Intervento al Consiglio Nazionale Agesc tenutosi a Oropa
(Biella)
nei giorni 14 e 15 ottobre 2006
LA SFIDA DELL’EDUCAZIONE
di Mons. Gabriele Mana
Vescovo di Biella
Un saluto cordiale a tutti. Se mi permettete, prima di
iniziare la relazione, vorrei dire due parole su Oropa. Ho sentito che per
parecchi di voi è la prima volta che venite qui: 1200 metri di altitudine, in
una zona isolata del nostro Piemonte, che non è facile raggiungere, però qui c’è
un capolavoro tutto da scoprire. Il segreto di Oropa sta tutto sulla basilica
antica: sull’architrave, questa pietra verdolina di Sordevolo con cui è
costruita tutta la basilica, c’è scritto: "quam beatus o beata quam
vita ex oculi tui", "quanto è beato o beata Vergine Maria
colui che è visto dai tuoi occhi". Si viene ad Oropa per vedere la
Madonna; ti metti davanti al sacello per contemplarla, sapendo il percorso
mistagogico, il significato di questa donna "nigra sum sed formosa",
di questa donna che tiene sulla mano destra un frutto, il peccato, sormontato
però da una croce gemmata con le foglie di alloro, perché il peccato è vinto
dalla croce di Gesù Cristo, e sull’altra mano il secondo frutto, il frutto
del suo grembo, Gesù benedetto che sembra seduto in trono. Non è un bambino
afflosciato, ma è un bambino che, manifestando il doppio fondamentale mistero
di Gesù Cristo, uomo-Dio, e l’incarnazione e la pasqua, benedice in quel modo
con tre dita, e sull’altra mano tiene la colomba della pace, perché laddove
entra Gesù Cristo, la vita è pacificata. Ma tu poni lo sguardo su questa
statua e poi abbassi gli occhi perché gli occhi suoi ti bucano. "Quam
beatus o beata quem viderint oculi tui", poiché è visto dai tuoi
occhi.
Oropa è casa e chiesa, come è nella struttura tradizionale
di ogni santuario: è chiesa dove incontri il Signore; è casa di Maria, la
madre di Gesù; ma non solo è chiesa, è casa, è accoglienza perché a casa
della mamma si sta bene, si trova rifugio. Ecco perché Oropa ha niente meno che
700 posti letto, una cosa enorme. Oropa è tutta da scoprire perché è arte e
storia e fede e giardino botanico e centro regionale sia per i terremoti che per
la previsione del tempo, è museo: insomma, è tutta da scoprire. Per quanto ti
dai da fare per scoprirli, ci sono degli aspetti così misteriosi che ci vuole
la contemplazione per penetrarla. La bellezza anche di questo posto è che qui
non ci sono state apparizioni, messaggi particolari o miracoli; è la pura e
profonda fede del popolo cristiano che in questi nostri tempi non è da poco. E’
pertanto luogo di fede. Vale la pena di scoprirla e vi auguro di riuscirci, e
vedrete che a chi è qui per la prima volta vorrà ritornarci.
Oropa è bella sempre, quando c’è la nebbiolina, quando
splende il sole e ancor più quando c’è la neve, quando sembra che il cielo e
la terra si abbracciano.
Ho titolato così il mio intervento: la sfida della
educazione
Abbiamo iniziato pregando, invocando la protezione della
Madonna e forse in questo contesto la Madonna è da vedere come un capolavoro di
educatrice: è riuscito bene il suo prodotto, ha cresciuto bene il suo figlio,
è stata una buona mamma. Il tema che voglio affrontare con voi è "la
sfida dell’educazione", e che svolgerò in modo molto incompleto
perché il tempo a disposizione è breve per un tema così impegnativo. E mi
introduco facendo due premesse: due premesse che sono due fondamentali
interrogativi che non lascio senza risposta. Li pongo perché sono le domande
che emergono in questo nostro tempo e a seconda della risposta a questi
interrogativi vado in una direzione o in tutt’altra. Questi due interrogativi
fanno emergere molte contraddizioni in questa stagione educativa.
Primo interrogativo che dico in modo quasi grossolano pur di
essere efficace: esiste l’individuo o la persona? O se lo volete in una
forma più propositiva: è da promuovere l’individuo o la persona? L’individuo
è indirizzato a tutelare la sua autonomia, per me è così, la mia libertà
finisce dove inizia la tua. Tu fai ciò che vuoi e io faccio ciò che desidero,
l’importante è non disturbarci vicendevolmente.Viviamo in una stagione in cui
in una maniera talora inconsapevole, ma non per questo meno colpevole, si
promuove l’individuo, i desideri dell’individuo, le sue emozioni, e tutto
diventa relativo all’individuo. La persona invece è orientata alla sua
dimensione relazionale: soltanto con patrimonio comune e condiviso, rendo il
nostro stare insieme coeso.
Questo primo interrogativo ha come conseguenze possibili,
molteplici separazioni. La separazione più evidente, che vediamo e che è sotto
gli occhi di tutti, quella tra scienza e coscienza. La coscienza è vista come
limite, è intralcio alla scienza, al progresso, al benessere individuale, e si
arriva a dire: "ma perché non devo fare così? Non disturba te; io
rispetto ciò che tu pensi e che ti impedisce di fare quello che faccio io, ma
perché non devo farlo io? Il fatto che io lo faccio non obbliga te a
farlo". Sono le conseguenze di questa centralità dell’individuo che
porta a questa prima separazione tra scienza e coscienza, ma porta anche alla
separazione tra emozione e ragione, per cui faccio e realizzo ciò che mi sento,
ciò che mi piace, ciò che mi fa in quel momento felice. Le emozioni hanno
molto il sopravvento sul pensare, sul ragionare, sul riflettere, sul fondare.
Altra separazione è tra il fare e l’essere, per cui diventa scardinata ogni
beatitudine evangelica: l’importante è avere, non è certo essere. E sul
piano religioso, le possibili conseguenze quando l’individuo è centrale e non
la persona, ci sono ulteriori separazioni, ulteriori divaricazioni: in primis
tra religione e fede. Quindi la separazione tra fede e vita, tra il pensare e il
parlare e il vivere; quella disarmonia che porta a pensare in un modo, a dire in
un altro e a vivere ancora in modo alternativo.
Sono queste le conseguenze di quando, nella educazione, il
riflettore è acceso sull’individuo e non sulla persona.
C’è un secondo interrogativo come premessa a questo mio
intervento. Ho titolato "la sfida dell’educazione" perché
anche qui pongo un interrogativo: siamo chiamati alla formazione o alla
educazione? La formazione è addestramento: ti insegno ciò che io conosco,
ti insegno a fare ciò che io so fare e cerco di modellare gli educandi a mia
immagine. Ti costruisco secondo il mio modello. È il concetto di formazione
pensato, di aspetto positivo, accettabile, dalla formazione professionale: ho un
mestiere, lo conosco bene, te lo trasmetto, ti insegno a fare ciò che tu non
sai e che io so fare. Ma l’educazione non è questa. L’educazione non è
addestramento, non è formazione. L’educazione è tirare fuori, aiutare ad
uscire, partorire ciò che tu hai dentro. Certo che bisogna addestrare, ma
educando. E si educa quando si insegna, anche attraverso l’addestramento,
manipolando le cose insieme ma per trasmettere dei valori.
Faccio un esempio che, proprio perché è lontano nel tempo,
illumina il pensiero senza offendere nessuno e anzi vuol essere un esempio quasi
esperienziale. Io vengo da una famiglia contadina e certe cose mi hanno segnano
molto, e l’esempio è questo: la stalla e il parto di un vitellino. Noi oggi
parliamo di educazione sessuale, di informazione sessuale e mille altre cose,
nella scuola dell’infanzia e poi nella scuola elementare, media inferiore e
superiore ecc.; ormai già nella scuola di infanzia ci sono le diapositive
adatte per fare questo. Orbene, quando sgattaiolavo ancora a quattro gambe e ero
nella stalla e c’era il grande evento che dava futuro alla famiglia, che dava
la sicurezza e c’era anche la sorpresa: sarà maschio, sarà femmina, sarà di
qualità, sarà scadente; e prima ancora: sarà vivo, sarà morto, andrà bene,
andrà male; e quando ero li vicino al mio papà e vedevo che legava le zampe
del vitello e poi, dopo, io mi avvicinavo a lui e lui tirava la corda per far
uscire il vitellino, e lo vedevo con quale tensione, e parlava, parlava e io lo
aiutavo tirando la corda anch’io. In quel momento ero addestrato o ero
educato? Quando in quell’evento, manipolando le cose insieme potevo certamente
imparare un mestiere, ma imparavo le cose della vita: il sacrificio, la
sorpresa, e, se tutto andava bene, la lode di Dio.
