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INTERVENTI DEL MAGISTERO

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Intervento al Consiglio Nazionale Agesc tenutosi a Oropa (Biella)
nei giorni 14 e 15 ottobre 2006

LA SFIDA DELL’EDUCAZIONE

di Mons. Gabriele Mana
Vescovo di Biella

Un saluto cordiale a tutti. Se mi permettete, prima di iniziare la relazione, vorrei dire due parole su Oropa. Ho sentito che per parecchi di voi è la prima volta che venite qui: 1200 metri di altitudine, in una zona isolata del nostro Piemonte, che non è facile raggiungere, però qui c’è un capolavoro tutto da scoprire. Il segreto di Oropa sta tutto sulla basilica antica: sull’architrave, questa pietra verdolina di Sordevolo con cui è costruita tutta la basilica, c’è scritto: "quam beatus o beata quam vita ex oculi tui", "quanto è beato o beata Vergine Maria colui che è visto dai tuoi occhi". Si viene ad Oropa per vedere la Madonna; ti metti davanti al sacello per contemplarla, sapendo il percorso mistagogico, il significato di questa donna "nigra sum sed formosa", di questa donna che tiene sulla mano destra un frutto, il peccato, sormontato però da una croce gemmata con le foglie di alloro, perché il peccato è vinto dalla croce di Gesù Cristo, e sull’altra mano il secondo frutto, il frutto del suo grembo, Gesù benedetto che sembra seduto in trono. Non è un bambino afflosciato, ma è un bambino che, manifestando il doppio fondamentale mistero di Gesù Cristo, uomo-Dio, e l’incarnazione e la pasqua, benedice in quel modo con tre dita, e sull’altra mano tiene la colomba della pace, perché laddove entra Gesù Cristo, la vita è pacificata. Ma tu poni lo sguardo su questa statua e poi abbassi gli occhi perché gli occhi suoi ti bucano. "Quam beatus o beata quem viderint oculi tui", poiché è visto dai tuoi occhi.

Oropa è casa e chiesa, come è nella struttura tradizionale di ogni santuario: è chiesa dove incontri il Signore; è casa di Maria, la madre di Gesù; ma non solo è chiesa, è casa, è accoglienza perché a casa della mamma si sta bene, si trova rifugio. Ecco perché Oropa ha niente meno che 700 posti letto, una cosa enorme. Oropa è tutta da scoprire perché è arte e storia e fede e giardino botanico e centro regionale sia per i terremoti che per la previsione del tempo, è museo: insomma, è tutta da scoprire. Per quanto ti dai da fare per scoprirli, ci sono degli aspetti così misteriosi che ci vuole la contemplazione per penetrarla. La bellezza anche di questo posto è che qui non ci sono state apparizioni, messaggi particolari o miracoli; è la pura e profonda fede del popolo cristiano che in questi nostri tempi non è da poco. E’ pertanto luogo di fede. Vale la pena di scoprirla e vi auguro di riuscirci, e vedrete che a chi è qui per la prima volta vorrà ritornarci.

Oropa è bella sempre, quando c’è la nebbiolina, quando splende il sole e ancor più quando c’è la neve, quando sembra che il cielo e la terra si abbracciano.

Ho titolato così il mio intervento: la sfida della educazione

Abbiamo iniziato pregando, invocando la protezione della Madonna e forse in questo contesto la Madonna è da vedere come un capolavoro di educatrice: è riuscito bene il suo prodotto, ha cresciuto bene il suo figlio, è stata una buona mamma. Il tema che voglio affrontare con voi è "la sfida dell’educazione", e che svolgerò in modo molto incompleto perché il tempo a disposizione è breve per un tema così impegnativo. E mi introduco facendo due premesse: due premesse che sono due fondamentali interrogativi che non lascio senza risposta. Li pongo perché sono le domande che emergono in questo nostro tempo e a seconda della risposta a questi interrogativi vado in una direzione o in tutt’altra. Questi due interrogativi fanno emergere molte contraddizioni in questa stagione educativa.

Primo interrogativo che dico in modo quasi grossolano pur di essere efficace: esiste l’individuo o la persona? O se lo volete in una forma più propositiva: è da promuovere l’individuo o la persona? L’individuo è indirizzato a tutelare la sua autonomia, per me è così, la mia libertà finisce dove inizia la tua. Tu fai ciò che vuoi e io faccio ciò che desidero, l’importante è non disturbarci vicendevolmente.Viviamo in una stagione in cui in una maniera talora inconsapevole, ma non per questo meno colpevole, si promuove l’individuo, i desideri dell’individuo, le sue emozioni, e tutto diventa relativo all’individuo. La persona invece è orientata alla sua dimensione relazionale: soltanto con patrimonio comune e condiviso, rendo il nostro stare insieme coeso.

Questo primo interrogativo ha come conseguenze possibili, molteplici separazioni. La separazione più evidente, che vediamo e che è sotto gli occhi di tutti, quella tra scienza e coscienza. La coscienza è vista come limite, è intralcio alla scienza, al progresso, al benessere individuale, e si arriva a dire: "ma perché non devo fare così? Non disturba te; io rispetto ciò che tu pensi e che ti impedisce di fare quello che faccio io, ma perché non devo farlo io? Il fatto che io lo faccio non obbliga te a farlo". Sono le conseguenze di questa centralità dell’individuo che porta a questa prima separazione tra scienza e coscienza, ma porta anche alla separazione tra emozione e ragione, per cui faccio e realizzo ciò che mi sento, ciò che mi piace, ciò che mi fa in quel momento felice. Le emozioni hanno molto il sopravvento sul pensare, sul ragionare, sul riflettere, sul fondare. Altra separazione è tra il fare e l’essere, per cui diventa scardinata ogni beatitudine evangelica: l’importante è avere, non è certo essere. E sul piano religioso, le possibili conseguenze quando l’individuo è centrale e non la persona, ci sono ulteriori separazioni, ulteriori divaricazioni: in primis tra religione e fede. Quindi la separazione tra fede e vita, tra il pensare e il parlare e il vivere; quella disarmonia che porta a pensare in un modo, a dire in un altro e a vivere ancora in modo alternativo.

Sono queste le conseguenze di quando, nella educazione, il riflettore è acceso sull’individuo e non sulla persona.

C’è un secondo interrogativo come premessa a questo mio intervento. Ho titolato "la sfida dell’educazione" perché anche qui pongo un interrogativo: siamo chiamati alla formazione o alla educazione? La formazione è addestramento: ti insegno ciò che io conosco, ti insegno a fare ciò che io so fare e cerco di modellare gli educandi a mia immagine. Ti costruisco secondo il mio modello. È il concetto di formazione pensato, di aspetto positivo, accettabile, dalla formazione professionale: ho un mestiere, lo conosco bene, te lo trasmetto, ti insegno a fare ciò che tu non sai e che io so fare. Ma l’educazione non è questa. L’educazione non è addestramento, non è formazione. L’educazione è tirare fuori, aiutare ad uscire, partorire ciò che tu hai dentro. Certo che bisogna addestrare, ma educando. E si educa quando si insegna, anche attraverso l’addestramento, manipolando le cose insieme ma per trasmettere dei valori.

Faccio un esempio che, proprio perché è lontano nel tempo, illumina il pensiero senza offendere nessuno e anzi vuol essere un esempio quasi esperienziale. Io vengo da una famiglia contadina e certe cose mi hanno segnano molto, e l’esempio è questo: la stalla e il parto di un vitellino. Noi oggi parliamo di educazione sessuale, di informazione sessuale e mille altre cose, nella scuola dell’infanzia e poi nella scuola elementare, media inferiore e superiore ecc.; ormai già nella scuola di infanzia ci sono le diapositive adatte per fare questo. Orbene, quando sgattaiolavo ancora a quattro gambe e ero nella stalla e c’era il grande evento che dava futuro alla famiglia, che dava la sicurezza e c’era anche la sorpresa: sarà maschio, sarà femmina, sarà di qualità, sarà scadente; e prima ancora: sarà vivo, sarà morto, andrà bene, andrà male; e quando ero li vicino al mio papà e vedevo che legava le zampe del vitello e poi, dopo, io mi avvicinavo a lui e lui tirava la corda per far uscire il vitellino, e lo vedevo con quale tensione, e parlava, parlava e io lo aiutavo tirando la corda anch’io. In quel momento ero addestrato o ero educato? Quando in quell’evento, manipolando le cose insieme potevo certamente imparare un mestiere, ma imparavo le cose della vita: il sacrificio, la sorpresa, e, se tutto andava bene, la lode di Dio.

Mi trasmetteva la fede nel parto del vitellino, perché poi, quando la cosa era ben riuscita e lo si asciugava prima che riuscisse dopo pochi instanti a tentare di rialzarsi, era la forza della vita che lo portava a reggersi subito, si pregava; mi aiutava a ringraziare il Signore perché era andato bene, era di qualità, era garantito il nostro futuro. Mi educava a capire il senso della vita, a capire il senso del nascere, del vivere e del morire, della fatica, della paura, del timore, della fiducia, della speranza, fino alla apertura di Dio datore di ogni bene, e si cantava il Magnificat nella stalla.

Noi corriamo il rischio di fare della formazione e non della educazione. Formare è addestrare; educare è tirare fuori da ciascuno i valori che ci sono dentro, farli maturare, e farli emergere da tutto ciò che ti capita e ti circonda, da tutto ciò che fai, e facendo con ciò armonia e unità nella tua vita, per cui anche una cosa che sembra quasi strana e così materiale come la nascita di un vitellino, mi trasmetteva la fede molto più che l’andare al catechismo.

Educazione è tirare fuori; formazione è addestrare e costruzione dell’altro a mia immagine. Educazione è tirare fuori quell’immagine che c’è in ogni persona umana che è stata costruita su quell’archetipo che è il Figlio, il Logos, che è Gesù Cristo; è cercare di aiutare, in questo parto, a fare di ogni uomo l’immagine di Gesù Cristo; a fare risplendere l’immagine di Gesù Cristo che ha in lui.

D’altra parte sappiamo bene che educare alla fede è liberare, fare emergere una dimensione, un bisogno, un desiderio, una apertura che è connaturale ad ogni uomo.

 

Vengo all’educazione. Do alcuni capitoli, mi pare quattro, e poi tento di proporre anche qualcosa sull’educazione alla fede

1) Tutta la comunità umana è educante. Bisogna costruire sinergie tra famiglia e scuola, la scuola statale e non statale, mai solo pubblica, mai privata, che garantisca la libertà dell’educazione, purifichiamo in modo definitivo il nostro linguaggio. Non esiste la scuola privata: la scuola privata è quella che tentano di aprire a Milano, senza regole, senza controllo e autorizzazione. La scuola cui voi mandate il vostri figli non è scuola privata, è scuola che rende un servizio pubblico, ha caratteristiche pubbliche, ha dei parametri, ha tutti i titoli ecc., non è statale. Noi diciamo che tutta la comunità umana è educante e bisogna fare sinergia e così diciamo che tutta la comunità ecclesiale è educante: la parrocchia, l’oratorio, il gruppo, l’associazione, l’ambiente di vita, e si propone solitamente una rete educativa tra scuola e territorio, chiesa locale e famiglia. Un patto per l’educazione. Tutti trasmettono valori o disvalori o addirittura il vuoto, che è la cosa più comune, ma per ognuno, in modo talora misterioso, succede che la maggiore e decisiva incidenza è di qualcuno in particolare.

Io vorrei soffermarmi su questo argomento, poiché altrimenti anche noi facciamo dei gargarismi ideologici, teorici dell’educazione, perché è vero che ci vuole una rete educativa tra scuola e territorio, tra chiesa locale e famiglia, però bisogna metterli, sì, in sinergia, ma soprattutto in gara, in concorrenza per alzare il livello dell’educazione, e questo ce lo conferma l’esperienza. Non è vero che laddove c’è anche una famiglia esemplare, la scuola fa il suo dovere, la parrocchia in modo eccellente fa il suo dovere, l’educazione emerge da sé: basta l’incontro con due o tre amici forti e calamitanti, e tutto viene oscurato. Non è vero, è una mancanza di rispetto dire che quando un giovane fallisce la colpa è della famiglia, perché tante volte non è così. Non è vero e non puoi cercare i colpevoli: molti sono i fattori che determinano l’insuccesso. Qualche volta la famiglia è squinternata e ti verrebbe da dire, dando un giudizio oggettivo, guardandola dall’esterno, che è disastrata e diseducativa, eppure se quel giovane lo dai in mano a Don Bosco, succede il capolavoro, e alle spalle c’era una non famiglia, c’era la strada. Certo che ci vuole una rete educativa nella quale, in sinergia, tutti collaborano e accettano un patto per l’educazione; però tutta questa rete, secondo me, bisogna metterla in concorrenza, in gara, perché ciascuno alzi il suo livello il più possibile, perché succede sempre così che nella gara vince qualcuno: talora la scuola, talora la famiglia, talora la parrocchia, e quel ragazzo anche sottoposto a tutte le provocazioni e le amicizie più sballate, ha l’antidoto.

Ho avuto la grazia dal Signore di avere fatto il prete da cortile per tutta la vita e ho visto anche ambienti difficilissimi, dove la famiglia non c’era, dove il papà era in prigione e la mamma faceva " la vita", dove i ragazzi mi portavano in cantina, perché avevano fiducia, a farmi vedere la refurtiva per dirmi " guarda quanto bravo sono e la faccio franca ", eppure da queste persone sono venute dei capolavori.

In Piemonte c’è una comunità di recupero per gente fragile, dei tossicodipendenti, dove verrebbe da dice c’è la sconfitta dell’educazione, eppure a un certo punto della vita interviene qualcuno, una comunità o anche una persona - forse molti di voi sanno a chi mi sto riferendo - e da quell’ambiente nascono delle figure così trainanti, così forti, che abbiamo già da quell’ambiente vocazioni speciali, preti e religiose.

Carissimi non basta dire che è ancora teoria, che bisogna stabilire una rete educativa tra tutte le agenzie educative, che vanno messe in sinergia: bisogna metterle in concorrenza, in gara. C’è un patto per educare, però ci vuole passione, affezione, testimonianza e può succedere - e per la verità succede sempre così - che qualcuna di queste agenzie educative, in rete con le altre, vince, emerge e diventa decisiva, marchia e riesce a tirare fuori tutto il bene che c’è in quella persona e a portarlo a maturare.

2) Da persona a personalità. Conosciamo bene il cammino educativo che è necessario per riuscire a fare armonia tra ideale libertà e sensibilità, tra intelligenza e volontà, cioè tra libertà e cuore. So quello che voglio, voglio quello che so e tutto con amore. Esige pazienza attraverso un lavoro che è a spirale, cioè progressivo; è un po’ come l’anno liturgico che è ciclico ma non ripetitivo, perché ogni anno torno sul già celebrato, celebro l’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste, ma non c’è nulla di ripetitivo, altrimenti dichiaro il fallimento dell’anno liturgico e della crescita. Ma è ciclico. Si torna sul già celebrato, però in salita, a spirale, fino ad arrivare al compimento. Così è l’educazione. Certo, é questione di pazienza, di amore nell’affronto di questo lavoro ciclico, ma anche l’insegnamento è così, anche la trasmissione delle conoscenze di qualunque tipo sono di tipo ciclico, non ripetitivo, perché torno su di esse ma sempre approfondendole con delle modalità nuove.

Secondo me bisogna avere ben presente che occorre costruire delle personalità che diventano affascinanti e allora si parte da una persona e si costruisce una personalità aiutandolo ad equilibrare gli ideali con la volontà, perché possa avere ideali e poi avere una volontà debolissima – parlo bene e razzolo male -, posso avere una volontà di ferro ma degli ideali scadenti, e tutto però con il cuore. Oggi invece è il trionfo della sensibilità, delle emozioni e di pochi ideali. Io dico sempre che la tragedia non è morire ma la vera tragedia è non avere ideali per cui valga la pena di vivere e quindi anche di dare la vita. Questa armonia tra intelligenza, volontà e sensibilità costruisce una personalità; questa armonia è equilibrata a livelli alti, a livelli più alti possibili. Attraverso il processo ciclico non ripetitivo cerco di arrivare in forma permanente, l’educazione dura quanto dura una vita a diventare una personalità sempre più affascinante.

3) Il progetto educativo. Per fare educazione, bisogna avere anche un progetto. La scuola cattolica ha il suo progetto: non vorrei che si trattasse solo di parolone che alla fine dicono poco. Bisogna tenere presente i cinque capisaldi di ogni progetto e lavorare su questi e le finalità: don Bosco direbbe, onesti cittadini e buoni cristiani, cioè arrivare a fare degli adulti responsabili. La finalità è questa, la centralità dell’educando.

