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INTERVENTI DEL MAGISTERO

Libertà di educazione, fondamento di democrazia

Card. Pio Laghi
Prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica

Forlì, 19 aprile 1997

1 - Introduzione

L'anno scorso è stato pubblicato un libro-rapporto sull'educazione per il ventunesimo secolo. Il rapporto è il frutto del lavoro di una commissione internazionale incaricata dall'UNESCO e presieduta da Jacques Delors. Il titolo del libro, L'éducation. Un trésor est caché dedans (L'educazione. Un tesoro è nascosto dentro), si rifà a una favola di La Fontaine, quella del contadino e dei suoi figli. Un contadino, prima di morire, raccomanda ai suoi figli: "Guardatevi bene dal vendere l'eredità che ci hanno lasciato i nostri genitori. C'è nascosto dentro un tesoro". Applicando queste parole all'educazione, ne esce un'affermazione straordinaria che è un appello per tutti: l'educazione ha dentro un tesoro, guardatevi bene dal venderla.

Fino a qualche anno fa il mondo occidentale e orientale, contrapposti fra di loro, hanno creduto che il loro tesoro nascosto fosse il potenziale tecnologico applicato agli armamenti; le armi atomiche erano considerate il tesoro dei tesori. Perciò si sentiva povero chi non era in possesso di questo tesoro.

Oggi, di fronte alle molteplici sfide del futuro, l'educazione appare come il tesoro che permette all'umanità di progredire verso gli ideali di pace, di libertà e di giustizia sociale. Oggi è povero, e domani lo sarà ancor più, chi non è raggiunto dall'educazione. Se pensiamo alla scuola, che è uno strumento qualificato di educazione, ogni mattina entra nelle aule più di un miliardo di ragazzi, quasi un quinto dell'umanità, ma ne restano fuori 130 milioni e 100 milioni non portano a termine la formazione scolastica. Ci sono, poi, 900 milioni di adulti analfabeti.

La Chiesa ha sempre speso il suo amore e il suo servizio per l'uomo in funzione della sua educazione nel senso più ampio del termine. Durante il Convegno ecclesiale di Palermo, del novembre 1995, l'istanza educativa è stata definita come "questione centrale". Così pure la Commissione episcopale per l'educazione della Conferenza Episcopale Italiana, nella lettera Per la scuola (1995), ha espresso con chiarezza che "si tratta di capire che il futuro è legato alla scelta dell'educazione". Già nel 1969, in piena contestazione studentesca, Jacques Maritain lanciava un grido di allarme, costatando che nello spirito dei giovani è entrato "il vuoto, il nulla completo di ogni valore assoluto e di ogni fede nella verità ... La gioventù è stata sistematicamente privata di ogni ragione di vita. E questo è un crimine spirituale più grave certamente di molte sciocchezze". (cfr Pour une philosophie de l'éducation).

L'educazione tocca l'uomo non nella sua superficie, ma entra dentro la sua interiorità. L'azione educativa ha l'obiettivo di far emergere il meglio di ciascuno, di portare alla maturazione piena la persona umana. L'esperienza attesta che l'uomo non nasce come una realtà già compiuta, è una esistenza che si attua progressivamente. L'uomo nasce uomo, ma deve anche diventarlo. In questo cammino l'uomo ha il bisogno e il diritto di essere aiutato.

Parlare dell'educazione, dunque, significa parlare di un'arte che ha come soggetto la persona e come maestri una comunità molteplice: famiglia, scuola, parrocchia, società, mass media. E' impossibile qui toccare tutti gli aspetti dell'educazione. Il tema assegnato a questo mio intervento: Libertà di educazione, fondamento di democrazia, è una opportuna pista di contenimento, che è anche molto aderente al dibattito in corso in Italia.

2 - Libertà di educazione, fondamento di democrazia

Tra le modalità possibili nell'affrontare l'argomento, preferisco seguire quella con cui il Concilio Ecumenico Vaticano II ha affrontato il tema dell'educazione. Nella dichiarazione su L'educazione cristiana (Gravissimum educationis) il Concilio ha articolato il pensiero sull'educazione attorno a coloro che ne sono i responsabili, e cioè i genitori, che sono i primi e principali educatori dei loro figli; la società civile, che è chiamata ad aiutare i genitori nel loro compito primario; la Chiesa a cui appartiene ad un titolo tutto speciale il dovere di educare. Tra tutti i mezzi educativi, poi, la dichiarazione conciliare riconosce alla scuola un'importanza particolare (cfr nn.3-4).