Mi trasmetteva la fede nel parto del vitellino, perché poi,
quando la cosa era ben riuscita e lo si asciugava prima che riuscisse dopo pochi
instanti a tentare di rialzarsi, era la forza della vita che lo portava a
reggersi subito, si pregava; mi aiutava a ringraziare il Signore perché era
andato bene, era di qualità, era garantito il nostro futuro. Mi educava a
capire il senso della vita, a capire il senso del nascere, del vivere e del
morire, della fatica, della paura, del timore, della fiducia, della speranza,
fino alla apertura di Dio datore di ogni bene, e si cantava il Magnificat nella
stalla.
Noi corriamo il rischio di fare della formazione e non della
educazione. Formare è addestrare; educare è tirare fuori da
ciascuno i valori che ci sono dentro, farli maturare, e farli emergere da tutto
ciò che ti capita e ti circonda, da tutto ciò che fai, e facendo con ciò
armonia e unità nella tua vita, per cui anche una cosa che sembra quasi strana
e così materiale come la nascita di un vitellino, mi trasmetteva la fede molto
più che l’andare al catechismo.
Educazione è tirare fuori; formazione è
addestrare e costruzione dell’altro a mia immagine. Educazione è tirare fuori
quell’immagine che c’è in ogni persona umana che è stata costruita su
quell’archetipo che è il Figlio, il Logos, che è Gesù Cristo; è cercare di
aiutare, in questo parto, a fare di ogni uomo l’immagine di Gesù Cristo; a
fare risplendere l’immagine di Gesù Cristo che ha in lui.
D’altra parte sappiamo bene che educare alla fede è
liberare, fare emergere una dimensione, un bisogno, un desiderio, una apertura
che è connaturale ad ogni uomo.
Vengo all’educazione. Do alcuni capitoli, mi pare quattro,
e poi tento di proporre anche qualcosa sull’educazione alla fede
1) Tutta la comunità umana è educante. Bisogna costruire
sinergie tra famiglia e scuola, la scuola statale e non statale, mai solo
pubblica, mai privata, che garantisca la libertà dell’educazione,
purifichiamo in modo definitivo il nostro linguaggio. Non esiste la scuola
privata: la scuola privata è quella che tentano di aprire a Milano, senza
regole, senza controllo e autorizzazione. La scuola cui voi mandate il vostri
figli non è scuola privata, è scuola che rende un servizio pubblico, ha
caratteristiche pubbliche, ha dei parametri, ha tutti i titoli ecc., non è
statale. Noi diciamo che tutta la comunità umana è educante e bisogna fare
sinergia e così diciamo che tutta la comunità ecclesiale è educante: la
parrocchia, l’oratorio, il gruppo, l’associazione, l’ambiente di vita, e
si propone solitamente una rete educativa tra scuola e territorio, chiesa locale
e famiglia. Un patto per l’educazione. Tutti trasmettono valori o disvalori o
addirittura il vuoto, che è la cosa più comune, ma per ognuno, in modo talora
misterioso, succede che la maggiore e decisiva incidenza è di qualcuno in
particolare.
Io vorrei soffermarmi su questo argomento, poiché altrimenti
anche noi facciamo dei gargarismi ideologici, teorici dell’educazione, perché
è vero che ci vuole una rete educativa tra scuola e territorio, tra chiesa
locale e famiglia, però bisogna metterli, sì, in sinergia, ma soprattutto in
gara, in concorrenza per alzare il livello dell’educazione, e questo ce lo
conferma l’esperienza. Non è vero che laddove c’è anche una famiglia
esemplare, la scuola fa il suo dovere, la parrocchia in modo eccellente fa il
suo dovere, l’educazione emerge da sé: basta l’incontro con due o tre amici
forti e calamitanti, e tutto viene oscurato. Non è vero, è una mancanza di
rispetto dire che quando un giovane fallisce la colpa è della famiglia, perché
tante volte non è così. Non è vero e non puoi cercare i colpevoli: molti sono
i fattori che determinano l’insuccesso. Qualche volta la famiglia è
squinternata e ti verrebbe da dire, dando un giudizio oggettivo, guardandola
dall’esterno, che è disastrata e diseducativa, eppure se quel giovane lo dai
in mano a Don Bosco, succede il capolavoro, e alle spalle c’era una non
famiglia, c’era la strada. Certo che ci vuole una rete educativa nella quale,
in sinergia, tutti collaborano e accettano un patto per l’educazione; però
tutta questa rete, secondo me, bisogna metterla in concorrenza, in gara, perché
ciascuno alzi il suo livello il più possibile, perché succede sempre così che
nella gara vince qualcuno: talora la scuola, talora la famiglia, talora la
parrocchia, e quel ragazzo anche sottoposto a tutte le provocazioni e le
amicizie più sballate, ha l’antidoto.
