Seguici sui nostri social
Login

3^ domenica di Pasqua Anno C Dopo

Commento al Vangelo (Giovanni 21, 1-19)

Dopo l’incontro di Tommaso nel cenacolo, la scena si sposta sul mare di Tiberiade. Un racconto giovanneo carico di simbolismo.

Presa la barca, Pietro con un gruppo di altri apostoli è tornato a pescare nel mare di Tiberiade.
È l’immagine di noi chiesa, chiamati ad essere pescatori di uomini, in mezzo al mare del mondo lontano da Dio (pagano come la città di Tiberiade). È la missione di far conoscere l’Amore di Dio e accendere rapporti di fraternità e reciprocità, dove ognuno trova sé stesso, la sua vocazione.

Dopo una notte di pesca infruttuosa, il gruppetto di apostoli tornano a riva con la barca vuota.
Pietro insieme ai suoi è andato a pescare di sua iniziativa, come fosse affare solo suo e basta! Il lavoro inevitabilmente diventa infruttuoso - «senza di me non potere fare nulla» (GV 15, 8) – e non hanno nulla da mangiare e da dare da mangiare.

Gesù, come in tutte le apparizioni, va incontro loro e li invita a gettare la rete da un’altra parte. Una richiesta assurda per il tempo e il luogo, cambia qualcosa gettare la rete a destra o sinistra in pieno giorno, tempo assolutamente sfavorevole per la pesca? Pietro e i compagni ascoltano il suo invito e gli obbediscono: la pesca è sovrabbondante (simbolismo del numero 153), la rete non si squarciò e, nel vivere il comando del maestro, lo riconoscono nella potenza di Risorto.
Solo se Gesù guida con la sua parola la barca, anche nei momenti bui, solo se si ascolta in profondità e si obbedisce alla parola del Maestro, la chiesa riconosce la presenza del Risorto, si rende suo autentico strumento e la pesca è incredibilmente abbondante. E benché molti fossero i pesci, la rete non si squarciò, come non fu “squarciata” la tunica di Gesù. Con Cristo risorto in mezzo a suoi, che vivono il Vangelo, la Chiesa cresce e rimane una nell’amore scambievole e fedele alla sua missione.

Sulle rive del lago, Gesù che prepara con cura la cena e invita i suoi a collaborare con il frutto della pesca.
L’Eucaristia è il centro della nostra vita cristiana e della nostra missione, ma noi come «siamo della tavola»?

“Solo se partiamo, da quella tavola, allora ciò che faremo avrà davvero il marchio di origine controllata, come dire, avrà la firma d’autore del Signore. Attenzione non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere. Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandola di cose.

Dobbiamo essere contepl-attivi, con due «t», cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione. La contemplattività, con due «t», la dobbiamo recuperare all’interno del nostro armamentario spirituale. Allora comprendete bene: si alzò da tavola vuol dire la necessità della preghiera, la necessità dell'abbandono in Dio, la necessità di una fiducia straordinaria, di coltivare l'amicizia del Signore, di poter dare del tu a Gesù Cristo, di poter essere suoi intimi.
Tutti avvertite che, a volte, siamo staccati da Cristo, diamo l’impressione di essere soltanto dei rappresentanti della sua merce, che piazzano le sue cose senza molta convinzione, solo per motivi di sopravvivenza. A volte ci manca questo amore profondo.
Qualche volta a Dio noi ci aggrappiamo, ma non ci abbandoniamo. Aggrapparsi è una cosa, abbandonarsi un'altra. Quand'ero istruttore di nuoto - ero molto bravo, e quando ero in seminario tantissimi hanno imparato da me a nuotare - quante volte dovevo incoraggiare gli incerti: «Dai, sono qui io; non ti preoccupare...». Se qualcuno stava annaspando o scendendo giù, io gli passavo accanto e quello si avvinghiava fin quasi a strozzarmi. Questo è solo un abbraccio di paura, non un abbraccio d'amore. Qualche volta con Dio facciamo anche noi così: ci aggrappiamo perché ci sentiamo mancare il terreno sotto i piedi, ma non ci abbandoniamo. Abbandonarsi vuol dire lasciarsi cullare da lui, lasciarsi portare da lui semplicemente dicendo: «Dio, come ti voglio bene!».
Allora: se non ci alziamo da quella tavola, magari metteranno anche il nostro nome sul giornale, perché siamo bravi ad organizzare, chissà quali marce o quali iniziative per le prostitute, per i tossici, per i malati di AIDS... diranno che siamo bravi, che sappiamo organizzare; trascineremo anche le folle per un giorno o due; però dopo, quando si accorgeranno che non c'è sostanza, che non c'è l'acqua viva, la gente se ne va.”

(mons. Tonino Bello)