In questo quadro di riferimento la libertà è la condizione richiesta perché quelli che hanno responsabilità possano compiere pienamente e in cooperazione l'opera educativa verso le nuove generazioni. L'azione educativa che si svolge nella libertà fa nascere una società democratica, nella quale la persona è sempre al centro del vivere sociale; fa nascere cittadini liberi, onesti e consapevoli, o con più aderenza agli obiettivi dell'impegno educativo cattolico, fa nascere "onesti cittadini e buoni cristiani", come diceva San Giovanni Bosco.

2.1 - Uno sguardo alla situazione

Viene spontaneo porsi anzitutto una domanda. In relazione al loro compito educativo attraverso la scuola, in che condizione si trovano la famiglia, la società civile, la Chiesa?

Il quadro della situazione odierna della famiglia italiana non è così drammatico come in altri paesi dell'occidente. Basti pensare che più del 90% delle persone che si sposano in Svezia hanno prima convissuto insieme, anche per molti anni; negli USA quasi la metà dei matrimoni finiscono in divorzio; in Danimarca il 45%. Pur non toccando questi primati, tuttavia anche da noi si registrano fenomeni preoccupanti: libere convivenza, le cosiddette famiglie unipersonali, la diminuzione dei matrimoni, l'aumento dei divorzi e delle separazioni, il sorgere di famiglie notevolmente complesse, risultato di unioni successive ristrette, allargate, ricomposte, governate da rapporti assai poco decifrabili. In conseguenza bisogna prendere atto che c'è un forte indebolimento della funzione educativa della famiglia.

La società civile, lo Stato, da un po' di tempo vive in situazione di emergenza. Per quanto riguarda il settore educativo scolastico ha aperto una fase di progettualità globale, carica di molte attese, ma anche di ancor necessarie chiarificazioni da raggiungere. La scuola italiana soffre di un forte deficit formativo, anche se, bisogna riconoscerlo, non mancano risorse ed esperienze positive. Tuttavia il quadro realistico della situazione segnala che neanche la metà dei nostri giovani riesce a raggiungere l'obiettivo della media superiore, solo il 6% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha livelli di istruzione post diploma, mentre in Francia questa percentuale sale al 15%, in Gran Bretagna al 16%, in Germania al 22%, negli Stati Uniti al 36%. Inoltre, nel nostro paese sono 5 milioni le persone che non hanno nessun titolo scolastico; 15 milioni di adulti hanno solo la licenza elementare; solo il 27% della popolazione è in regola con quanto affermato nella Costituzione, che prevede da oltre 50 anni che tutti i cittadini abbiano almeno la licenza media. Contro l'80% dei ragazzi che dalle medie passano alle superiori, solo il 40% giunge al termine del ciclo di studi. Tra quelli, poi, che passano all'Università i due terzi degli iscritti al primo anno non giungono alla laurea.

La situazione dell'impegno educativo della Chiesa nel campo scolastico cattolico sta soffrendo parecchio. Bastano le cifre a tracciare la gravità della situazione. Nel triennio 1993-96 i dati sulle scuole cattoliche sono tutti di segno negativo: -1.152 religiosi e religiose impegnati nelle scuole; -53.533 alunni; - 1.456 classi; -115 scuole.

In questa situazione di sofferenza per la famiglia, lo Stato, la scuola pubblica statale e non statale, i sociologi fanno una constatazione empirica. La crisi è maggiore dove nei sistemi educativi prevale lo statalismo, ed è più forte là dove famiglia e scuola hanno deboli o nulle relazioni fra loro. La crisi educativa è meno forte là dove le famiglie hanno più incidenza sulle scelte scolastiche dei figli e dove le connessioni tra famiglia e scuola sono più dense e significative dal punto di vista delle loro interazioni e scambi. L'educazione, quindi, ha bisogno di libertà, come noi per vivere abbiamo bisogno di ossigeno. La libertà e la corresponsabilità aprono un circolo virtuoso tra famiglia, società, scuola e tutti quelli che in diverso modo hanno responsabilità educativa.