Ho avuto la grazia dal Signore di avere fatto il prete da
cortile per tutta la vita e ho visto anche ambienti difficilissimi, dove la
famiglia non c’era, dove il papà era in prigione e la mamma faceva " la
vita", dove i ragazzi mi portavano in cantina, perché avevano fiducia, a
farmi vedere la refurtiva per dirmi " guarda quanto bravo sono e la
faccio franca ", eppure da queste persone sono venute dei capolavori.
In Piemonte c’è una comunità di recupero per gente
fragile, dei tossicodipendenti, dove verrebbe da dice c’è la sconfitta dell’educazione,
eppure a un certo punto della vita interviene qualcuno, una comunità o anche
una persona - forse molti di voi sanno a chi mi sto riferendo - e da quell’ambiente
nascono delle figure così trainanti, così forti, che abbiamo già da quell’ambiente
vocazioni speciali, preti e religiose.
Carissimi non basta dire che è ancora teoria, che bisogna
stabilire una rete educativa tra tutte le agenzie educative, che vanno messe in
sinergia: bisogna metterle in concorrenza, in gara. C’è un patto per educare,
però ci vuole passione, affezione, testimonianza e può succedere - e per la
verità succede sempre così - che qualcuna di queste agenzie educative, in rete
con le altre, vince, emerge e diventa decisiva, marchia e riesce a tirare fuori
tutto il bene che c’è in quella persona e a portarlo a maturare.
2) Da persona a personalità. Conosciamo bene il cammino
educativo che è necessario per riuscire a fare armonia tra ideale libertà e
sensibilità, tra intelligenza e volontà, cioè tra libertà e cuore. So quello
che voglio, voglio quello che so e tutto con amore. Esige pazienza attraverso un
lavoro che è a spirale, cioè progressivo; è un po’ come l’anno liturgico
che è ciclico ma non ripetitivo, perché ogni anno torno sul già celebrato,
celebro l’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste, ma non c’è
nulla di ripetitivo, altrimenti dichiaro il fallimento dell’anno liturgico e
della crescita. Ma è ciclico. Si torna sul già celebrato, però in salita, a
spirale, fino ad arrivare al compimento. Così è l’educazione. Certo, é
questione di pazienza, di amore nell’affronto di questo lavoro ciclico, ma
anche l’insegnamento è così, anche la trasmissione delle conoscenze di
qualunque tipo sono di tipo ciclico, non ripetitivo, perché torno su di esse ma
sempre approfondendole con delle modalità nuove.
Secondo me bisogna avere ben presente che occorre costruire
delle personalità che diventano affascinanti e allora si parte da una persona e
si costruisce una personalità aiutandolo ad equilibrare gli ideali con la
volontà, perché possa avere ideali e poi avere una volontà debolissima –
parlo bene e razzolo male -, posso avere una volontà di ferro ma degli ideali
scadenti, e tutto però con il cuore. Oggi invece è il trionfo della
sensibilità, delle emozioni e di pochi ideali. Io dico sempre che la tragedia
non è morire ma la vera tragedia è non avere ideali per cui valga la pena di
vivere e quindi anche di dare la vita. Questa armonia tra intelligenza, volontà
e sensibilità costruisce una personalità; questa armonia è equilibrata a
livelli alti, a livelli più alti possibili. Attraverso il processo ciclico non
ripetitivo cerco di arrivare in forma permanente, l’educazione dura quanto
dura una vita a diventare una personalità sempre più affascinante.
3) Il progetto educativo. Per fare educazione, bisogna avere
anche un progetto. La scuola cattolica ha il suo progetto: non vorrei che si
trattasse solo di parolone che alla fine dicono poco. Bisogna tenere presente i
cinque capisaldi di ogni progetto e lavorare su questi e le finalità: don Bosco
direbbe, onesti cittadini e buoni cristiani, cioè arrivare a fare degli adulti
responsabili. La finalità è questa, la centralità dell’educando.
