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La spiritualità del docente oggi

Riflessione di don Luc van Looy, Vicario del Rettor Maggiore dei Salesiani "Quando il docente testimonia la propria fede"

Lo scorso 4 settembre don Luc van Looy, Vicario del Rettor Maggiore dei Salesiani, ha svolto a Milano la seguente riflessione, che si riporta integralmente come importante contributo per questo inizio di anno scolastico.

"Quando il docente testimonia la propria fede"

Nell’iniziare la riflessione non è superfluo specificare qualche concetto.

Speriamo che questo non sia letto come una intolleranza o un fanatismo religioso di fronte ad altre credenze. L’opera salesiana è aperta a tutti i giovani, di qualsiasi religione essi siano, ma non è il caso di inserire docenti che vogliono testimoniare una fede buddista o musulmana. Il rispetto per la religione altrui non si esprime con una fede morbida o con la timidezza di espressione, al contrario, il vero cristiano darà la priorità alla persona dell’altro in pieno rispetto, nella misura in cui si trova con un concetto chiaro della propria fede.
E facciamo subito una distinzione tra religiosità e fede.
Forse siamo giunti a questa epoca con una storia di molte pratiche di pietà, e con poca fede. Forse il discorso di S. Paolo, che distingue opportunamente tra la legge e la fede, ci tocca da vicino proprio oggi.
Chissà quanti di noi hanno avuto, e forse tuttora hanno, il concetto della messa domenicale come un "obbligo", e forse guardiamo alla Chiesa come a chi ci dà ordini di fare questo o quest’altro, e soprattutto ci dice di non-fare questo e stare lontano da quell’altro.
La fede è un dono di Dio. E specifico: credo che Dio si dona all’umanità.
La religione giudeo-cristiana non è basata sulla ricerca dell’uomo di risposte alla sua insicurezza psicologica, né sul desiderio di appartenenza a un gruppo di persone affidabili. Dio si è rivelato nella storia, e questo sta alla base della religione. Dio si rivela a me, e questo sta alla base della mia fede. Questa rivelazione ha chiarito che Dio non è una persona da temere: non si muore entrando in collegamento diretto con Dio. Dio è un soggetto che ama e che invita ad amare (ad essere amato). Si trova qui il movente dell’educatore cristiano: sapendo di essere amato dal Signore si dedica ad amare i giovani e a invitarli a crescere nella pratica dell’amore fraterno. Così si stabilisce un rapporto personale tra educatore e allievo e si forma un network di comunicazione fraterna tra gli allievi in modo da costituire un gruppo di persone che si vogliono bene, piuttosto che una classe di persone giovani che dipendono da una persona più avanti in età.
Testimoniare la propria fede vuol dunque dire essere testimoni dell’amore di Cristo per noi. (Uffa, sembra roba da preti!).
Quando un insegnante si candida in un collegio salesiano pensa al suo futuro, alla famiglia, al salario, ecc. Il collegio salesiano però pensa ai giovani e guarda bene se questa persona è proprio tagliato per educare i giovani nello stile di Don Bosco. Assumendo la persona, il collegio si impegna a darle una formazione specifica, umana, professionale, ma certamente anche cristiana e salesiana. Il motivo è che siamo coscienti della necessaria coesione mentale e spirituale nella comunità educativa, unica forma capace di incidere solidamente sul giovane in ricerca di felicità.
Assicurando questa coesione, come educatori e evangelizzatori, la comunità educativa si profila anche verso l’esterno come proposta per tutto il territorio, proponendo un processo educativo basato su valori evangelici.
Se il primo pensiero della comunità va ai giovani e se la coesione è compatta attorno a una antropologia condivisa e a un Vangelo conosciuto, la testimonianza di fede non si riduce più alla sola persona del docente, ma si manifesta nel clima, nell’ambiente che si riesce a creare, facilmente riconoscibile come espressione di gente che si vuol bene.

  • L’antropologia, da cui l’educazione salesiana parte, è precisa: l’uomo è stato creato da Dio, l’ordine del creato è suo, ma l’uomo non l’ha riconosciuto. Dio salva l’uomo lungo la storia e costituisce un modello nuovo e definitivo in Cristo.

