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13^ domenica Tempo Ordinario Anno C

Commento al Vangelo (Luca 9, 51 – 62)

Gesù lascia la sua terra, la Galilea, e inizia il suo grande viaggio verso Gerusalemme. È un’impresa ardua, perché si tratta di fare la volontà del Padre fino in fondo, di compiere il gesto supremo di donare la vita. Esige dunque una decisione coraggiosa. Il testo greco dice “esterisento prosopon”, “ha indurito il suo volto”, per affrontare la prova e la morte in croce. Altrettanto serio, duro ed esigente sarà il cammino per quanti lo seguiranno. Anche ai discepoli chiede la stessa grinta, la stessa faccia tosta, il medesimo coraggio, altrettanta determinazione. Per questo mette subito in chiaro le condizioni del santo viaggio dei discepoli: prontezza a perdere tutto e vivere nella precarietà, alla giornata fidandosi pienamente di Dio, senza “tana” né “nido”; distacco dai parenti e dagli amici; perseveranza nell’andare avanti, costi che quel che costi. Gesù è addirittura più esigente del profeta Elia. Elia accondiscese alla richiesta di Eliseo, che domandava di congedarsi dal padre prima di seguirlo come suo discepolo. Gesù invece rifiuta di accogliere la medesima richiesta da parte di uno che domanda di seguirlo. Si vede proprio che Gesù non si accontenta delle mezze misure. Perché? Gesù non è come gli altri: è semplicemente Dio! È l’Amore, dove si trovano racchiuse tutte le espressioni dell’Amore, superandole. Gesù tocca il nostro cuore con l’amore paterno, materno di Dio; Gesù ci è fratello, amico e sposo dell’anima. Gesù è la luce dei nostri occhi, il nostro respiro, il nostro cibo, la nostra vita. Si può vivere senza padre, madre, fratelli, amici ... ma non senza di Gesù: l'Unico, il Tutto. “Con una certa meravigliosa violenza – scrive Cabasilas – con tirannide amica, a sé solo ci attira, a sé solo ci unisce”. Come seguirlo se non si è innamorati pazzi e se, come gli innamorati, non hanno occhi che per l’amato? Sarà poi il tempo di volgere lo sguardo d’amore e di misericordia sugli altri, ma sarà il suo sguardo, il suo amore. Sarà Gesù ad amare.


“Ti voglio bene, non perché ho imparato a dirti così, non perché il cuore mi suggerisce queste parole, non perché la fede mi fa credere che sei amore, nemmeno perché sei morto per noi. Ti voglio bene, perché sei entrato nella mia vita più dell’aria nei miei polmoni, più del sangue nelle mie vene. Sei entrato dove nessuno poteva entrare, quando nessuno poteva aiutarmi, ogniqualvolta nessuno poteva consolarmi. Ogni giorno ti ho parlato, ogni giorno ti ho guardato e nel tuo volto ho letto la risposta, nelle tue parole la spiegazione, nel tuo amore la soluzione. Ti voglio bene, perché per tanti anni hai vissuto con me ed io ho vissuto di Te. Ho bevuto alla tua legge e non me n’ero accorta. Me ne sono nutrita, irrobustita, mi sono ripresa, ma ero ignara come il bimbo che beve della mamma e ancora non sa chiamarla con quel dolce nome. Donami di essere grata - almeno un po’ - nel tempo che mi rimane, di questo amore che hai versato su me e mi ha costretta a dirti: “Ti voglio bene”. (Chiara L.)