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SCUOLA ED IDENTITA’ NAZIONALE
Crediamo di fare cosa gradita riportando un recente intervento di Sergio Romano che offre interessanti spunti di riflessione. Non ci interessa l’unanimità di pensiero (ed alcuni passaggi non paiono pienamente condivisibili) ma piuttosto il contributo costante e puntuale del Prof. Romano ad affermare nel sentire comune la giusta convinzione che è nella scuola che si giocano le sorti del futuro del Paese, mediante l’educazione integrale della persona, attenta alle tradizioni della nostra terra che costituiscono la sorgente della identità nazionale italiana. Nel dibattito in corso in questi giorni giova forse ricordare che un reale confronto multietnico è possibile solo in presenza di una forte coscienza della propria identità personale, radicata nella tradizione, altrimenti non è confronto ma omologazione in culture a noi estranee.

da Il Corriere della Sera Lunedì 11 Settembre 2000
Più risorse, più qualità, meno egualitarismo
UNA BUONA SCUOLA FA GRANDE UN PAESE

di SERGIO ROMANO

Quando era presidente della Repubblica, negli anni della guerra fredda, Giuseppe Saragat diceva orgogliosamente ai suoi ospiti stranieri che l'Italia spendeva per l'educazione molto più di quanto non spendesse per le Forze Armate. Intendeva dire che la scelta atlantica, a cui lui stesso aveva dato un contributo decisivo, permetteva al Paese di concentrare le sue risorse sulla pubblica istruzione. E rivendicava così i meriti di una classe dirigente repubblicana che si era impegnata sin dai primi anni del dopoguerra nella soluzione di uno dei maggiori problemi nazionali. Ma non credo che sarebbe soddisfatto dei risultati raggiunti negli ultimi trent'anni. Ora, mentre comincia il nuovo anno scolastico, constaterebbe che la scuola, a differenza delle Università (dove qualcosa forse comincia a muoversi), è in pessime condizioni morali e materiali. Abbiamo circa 800 mila docenti che ci ostiniamo a trattare come manovali della pubblica istruzione. Non sempre la colpa è del governo. Gli insegnanti sono troppi, troppo sindacalizzati e hanno una produttività difficilmente calcolabile, probabilmente inferiore alla media europea. Ma sono il fattore da cui maggiormente dipende il futuro dell'Italia. Non occorre essere socialisti o postcomunisti per auspicare la fine di un sistema in cui il salario di un educatore è talmente inferiore a quello di un medio dipendente dell'industria privata. Naturalmente non basta distribuire un po' di denaro, come probabilmente accadrà per ragioni elettorali in occasione della prossima finanziaria. Occorre ribaltare le gerarchie salariali della nazione, promuovere l'insegnante a un più alto status sociale, permettergli di vivere all'altezza delle sue responsabilità. Se vogliamo mettere le prossime generazioni in condizioni di competere con i loro coetanei in Europa non possiamo affidarle a una burocrazia frustrata, stizzosa, spinta dal proprio malumore a manovrare rozzamente lo strumento della lotta sindacale.

Ma oltre ad assicurare agli insegnanti una migliore retribuzione, occorrerà che essi e le scuole vengano giudicati con i criteri del merito e della competenza e che questi criteri siano per quanto possibile noti al mondo dei genitori. Propongo al lettore un confronto. Chiunque voglia investire i propri denari dispone oggi di una vasta gamma di informazioni: non vi è banca, azienda o società finanziaria che non gli fornisca elementi di giudizio per la scelta che si appresta a compiere. Se quello stesso cittadino però deve fare il maggiore investimento della sua vita - l'educazione dei figli - non ha altra possibilità fuor che quella di rivolgersi al tam tam delle conoscenze private e delle esperienze personali. Sopravvive tenacemente nella cultura politica italiana l'assurda convinzione che le scuole debbano essere tutte eguali, soddisfare le stesse esigenze, rilasciare diplomi di eguale valore.

Vi sono almeno un paio di ragioni per cui il problema della scuola è diventato in questi anni drammaticamente urgente. Siamo in Europa, all'interno di un mercato unico, molto competitivo, e attraversiamo una fase di grande modernizzazione che esige nuove competenze, nuove tecniche didattiche, nuovi percorsi formativi. Il concetto ottocentesco di grande potenza è ormai tramontato. È "grande potenza" oggi il Paese che riesce a creare i migliori tecnici, operai specializzati, ricercatori, scienziati, dirigenti d'azienda, operatori finanziari. Non basta. L'Italia avrà inevitabilmente nei prossimi anni parecchie centinaia di migliaia di immigrati. Per trasformarli in cittadini italiani e difendere al tempo stesso le nostre particolari caratteristiche nazionali la scuola è il migliore degli strumenti possibili. Non ha importanza da dove vengano e quale sia il colore della loro pelle. Se i loro figli frequenteranno una buona scuola italiana diventeranno, tornando a casa, gli insegnanti italiani dei loro genitori.

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