Poi la qualità degli educatori. Io mi chiedo se qualche
volta siamo esperti di tecniche o siamo testimoni. Sta iniziando anche nella mia
diocesi, ma penso un po’ dappertutto, un corso per animatori giovanili, di
oratorio, dei centri estivi. Qualche volta cascano le braccia perché dico
"ma insomma tutto questo corso di formazione è sulle tecniche e quando
affronti qualcos’altro sembra sia noioso, quando invece è fondante la
qualità degli educatori". Cerchiamo di non fare solo una lettura
sociologica o psicologica, ma avere una descrizione più sapienziale. A me piace
molto ciò che dice don Bosco, e lo sto citando perché è testimonianza di
grande educatore, non solo salesiano: "mi basta sapere che siete giovani
perché io vi ami", e quando col suo calesse lasciò Lanzo per tornare
a Valdocco, dopo essere stato per alcuni giorni in quell’istituto, salutando i
suoi ragazzi, era molto emozionato e triste, dice "siete dei ladri,
siete dei ladri", e loro si mettono a piangere e si chiedono cosa
avessero fatto a don Bosco e allora lui spiega "siete dei ladri perché
mi avete rubato il cuore". Lasciamocelo rubare anche noi. Io ho l’impressione
che si diventi oggi più che mai esperti di tecniche educative, ma poi bisogna
mettersi in gioco con passione, bisogna metterci dentro l’affezione, bisogna
parlare alla testa facendo muovere il cuore. Penso che lo stia facendo un po’
il nostro Papa in questo momento in cui quando interviene anche solo per
introdurre un Angelus, parla alla testa ma fa battere il cuore. Forse bisogna
mettersi in questo atteggiamento, anche perché io qualche volta sono un po’
stufo e stanco di certe analisi sui giovani di oggi: sono così, non hanno
ideali, sono insignificanti, non si innamorano di niente …. e si fa paragone
con ciò che erano quelli di parecchi anni fa. So bene che invece negli anni 70
si era magari su sponde diverse, però c’era da discutere, da combattere.
Invece adesso sembra di avere sempre marmellata davanti. Però io dico di andare
oltre a tutto questo perché se ci fermiamo lì, siamo bloccati.
4)I contenuti. Penso che dobbiamo camminare molto per fare
sintesi tra aspetto qualitativo e aspetto esperienzale. Anche un insegnante di
matematica è un educatore. Ho un sacerdote in diocesi che insegna economia
aziendale, è laureato in economia e commercio, insegnando economia aziendale fa
molto bene, forse più di quanto non faccia l’insegnante di religione. Se ti
poni davanti ai giovani in un certo modo, vedrai che verranno a cercarti come
Nicodemo è andato a cercare Gesù, di notte pur di non essere visto, ma ormai
aveva visto dove stava Colui che poteva dirgli qualcosa di sensato, di vero.
5) Il metodo. Finalità, operatori, destinatari, contenuti e
metodo. Don Bosco insegnerebbe il metodo preventivo, io aggiungo il metodo
progressivo. Don Bosco direbbe ragione e amorevolezza, parlare alla testa
facendo vibrare il cuore. I metodi sono anche importanti perché tante volte
bisogna imparare a perdere tante battaglie per vincere la guerra a mandare giù
tante cose pur di vincere poi la guerra
Permettetemi ora alcune riflessioni sui ragione e fede.
È di grande attualità il rapporto tra ragione e fede. Si afferma che la fede
non è frutto di ragionamento, ma che è ragionevole pensare che il credere sia
una smentita della ragione. Ci sono polarizzazioni che sostengono che la fede
smentisce la scienza e che, allora, se credi sei uno stupido perché è segno
che rinunci a pensare. Su questo tema dobbiamo insistere molto cercando di
suscitare i grandi perché. La vera distanza non è tra chi crede e chi non
crede, ma tra chi pensa e chi non pensa. Oggi si fanno le campagne sulle morti
bianche del sabato sera: questi figlioli che vivono di notte e dormono di
giorno, ma qualcuno all’alba, mentre va a dormire, ci lascia le penne, e
diventa un problema, e allora ci si domanda che cosa fare: chiudere, anticipare
l’orario di chiusura e mille altre cose. Lì c’è tutta una educazione da
promuovere: il problema non è solo delle regole e innanzitutto delle regole, ma
di suscitare grandi interrogativi, cercando di aiutare a farsi delle domande su
questo modo di vivere, anche di fronte a delle tragedie, farsi domande sulla
morte di un giovane. Altrimenti tutto diventa oggetto di consumo.
Molte volte mi è successo da parroco, in momenti molto
tristi, di fare la sepoltura di un giovane morto in quel modo, di avere la
chiesa piena di giovani, tutti sdraiati per terra a piangere disperatamente: al
mattino per accompagnare il loro caro alla sepoltura, alla sera pronti ad andare
in discoteca. Il dolore, ma d’altra parte anche il piacere, è un oggetto di
consumo. Occorre porre degli interrogativi che poi diventino inquietanti, e
senza pretendere subito di avere le risposte, tanto meno risposte dogmatiche.
