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15^ domenica Tempo Ordinario Anno C

Breve commento al Vangelo

«Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?»

«Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai» (Lc 10,25-37).

Gesù è chiaro nella sua risposta. Ma il dottore della legge – non c’è più sordo di chi non vuol capire – chiede, quasi provocatoriamente, che cosa significa amare il prossimo. Ed ecco allora una spiegazione limpidissima, proprio nello stile di Gesù, una parabola, quella del buon Samaritano. Gesù spiega che amare il prossimo non è soltanto un sentimento, ma una azione concreta. Il Samaritano ci rimette tempo e soldi.

Gesù apre e chiude il discorso parabolico con due frasi simili. “Fa’ questo e vivrai”, “Va’ e anche tu fa’ così”. Per due volte Gesù usa il verbo “fare”. Il Vangelo oltre essere ascoltata va anche vissuto. La Prima lettera di Giovanni lo ricorda a più riprese: «Non amiamo a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18); «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?» (1Gv 3,17); «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).

È la Chiesa che papa Francesco sogna. In occasione dell’anno giubilare, afferma: «in questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi!... In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta». Di qui l’invito ad aprire gli occhi «per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto». Dietro ognuno dei “più piccoli” – affamati, assetati, profughi, nudi, malati carcerati – Gesù ci ha insegnato a riconoscere lui stesso: «l’avete fatto a me» (cf. Mt 25, 31-46). «La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura. Non dimentichiamo le parole di san Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”» (Misericordiae Vultus, 15).