da condividere, che trovino, poi, supporto
operativo in uffici “dedicati” alle scuole paritarie
in ogni Direzione
regionale del MIUR e nel necessario coordinamento delle
Direzioni regionali a livello centrale. Rilanciamo
dunque queste indicazioni e proposte, sulle quali
chiediamo una
risposta concreta, non solo con dichiarazioni di intenti.
Anche perché, ormai, le stesse parole cominciano ad
essere inutili se non trovano consistenza nei fatti.
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15
marzo 2010
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| Libertà
di educare: oggi
è un'impresa? |
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Legge
62/2000, scuole statali e scuole paritarie, pubblico o
privato, parità. Dieci anni densi di parole, seminari,
interventi di
specialisti e non, dieci anni durante i quali si è costruita
con molta fatica una cultura della parità. Sono nate
iniziative e domande da un privato sociale attento che
si è messo in gioco rischiando a partire proprio da questa
benedetta libertà di educazione. L’impresa si muove, incontra
e provoca altri, crei delle alleanze, alleanze educative
tra istituzioni, tra adulti che hanno maturato una
visione del mondo e che desiderano trasmetterla.
Molte volte sorge una domanda: conviene, vale la pena? Il
punto centrale nasce proprio da un senso comune ancora troppo
diffuso che cioè solo allo Stato appartenga la dimensione
pubblica. Tutto il resto è "ridotto" alla
dimensione privata:
le persone, le famiglie, gruppi sociali. E
noi sappiamo benissimo, perché lo tocchiamo con mano ogni
giorno, che il termine "privato" viene
interpretato come
una dimensione meno vera, meno dignitosa meno trasparente,
perciò meno affidabile. L’ostilità è sottile e
serpeggia nell’uso dei termini, nelle dichiarazioni
anche da
parte di addetti ai lavori, dall’opinione pubblica stessa
che sembra scegliere sempre la via meno costosa della
convenienza di parte al posto della via più vera. È
nata così l’esigenza di un percorso di confronto e
dibattito tra
l’AGeSC e alcune sigle che da anni lavorano in
modo appassionato e tenace per l’attuazione della
libertà di
educazione in Italia, queste sigle sono la Fidae, la Fism, la Foe e la
Confap.
Questo percorso ha portato oggi ad una convergenza non solo
operativa (comunicati stampa congiunti, interventi a incontri
e dibattiti) ma soprattutto ad una stima personale ed
associativa reale, direi ad un’amicizia operativa. Nulla
di
già preconfezionato ma piuttosto una ricerca intelligente
che
parte da un lavoro tra associazioni e federazioni vive
e vivaci, propositive che hanno voglia di rischiare in
prima persona. Siamo certi che questo tentativo di lavoro in
unità costringerà anche la politica a guardare e imparare
un metodo.
In questo momento storico occorre resistere alla
tentazione di
vivere l’esperienza della scuola paritaria come una nicchia.
Il confronto che dà le ragioni radica, fa diventare forti
e fa prendere in mano il gioco. A noi interessa la cosa pubblica,
il bene comune proprio come impresa da costruire.
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15
febbraio 2010
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| La
scuola in TV: raccontata solo in negativo |
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Il
presidente dell’AGeSC, Maria Grazia Colombo, a seguito
della trasmissione di ieri sera su Rai Tre, ha dichiarato:
"Il
servizio presentato da "Presa Diretta" sul tema
"La scuola fallita" ha fornito un quadro
squallido e non veritiero della scuola, della scuola
tutta, sia statale che paritaria. Come genitore mi ribello
a strumentalizzazioni così gravi che denotano una
informazione scorretta e di parte. E mi domando: di che
parte? Così si favorisce solo lo scetticismo più cinico
che non ritiene possibile alcun miglioramento".
"Si
insiste in questi tempi a voler contrapporre la scuola
cosiddetta pubblica (intendendo solo quella statale) a
quella paritaria, negando la funzione pubblica di quest’ultima,
riconosciuta da una legge dello Stato Italiano, la legge
62 /2000 voluta dall’allora ministro Berlinguer".
"In
questa trasmissione - ha continuato il presidente Colombo
- sono state dette alcune cose false e si sono avanzati
giudizi pesanti sull’incapacità di accoglienza da parte
delle scuole statali e paritarie dei portatori di handicap
come pure degli alunni extracomunitari. La verità va
ricercata e documentata mettendo in atto percorsi seri,
non giocando sulle emozioni. Non si costruisce nulla sul
pregiudizio e sulla falsità". "
Mi
domando, in conclusione, dopo aver distrutto la scuola
cosa ci resta ? Cosa resta agli studenti, ai docenti e a
noi genitori? Quali luoghi di educazione restano nella
nostra società?"
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30
gennaio 2010
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| L’immobilismo
in educazione non paga: l’educazione è molto più che
istruzione |
| L’immobilismo
in educazione non paga: l’educazione è molto più che
istruzione. E’ il risvegliarsi del soggetto che decide
di sé, al di là di ogni determinismo sociale e
biologico. La stessa istruzione stenta ad attecchire, e
diventare un possesso per sempre, se non si insedia in un
processo di crescita nel quale si trovano mobilitate tutte
le risorse del soggetto.
Il
diritto all’istruzione e all’educazione è un diritto
individuale e un bene pubblico; è un bene pubblico, non
privato, per tutti; la persona umana deve essere il
soggetto e il fine di tutte le istituzioni, nonché la
stessa sua famiglia alla quale va riconosciuto il
dovere/diritto di scegliere tempi, fini e mezzi che
concorrano alla formazione culturale del figlio;
Il
riconoscimento del pluralismo sia culturale che
istituzionale, quel pluralismo che sfocia necessariamente
in un sistema scolastico nazionale formato da scuole
pubbliche statali e scuole pubbliche non statali "paritarie",
tutte concretamente (e quindi normativamente ed
economicamente) riconosciute e sostenute dallo Stato.
Siamo
concordi nel ritenere che la "scuola",
rappresentando un bene pubblico, ha bisogno di maggiori
investimenti, ma questo deve essere teso al conseguimento
di maggiore efficacia ed efficienza di tutto il sistema
nazionale di istruzione - con ciò elevando il livello
qualitativo degli studi e l’affezione agli studi stessi
da parte degli studenti - e non essere frutto di
emarginazioni nei riguardi di istituzioni pubbliche
paritarie diversamente gestite e tese, come quelle
pubbliche statali, al conseguimento del "bene comune
istruzione".
Uno
"Stato di diritto" è tale se assicura a tutti i
cittadini imparzialità e uguaglianza nell’esercizio dei
propri diritti, riconosciuti costituzionalmente come
diritti fondanti e costitutivi della sfera giuridica
stessa dei cittadini in quanto "persone".
Quindi, uno "Stato di diritto" è tale se
assicura a tutti i cittadini libertà nell’esercizio di
tali diritti: non per i soli cattolici, ma per
tutti.
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