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5^ domenica di Pasqua Anno C

Commento al Vangelo (Giovanni 13, 31 - 35)

"Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34).

Quando l’ha pronunciato?
Nel mezzo della cena Gesù annuncia che è giunto il tempo di partire e di tornare al Padre. Ha atteso l’ultimo momento per rivelare il segreto più intimo. Prima di essere consegnato nelle mani di coloro che lo metteranno a morte, vuole lasciare il suo testamento.
È l’ultima raccomandazione che rivolge a quanti ama. Come un padre nei confronti del figlio, anche lui, Maestro di sapienza, ha lasciato come eredità l’arte del saper vivere e del vivere bene. Pensiamo quindi quanto sono importanti queste parole! Se quello che dice un padre prima di morire, non si dimentica più, che sarà delle parole d'un Dio?

L’importanza del comandamento nuovo è stato subito percepito dalle prime comunità cristiane e dallo stesso evangelista Giovanni. Questo comando appare già nel primo scritto ispirato del Nuovo Testamento, la prima lettera ai Tessalonicesi, dove Paolo prende atto della realtà dell’amore fraterno presente nella sua comunità; non c’è bisogno che egli scriva qualcosa al riguardo, perché «voi stessi avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri» (4,9); per questo aveva innalzato la preghiera al Signore che «vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti» (3,12). Nella seconda lettera ai Tessalonicesi si nota che l’amore reciproco tra i membri della comunità va crescendo (1,3). L’evangelista Giovanni poi lo riporta quattro volte nel suo Vangelo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (13,34; 13,35; 15,12; 15,17); lo riprende poi per ben sei volte nella sua prima e seconda lettera – «Questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri» (1 Gv 3,11; 3,23; 4;12; 2 Gv 1,5) –, motivandolo, come nel Vangelo, con l’esempio dato da Dio che è Amore (1 Gv 4,7; 4,11). Giovanni vede dunque nell'amore reciproco il comandamento per eccellenza della Chiesa la cui vocazione è appunto esser comunione, esser unità.

Anche noi dobbiamo prendere molto sul serio il comandamento e cerchiamo di capirlo in profondità. Prima di tutto domandiamoci per quale scopo Gesù ci ha consegnato questo suo e nuovo comandamento? Gesù sta per morire e quanto dice risente di questo prossimo evento. La sua imminente partenza infatti richiede soprattutto la soluzione d'un problema. Come può fare Gesù a rimanere fra i suoi per portare avanti la Chiesa? Noi sappiamo che Gesù Risorto è presente nella Scrittura, nella Tradizione, nella Liturgia, nella gerarchia e nel magistero, in ciascuno di noi... Ebbene, anche dove si vive l'amore vicendevole Gesù è presente. Egli ha detto infatti: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome (e ciò è possibile mediante il reciproco amore), io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). Nella comunità dunque la cui profonda vita è l'amore reciproco, egli può rimanere efficacemente presente.

Ma domandiamoci ancora qual è lo scopo decisivo della presenza di Gesù risorto in mezzo ai suoi che si amano reciprocamente? "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35). Se vogliamo dunque cercare il vero segno di autenticità dei discepoli di Cristo, se vogliamo conoscere il loro distintivo, dobbiamo individuarlo nell'amore reciproco vissuto. I cristiani si riconoscono a questo segno. E, se questo manca, il mondo non scoprirà più nella Chiesa Gesù. Ma che cosa fa l'unità? "... Siano uno - dice ancora Gesù - affinché il mondo creda..." (Gv 17,21). L'unità, rivelando la presenza di Cristo, trascina il mondo al suo seguito. Il mondo di fronte all'unità, al reciproco amore, crede in Lui.

In che modo attuarlo? Comandando di amarci, Gesù nel suo testamento ci ha posto davanti il modello dei rapporti: «amatevi… come (kathos) io ho amato voi». Durante l’ultima cena, ha appena dato l’esempio mostrando come si attualizza in concreto l’amore: ha lavato i piedi ai discepoli, invitandoli a lavarsi i piedi gli uni gli altri (cf. Gv 13, 14). Di più ancora: dobbiamo amarci nel modo con cui Cristo ci amato, fino a dare la vita per gli amici, fino al segno estremo della morte e della morte di croce (cf Gv 13,1).

Ma come è possibile amare in questo modo, fino a dare la vita? Nello stesso discorso d'addio Gesù dice "suo" e nuovo questo comandamento. Gesù ama di un amore tutto suo e tutto nuovo, cioè di un amore divino. Egli dice: "Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi" (Gv 15,9). Ogni qual volta celebriamo l’Eucaristia, quest’amore è riversato nei nostri cuori, mediante lo Spirito Santo. È quest’amore che ci innesta sempre di più nella Trinità, che ci fa figli, che attiva la corrente di donazione reciproca tra di noi, fino al sacrificio di sé, realizzando così la fraternità voluta da Dio Padre. È per questo amore che cielo e terra sono collegati come da una grande corrente: per questo amore la comunità cristiana è portata nella sfera di Dio e la realtà divina vive in terra dove i credenti si amano.

È un comandamento dunque richiede da parte nostra tutta la nostra responsabilità personale e comunitaria. Non dobbiamo intenderlo semplicemente come una norma, una regola o un comandamento accanto agli altri. Qui Gesù vuole rivelarci un modo nuovo di vivere, vuol dirci come impostare la nostra esistenza. Il prossimo non è più soltanto una persona da servire, da amare, ma da coinvolgere nella reciprocità dell’amore. Il prossimo non è più raggiunto al termine dell’itinerario spirituale, come conseguenza dell’unione con Dio, ma cercato fin dall’inizio per poter andare insieme verso Dio. L’altro è la possibilità concreta e la necessità insopprimibile per vivere il comandamento dell’amore reciproco, è la possibilità di attingere alla presenza di Cristo tra noi, la condizione per raggiungere Dio, per vivere in pienezza la sua vita agapica: «Se ci amiamo gli uni gli altri – scrive l’Apostolo Giovanni –, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi» (1 Gv 4, 12). Tra l’altro, è l’unica via per la piena realizzazione di noi stessi. Soltanto nel dono di sé e nella reciprocità del dono ognuno può diventare veramente se stesso, perché siamo fatti a immagine di un Dio che è comunione di Persone, dove ciascuna Persona è Sé l’Unico Dio nella reciprocità con le Altre. Lo comanda perché sa che soltanto così la nostra gioia sarà piena. Ed è questo che egli vuole per noi, che la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena.



Diceva Pietro: "Soprattutto conservate fra voi una grande carità" (1 Pt 4,8). Prima di lavorare, prima di studiare, prima di andare a Messa, prima di ogni attività, verifica se regna fra te e chi vive con te il mutuo amore. Se è così, su questa base, tutto ha valore. Senza questo fondamento nulla è gradito a Dio.

Infondi in noi il tuo amore
perché possiamo amarci come tu ci hai amato.
Porta tra noi la vita della Santissima Trinità
perché ogni rapporto tra noi
sia dono reciproco e accoglienza reciproca,
pronti a morire l’uno per l’altro
come tu sei morto per noi.
Nasca la tua famiglia sulla terra,
unita nell’unità
del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo.