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14^ domenica Tempo Ordinario Anno C

Commento al Vangelo

Un check-up della mio essere missione

Nel vangelo di Luca si narra di uno speciale invio di settantadue discepoli per annunciare il Vangelo.
Nel libro della Genesi, il numero settantadue indica quanti sono i popoli della terra. Nel contesto del racconto odierno, ciò significa che tutti sono chiamati a diventare discepoli e apostoli, annunciatori del Vangelo a tutte le genti del mondo, senza esclusione alcuna. Pur avendo nel cuore l’umanità intera, i settantadue discepoli annunciano il Vangelo in un territorio molto ristretto. Ognuno di noi è chiamato ad annunciare il Vangelo a tutti, a partire dal mio prossimo. Quanto il Vangelo è diventato Vita della mia vita? Annuncio a chi mi sta accanto la scoperta del mio rapporto gioioso con Gesù? Nella mia preghiera trova casa tutta la Chiesa, i cristiani sparsi nel mondo e il loro sforzo di testimoniare l’amore di Cristo, anche in mezzo a persecuzioni?

Gesù invia i settantadue discepoli a due a due. Il numero due dice la cifra minima della fraternità dentro la quale si svolge l’annuncio del Vangelo. Perché l’annuncio del Vangelo sia credibile è necessaria la testimonianza della vita comunitaria.
A che punto è il mio inserimento nel cammino della Chiesa dal volto sinodale?

A due a due, i settantadue sono chiamati ad annunciare la pace in ogni casa, in cui entreranno. La pace non è soltanto assenza di conflitti, è molto di più: è la pienezza dell’amore, frutto del comandamento nuovo, vera novità cristiana: amatevi gli uni gli altri. Se i due discepoli si ameranno con l’amore di Cristo senza misura, il loro annuncio di pace sarà credibile ed efficace. Dove due o tre di noi siamo riuniti nell’amore di Cristo, lo Spirito della pace scenderà nei cuori di chi ci incontra.
Porto la pace di Cristo nei cuori delle persone che incontro, alimentando dell’amore reciproco la rete delle mie relazioni?

Per la missione non occorrono grandi strutture, un’organizzazione potente, strategie elaborate. Basta la semplicità e la mitezza disarmante dell’agnello... imparate da me che sono umile e mite di cuore; basta la leggerezza e la freschezza di chi si muove spedito senza borse, né bisaccia né sandali, la decisione e la determinatezza che non si perde per strada in cose inutili: non fermatevi a salutare nessuno.
Quanto la mia testimonianza cristiana si radica nell’umiltà, nella mitezza, in una vita che vive dell’essenziale?

Cosa fare quando finalmente si incontrano gli altri? Ci si fa uno con loro, adattandosi agli usi e ai costumi, mangiando e bevendo quello che hanno, senza stare a domandarsi se è puro o impuro. Si può e si deve andare in casa di tutti, anche in quelle dei pagani e sedersi a mensa con loro. Era proibito allora agli Ebrei.
Quante nuove proibizioni, quante barriere discriminatorie si ergono nel tuo cuore ad impedire rapporti sinceri, fraterni, costruttivi?

Da dove cominciare? Dal curare gli ammalati. Più che parole ci vogliono i fatti, un amore concreto e operoso.
Quanto è concreto il mio amore verso gli altri? O è fatto solo di parole?
Sarà facile essere missionari del Vangelo? Tutt’altro! Sarà come andare tra lupi. Ci sarà chi accoglie e chi ci rifiuta e si rivolta contro.
Ti scoraggi quando l’annuncio del Vangelo diventa difficile?

Ce la faremo? Essere evangelizzatori non è un’iniziativa nostra ma di Gesù. È Gesù che ci manda, ci fidiamo della sua parola, del suo mandato: andate, ecco io vi mando. E Gesù è con noi e sempre ci accompagna nell’annuncio del Regno di Dio. Infine, ci sarà anche una ricompensa! I nostri nomi sono scritti nei cieli: siamo già lì, con Gesù.