Poi la qualità degli educatori. Io mi chiedo se qualche volta siamo esperti di tecniche o siamo testimoni. Sta iniziando anche nella mia diocesi, ma penso un po’ dappertutto, un corso per animatori giovanili, di oratorio, dei centri estivi. Qualche volta cascano le braccia perché dico "ma insomma tutto questo corso di formazione è sulle tecniche e quando affronti qualcos’altro sembra sia noioso, quando invece è fondante la qualità degli educatori". Cerchiamo di non fare solo una lettura sociologica o psicologica, ma avere una descrizione più sapienziale. A me piace molto ciò che dice don Bosco, e lo sto citando perché è testimonianza di grande educatore, non solo salesiano: "mi basta sapere che siete giovani perché io vi ami", e quando col suo calesse lasciò Lanzo per tornare a Valdocco, dopo essere stato per alcuni giorni in quell’istituto, salutando i suoi ragazzi, era molto emozionato e triste, dice "siete dei ladri, siete dei ladri", e loro si mettono a piangere e si chiedono cosa avessero fatto a don Bosco e allora lui spiega "siete dei ladri perché mi avete rubato il cuore". Lasciamocelo rubare anche noi. Io ho l’impressione che si diventi oggi più che mai esperti di tecniche educative, ma poi bisogna mettersi in gioco con passione, bisogna metterci dentro l’affezione, bisogna parlare alla testa facendo muovere il cuore. Penso che lo stia facendo un po’ il nostro Papa in questo momento in cui quando interviene anche solo per introdurre un Angelus, parla alla testa ma fa battere il cuore. Forse bisogna mettersi in questo atteggiamento, anche perché io qualche volta sono un po’ stufo e stanco di certe analisi sui giovani di oggi: sono così, non hanno ideali, sono insignificanti, non si innamorano di niente …. e si fa paragone con ciò che erano quelli di parecchi anni fa. So bene che invece negli anni 70 si era magari su sponde diverse, però c’era da discutere, da combattere. Invece adesso sembra di avere sempre marmellata davanti. Però io dico di andare oltre a tutto questo perché se ci fermiamo lì, siamo bloccati.

4)I contenuti. Penso che dobbiamo camminare molto per fare sintesi tra aspetto qualitativo e aspetto esperienzale. Anche un insegnante di matematica è un educatore. Ho un sacerdote in diocesi che insegna economia aziendale, è laureato in economia e commercio, insegnando economia aziendale fa molto bene, forse più di quanto non faccia l’insegnante di religione. Se ti poni davanti ai giovani in un certo modo, vedrai che verranno a cercarti come Nicodemo è andato a cercare Gesù, di notte pur di non essere visto, ma ormai aveva visto dove stava Colui che poteva dirgli qualcosa di sensato, di vero.

5) Il metodo. Finalità, operatori, destinatari, contenuti e metodo. Don Bosco insegnerebbe il metodo preventivo, io aggiungo il metodo progressivo. Don Bosco direbbe ragione e amorevolezza, parlare alla testa facendo vibrare il cuore. I metodi sono anche importanti perché tante volte bisogna imparare a perdere tante battaglie per vincere la guerra a mandare giù tante cose pur di vincere poi la guerra

 

Permettetemi ora alcune riflessioni sui ragione e fede. È di grande attualità il rapporto tra ragione e fede. Si afferma che la fede non è frutto di ragionamento, ma che è ragionevole pensare che il credere sia una smentita della ragione. Ci sono polarizzazioni che sostengono che la fede smentisce la scienza e che, allora, se credi sei uno stupido perché è segno che rinunci a pensare. Su questo tema dobbiamo insistere molto cercando di suscitare i grandi perché. La vera distanza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa. Oggi si fanno le campagne sulle morti bianche del sabato sera: questi figlioli che vivono di notte e dormono di giorno, ma qualcuno all’alba, mentre va a dormire, ci lascia le penne, e diventa un problema, e allora ci si domanda che cosa fare: chiudere, anticipare l’orario di chiusura e mille altre cose. Lì c’è tutta una educazione da promuovere: il problema non è solo delle regole e innanzitutto delle regole, ma di suscitare grandi interrogativi, cercando di aiutare a farsi delle domande su questo modo di vivere, anche di fronte a delle tragedie, farsi domande sulla morte di un giovane. Altrimenti tutto diventa oggetto di consumo.

Molte volte mi è successo da parroco, in momenti molto tristi, di fare la sepoltura di un giovane morto in quel modo, di avere la chiesa piena di giovani, tutti sdraiati per terra a piangere disperatamente: al mattino per accompagnare il loro caro alla sepoltura, alla sera pronti ad andare in discoteca. Il dolore, ma d’altra parte anche il piacere, è un oggetto di consumo. Occorre porre degli interrogativi che poi diventino inquietanti, e senza pretendere subito di avere le risposte, tanto meno risposte dogmatiche.