Qui troviamo certi agganci alla nostra testimonianza. Prima di tutto la convinzione vocazionale del nostro lavoro. I ragazzi sono creature di Dio e noi abbiamo ricevuto il compito di accompagnarli nella realizzazione del loro progetto personale. Segue il tema dell’ordine del creato. Questo è l’aspetto maggiormente sotto tiro oggi tra i giovani. L’esempio facile è la libertà sessuale e il permissivismo morale che non rispetta i ritmi della natura e vuole tutto subito. La testimonianza della nostra fede richiede una visione chiara e ci impegna nella ricerca insieme con i giovani a vivere serenamente, seguendo i parametri della coscienza.
La serenità dell’adulto e il riferimento che fa a valori fondamentali sono due aspetti che il giovane riconoscerà, anche se il suo ambiente sociale e i mezzi di comunicazione sociale possono proporgli dei concetti diversi. L’uomo fatica a riconoscere e accettare la sua dipendenza da Dio e il suo orientamento verso Dio. Stando vicino ai giovani, ma anche dalla nostra esperienza personale, sappiamo che siamo tentati costantemente e siamo potenziale preda del peccato. La nostra coscienza ci indica la distinzione del bene e del male e sappiamo che chi fa il bene si sente felice, al contrario chi vive male porta un fardello pesante.
La testimonianza salesiana sta proprio nella comunicazione di felicità (vera e non falsa): ossia di una allegria che è frutto di una vita che ricerca il bene per gli altri.
E finalmente c’è il modello nuovo e definitivo che è Cristo. L’educatore salesiano si specchia in questa figura. Nella lettura dei Vangeli ritroviamo alcune situazioni della vita ordinaria dalle quali traspare un modo di reagire.
Ci troviamo il modello dell’educatore. Guardando come Gesù tratta certe persone e privilegia certi tipi, come i poveri, i malati, i peccatori, egli ci dice di avere attenzione prioritaria per chi da solo non ce la fa. Vediamo anche che costruisce un rapporto con le persone lasciando scoprire da loro stessi le conclusioni da trarre. Un caso eclatante è il dialogo con la samaritana, durante il quale Egli stimola la donna fino al punto di proclamare al suo paese che ha incontrato il Messia. Nel suo tratto vediamo la capacità di capovolgere l’atteggiamento delle persone, concludendo "Va’ e non peccare più".
L’incontro con il modello conduce a una conversione, a un ripensamento, a uno specchiarsi nell’altro. Il testimone è questo. Gesù ci offre in tanti esempi quel punto di ritorno, facilmente ritrovabile, per esempio, nel racconto del cieco nato che si mette a difendere Gesù pur non avendolo conosciuto prima.
C’è pure chi ha bisogno di una lunga strada di accompagnamento. Per tre anni Gesù sta dietro a Pietro, il quale mostra equivoci costantemente fino al punto di sentirsi chiedere tre volte se ama Gesù più degli altri.
Accompagnando i giovani verso il riconoscimento del proprio progetto cristiano, il docente non perde la speranza anche se il giovane non risponde facilmente. La speranza, particolarmente nell’educazione cristiana, è l’ultima a morire. L’atteggiamento dell’adulto cristiano di fronte alla sofferenza è forse la testimonianza più eloquente, ossia la speranza basata sulla fede in Dio non può immaginare che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola. Questo colpisce i giovani come forma altissima di fede in Dio. È un modo forte per testimoniare la fede, la presenza nella vita del giovane in momenti di sofferenza, in momenti colti come assurdità. L’attenzione gratuita ai piccoli e grandi dolori sono segno il di un affetto sincero; e l’incoraggiamento a non mai disperare è segno di fiducia in un Dio creatore.

Questo egocentrismo può manifestarsi a livello personale, ma anche collettivo. Un collegio chiuso in se stesso, dove è richiesta una attenzione solo agli allievi e alla vita interna dell’istituto, non dà molta testimonianza di fede. Quando Gesù, dopo il tirocinio degli allievi, voleva ritirarsi con loro in un luogo tranquillo, chiuso agli altri, si è incontrato con la folla e ha dovuto cambiare programma. Chi si chiude in se stesso e rimane solo all’interno dà testimonianza di poca fede. La fede cristiana è difatti aperta non solo a chi condivide ambienti, strutture e opinioni, ma si mette in collegamento con tutta l’umanità e con tutto il creato. L’espressione "don Bosco non chiude mai" non è perciò solo un dato materiale e strutturale, ma significa che don Bosco è presente un po’ dappertutto. La fede di fatto è espressione dell’amore di Dio per me (per noi) e questo amore è dinamico, non si ferma in me, ma attraverso me vuole raggiungere altri, tutti!

L’attenzione prioritaria al bene del giovane, l’amore educativo, porta il docente molto più in là dell’aula scolastica o della materia da insegnare. Crede nel futuro dei suoi allievi e per garantire questo li vede inseriti in un contesto ampio per l’oggi e per il domani. Don Bosco interpellava imprenditori, politici, persone benestanti per i suoi ragazzi, e con la stampa del Bollettino Salesiano e delle Letture Cattoliche faceva entrare le sue convinzioni nelle famiglie e nella società.
È missionaria la fede del salesiano. Fin quando ci sono dei giovani bisognosi – e i più bisognosi sono quelli che non hanno ricevuto la fede – non c’è tregua.
Tutto questo fa capire che docente non si diventa per il fatto che si è imparato un mestiere, lo si è per vocazione, con l’obiettivo di divenire "maestro di vita" per i giovani.

La prima è che la fede è una cosa più essenziale di qualsiasi espressione concreta che possa manifestarla. Questo dice anche il contrario, ossia che le manifestazioni di fede si autodistruggono nel caso in cui non fossero sostenute da un vero fondo di fede personale. Questo mostra un’altra volta la differenza tra religiosità e fede.