Vorrei dire ancora due cose su questo tema. Facciamo
attenzione ai rischi polarizzati, il collettivismo educativo o la seduzione
affettiva. Il collettivismo educativo - il gruppo, gli amici, la classe educa
educano - è pericoloso pensare questo. Ma non basta. Facciamo attenzione anche
ad un altro aspetto, l’altro polo della seduzione affettiva: mi compro la
benevolenza attraverso l’arrendevolezza, l’affetto, le tenerezze. Sono
rischi polarizzati pericolosi. A me pare necessario lavorare per arrivare a ciò
che chiamo l’affidamento educativo: è decisivo. Lo dicevo in questi
giorni, all’inizio dell’anno ai seminaristi, ma vale per qualunque giovane
in qualunque ambiente: "Voi dovete lavorare per arrivare a farvi questo
affidamento, questa consegna in cui non si gioca più a presentare il
personaggio ma diventi persona". E invece nelle nostre famiglie quanti
personaggi! I genitori, tubano, bisticciano, si maltrattano e educano i figli a
fare altrettanto. Perché bisogna far figura, bisogna rappresentare un’immagine.
Ultima riflessione di questo indice disordinato e pasticciato
di cui chiedo scusa: la gioia del credere. E’ un tema su cui anche il
Papa sta tornando sovente. La gioia cristiana non è un imperativo morale; non
è neppure una strategia educativa, la strategia del consenso; non è il
risultato di congiunture positive, che tutto va bene. La gioia del credere
è dono, è grazia. Forse lo mediteremo anche stasera durante la messa, che la
vita cristiana non si gioca sul lasciare ma sul trovare. Se devo lasciare
qualcosa è perché ho trovato qualcosa di immensamente più grande e non vivo
allora di rimorsi o di nostalgie. Ho l’impressione che molte volte siamo anche
devoti come cristiani, capaci di rattristarci con Gesù, ma non di rallegrarci
in Lui. Faccio sempre un esempio che mi pare efficace, la Via Crucis, che è la
parabola di una vita perché prima o poi ti confronti con delle difficoltà: la
vita non è fatta per i vigliacchi, è fatta per i forti, e Gesù viene, l’incarnazione
è questo, assume la condizione umana, non solo la natura ma tutta l’esperienza
umana e allora affonda tutto nell’esperienza umana, il processo, l’abbandono,
il tradimento, la croce da portare che ti schiaccia, gli scoraggiamenti, le
cadute, e poi ti riprendi, vai in depressione, la commiserazione degli altri, la
derisione e qualche volta qualche piccolo aiuto fino alla denudazione e poi la
tortura, la morte, la sepoltura ..… ma c’è la Resurrezione. E noi
siamo così stolti, rattristandoci con Lui dicendo: "ha sofferto tanto
lui prima di me più di me, soffro anch’io unito a Lui e gli offro le mie
sofferenze". Ma che consolazione è questa? Che gioia è? Ma questo è
un imbroglio, pensare che qualcuno a sofferto per me, per simpatia nei miei
confronti, allora anch’io vivo le mie sofferenze sopportando, ma che gioco è
questo? Ma la vita cristiana non parte da lì, parte dalla Resurrezione. Lo dico
con un paradosso: non tanto credo che Gesù è risorto, ma perché Gesù è
risorto io credo. Il principio della fede è la Resurrezione e io quando sono
battezzato sono immerso nel mistero della morte e resurrezione e non con la mia
debolezza sconfitta ma con la forza di Dio affronto perché ha vinto per me il
processo, le cadute, la morte. E la morte la chiamo sorella e non temo più
nulla. E questa gioia nessuno me la può togliere e nulla me la può turbare. Io
penso che questo, dal punto di vista cristiano, sia un grande valore educativo e
allora capiremo finalmente che la fede prima di essere una convinzione è una
relazione, ed è questa relazione che mi fa forte perché con me c’è Colui
che vince, tanto che non sono più io che vivo ma è Lui che vive in me e vive
da vincente, da risorto, e sono risorto anch’io con Lui e allora non temo
niente, altrimenti continuiamo a seminare delle speranze umane non delle
speranze cristiane, delle parentesi felici ma non la vera soluzione della
salvezza dell’uomo.
(testo tratto da registrazione, non rivisto dall’autore)