Vorrei dire ancora due cose su questo tema. Facciamo attenzione ai rischi polarizzati, il collettivismo educativo o la seduzione affettiva. Il collettivismo educativo - il gruppo, gli amici, la classe educa educano - è pericoloso pensare questo. Ma non basta. Facciamo attenzione anche ad un altro aspetto, l’altro polo della seduzione affettiva: mi compro la benevolenza attraverso l’arrendevolezza, l’affetto, le tenerezze. Sono rischi polarizzati pericolosi. A me pare necessario lavorare per arrivare a ciò che chiamo l’affidamento educativo: è decisivo. Lo dicevo in questi giorni, all’inizio dell’anno ai seminaristi, ma vale per qualunque giovane in qualunque ambiente: "Voi dovete lavorare per arrivare a farvi questo affidamento, questa consegna in cui non si gioca più a presentare il personaggio ma diventi persona". E invece nelle nostre famiglie quanti personaggi! I genitori, tubano, bisticciano, si maltrattano e educano i figli a fare altrettanto. Perché bisogna far figura, bisogna rappresentare un’immagine.

Ultima riflessione di questo indice disordinato e pasticciato di cui chiedo scusa: la gioia del credere. E’ un tema su cui anche il Papa sta tornando sovente. La gioia cristiana non è un imperativo morale; non è neppure una strategia educativa, la strategia del consenso; non è il risultato di congiunture positive, che tutto va bene. La gioia del credere è dono, è grazia. Forse lo mediteremo anche stasera durante la messa, che la vita cristiana non si gioca sul lasciare ma sul trovare. Se devo lasciare qualcosa è perché ho trovato qualcosa di immensamente più grande e non vivo allora di rimorsi o di nostalgie. Ho l’impressione che molte volte siamo anche devoti come cristiani, capaci di rattristarci con Gesù, ma non di rallegrarci in Lui. Faccio sempre un esempio che mi pare efficace, la Via Crucis, che è la parabola di una vita perché prima o poi ti confronti con delle difficoltà: la vita non è fatta per i vigliacchi, è fatta per i forti, e Gesù viene, l’incarnazione è questo, assume la condizione umana, non solo la natura ma tutta l’esperienza umana e allora affonda tutto nell’esperienza umana, il processo, l’abbandono, il tradimento, la croce da portare che ti schiaccia, gli scoraggiamenti, le cadute, e poi ti riprendi, vai in depressione, la commiserazione degli altri, la derisione e qualche volta qualche piccolo aiuto fino alla denudazione e poi la tortura, la morte, la sepoltura ..… ma c’è la Resurrezione. E noi siamo così stolti, rattristandoci con Lui dicendo: "ha sofferto tanto lui prima di me più di me, soffro anch’io unito a Lui e gli offro le mie sofferenze". Ma che consolazione è questa? Che gioia è? Ma questo è un imbroglio, pensare che qualcuno a sofferto per me, per simpatia nei miei confronti, allora anch’io vivo le mie sofferenze sopportando, ma che gioco è questo? Ma la vita cristiana non parte da lì, parte dalla Resurrezione. Lo dico con un paradosso: non tanto credo che Gesù è risorto, ma perché Gesù è risorto io credo. Il principio della fede è la Resurrezione e io quando sono battezzato sono immerso nel mistero della morte e resurrezione e non con la mia debolezza sconfitta ma con la forza di Dio affronto perché ha vinto per me il processo, le cadute, la morte. E la morte la chiamo sorella e non temo più nulla. E questa gioia nessuno me la può togliere e nulla me la può turbare. Io penso che questo, dal punto di vista cristiano, sia un grande valore educativo e allora capiremo finalmente che la fede prima di essere una convinzione è una relazione, ed è questa relazione che mi fa forte perché con me c’è Colui che vince, tanto che non sono più io che vivo ma è Lui che vive in me e vive da vincente, da risorto, e sono risorto anch’io con Lui e allora non temo niente, altrimenti continuiamo a seminare delle speranze umane non delle speranze cristiane, delle parentesi felici ma non la vera soluzione della salvezza dell’uomo.

(testo tratto da registrazione, non rivisto dall’autore)

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