L’insegnante, dopo i genitori, è il collegamento con la storia
La fede ha il suo fondamento nella rivelazione storica di Dio, dicevo, e perciò la dimensione storica è essenziale. Il giovane non ha molte idee di storia e ai nostri tempi spesso rifiuta tutto quello che è tradizione o quanto viene da tempi precedenti. Il collegamento con la storia però è essenziale per accogliere il dono della fede.
Il primo comunicatore di quanto viene da tempi anteriori è la famiglia, i nonni e i genitori, ai quali non tutti i giovani danno molta attenzione. Il docente ha da supplire e completare molto in questo senso. Ha il compito di creare tanta fiducia, in modo da accogliere il giovane quando ne ha bisogno. Il semplice rapporto amichevole con un adulto rivela al giovane la dimensione della storia e del tempo.

Introdurre al mistero
La comunicazione della fede comporta un’apertura al mistero, a Dio. Dio non segue la logica puramente umana. Attraverso i sacramenti della Chiesa, e in particolare del perdono e dell’eucaristia, il credente impara a "celebrare", a far festa. Il dono della vita, la presenza di Dio, il dono dell’altro e l’avviamento verso un ideale concreto sono fonte di gioia e di festa. Celebrare è un’arte che il giovane deve imparare. Purtroppo i nostri tempi vedono giovani che "bruciano" facilmente la festa volendola condurre al limite. Una festa conduce a una rinascita, dà vigore e crea fiducia nel futuro. La "vita celebrata" fa scoprire la bellezza dello stare insieme, dell’arricchirsi accogliendo le differenze come dono della reciprocità e del cammino comune.
Questi valori, comunicati vitalmente dalla comunità educativa e dal docente in persona, aprono al mistero come a una cosa propria di ognuno.
L’educazione al senso della celebrazione contiene implicitamente una risoluta non-collaborazione con qualsiasi forma di morte. Il docente cattolico trova in questo un compito molto serio, contrario a delle tendenze che si impongono nei nostri giorni. L’amore alla vita, la speranza e la fiducia nel futuro e conseguentemente il rifiuto delle idee di aborto, eutanasia, violenza, sfruttamento, abusi, ecc. fanno parte integrante dell’atteggiamento di fede che testimonia.

Il docente che prega
La preghiera è un fatto personale, che offre la possibilità di dialogo con Dio su quanto preoccupa e di un riconoscimento dell’amore ricevuto e comunicato. Nel contesto educativo dovrà però esserci anche spazio per la preghiera pubblica. Non basta essere convinti di lavorare "nel nome di Dio", bisogna che i giovani se ne rendano conto, ed è urgente trovare modi per far loro capire il "perché" dell’amore gratuito per loro.
La preghiera deve perciò avere il suo posto nella comunità educativa, non come un obbligo, ma come espressione di contentezza per l’opportunità ricevuta di collaborare con l’opera di Dio. Possiamo parlare dell’aspetto pedagogico della preghiera, che conduce il giovane a capire che c’è una dimensione ulteriore del semplice impiego. Influisce molto sui giovani quando un insegnante rispettato e amato mostra il movente del suo agire. La preghiera, in pubblico, con i giovani, avrà il suo valore testimoniale nella misura in cui sia fondata su uno spirito di preghiera coltivato personalmente.

Vigilare e benedire
L’amore fa scatenare un senso di delicata attenzione, il mistero rende possibile far giungere quella attenzione fino alla parte più profonda della persona. Diventa "volere bene" all’intera persona e forse più intensamente a mano a mano che si raggiunge l’interiorità dell’altro. Il vigilare è proprio un effetto di quell’amore, molto di più dunque del curare il bene fisico o materiale come di un pastore verso le pecore. San Paolo invita gli anziani a vigilare su se stessi e sul gregge (At 20, 28). Per don Bosco è una sola cosa, perché salvando, l’educatore si salva. Non è un semplice darsi da fare per proteggere il destinatario. È il donarsi totalmente, con tutto se stesso, affinché il bene si realizzi nella persona dell’altro. Ed è in quell’atto di vegliare che l’educatore diventa una vera benedizione, perché il processo va dalla protezione all’accompagnamento, per concludere nel benedire, in modo che l’accompagnato si metta anch’egli a benedire gli altri.
È un atto riproduttivo, contagioso, creativo, e in quest’ultimo senso partecipa alla volontà del Creatore che sta all’origine di tutto.

E siamo arrivati al capolinea, dove incontriamo di nuovo il Dio fondamento e stimolo della nostra vocazione. La differenza è che in questo processo di fede e di fiducia abbiamo raccolto tanti giovani amici che hanno non solo superato tante paure, non solo hanno riconosciuto i valori preziosi sui quali costruire la loro vita, ma hanno scoperto l’altro, tutti gli altri, come destinatari di un abbraccio benedicente che hanno iniziato a compartire. In questo modo, da adolescenti e giovani sono diventati padri, non solo perché la benedizione è un atto tipicamente paterno, ma perché hanno scoperto che Dio non è un essere lontano, di cui diffidare, da tenere il più lontano possibile se si vuole vivere la propria libertà, ma che è proprio Lui il Padre a cui dobbiamo tutto, a cui possiamo affidare tutto e da cui in ultima analisi riceviamo la vera libertà.

don Luc van Looy, Vicario del Rettor Maggiore dei Salesiani, Milano 04.09.01

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