2.2 - La libertà della famiglia

I primi responsabili dell'educazione sono i genitori. Sono loro che hanno bisogno di libertà per svolgere questo compito primario.

A questo riguardo la dottrina cattolica è sempre stata esplicita, sostenendo come diritto naturale dei genitori quello di scegliere l'ambiente educativo dei propri figli in piena libertà e senza alcun condizionamento, soprattutto di carattere economico. Ci sono dei passaggi fondamentali nei documenti della Chiesa. La esortazione apostolica Familiaris consortio indica il ruolo educativo della famiglia come essenziale, originario e primario, insostituibile e inalienabile, non totalmente delegabile. Nel testo vengono indicate anche le ragioni: "Il diritto-dovere dei genitori si qualifica come essenziale, connesso com'è con la trasmissione della vita; come originario e primario, rispetto al compito educativo di altri, per l'unicità del rapporto d'amore che sussiste tra genitori e figli; come insostituibile e inalienabile, e che, pertanto, non può essere totalmente delegato ad altri, né da altri usurpato" (n.36).

Il diritto primario della famiglia nell'educazione dei figli, se da una parte esige di essere tutelato dalla libertà, dall'altra necessita di essere aiutato, vorrei dire completato. Questo è un passaggio molto delicato, perché qui si gioca il vero concetto di libertà, quello che riunisce insieme vari soggetti per il bene comune.

La dichiarazione conciliare su L'educazione cristiana afferma che "il compito educativo, come spetta propriamente alla famiglia, così richiede l'aiuto di tutta la società" (n.3). Analoghe affermazioni le troviamo nella Familiaris consortio e nella Lettera alle famiglie di Giovanni Paolo II.

I rispettivi testi sono interessanti: "La famiglia è la prima, ma non l'unica ed esclusiva comunità educante: la stessa dimensione comunitaria, civile ed ecclesiale, dell'uomo esige e conduce ad un'opera più ampia ed articolata, che sia il frutto di una collaborazione ordinata delle diverse forze educative. Queste forze sono tutte necessarie, anche se ciascuna può e deve intervenire con una sua competenza e con un suo contributo proprio (n.40). Il secondo testo dice: "I genitori sono i primi e principali educatori dei propri figli e hanno in questo campo una fondamentale competenza: sono educatori perché genitori. Essi condividono la loro missione educativa con altre persone e istituzioni, come la Chiesa e lo Stato; ciò tuttavia deve sempre avvenire nella corretta applicazione del principio di sussidiarietà" (n. 16).

L'opera educativa della famiglia, quindi, per quanto appartenga ad essa nitidamente, tuttavia non può essere pensata come di proprietà unica ed esclusiva. Le possibilità educative della famiglia hanno una loro naturale limitazione. Per questo le "diverse forze educative", le "persone e istituzioni, come la Chiesa e lo Stato", sono chiamate ad affiancare la famiglia in modo da offrire tutte le opportunità per la completa formazione dei figli.

Nei testi che ho citato è indicato anche il modo con cui deve avvenire il concorso delle diverse forze educative. Deve essere "una collaborazione ordinata", cioè secondo l'ordine delle responsabilità, o, come è meglio indicato, "nella corretta applicazione del principio di sussidiarietà".

Su questo aspetto, cioè la corretta applicazione del principio di sussidiarietà, Giovanni Paolo II si è particolarmente soffermato nella Lettera alle famiglie. Riporto il passaggio principale, che è di grande importanza sia per i genitori, non sempre pienamente consapevoli dei propri diritti, sia per gli altri educatori, a volte ignari dei limiti delle proprie competenze. "Il principio di sussidiarietà -scrive il Papa- implica la legittimità ed anzi la doverosità di un aiuto offerto ai genitori, ma trova nel loro diritto prevalente e nelle loro effettive possibilità il suo intrinseco e invalicabile limite. Il principio di sussidiarietà si pone pertanto al servizio dell'amore dei genitori, venendo incontro al bene del nucleo familiare. I genitori, infatti, non sono in grado di soddisfare da soli ad ogni esigenza dell'intero processo educativo, specialmente per quanto concerne l'istruzione e l'ampio settore della socializzazione. La sussidiarietà completa così l'amore paterno e materno, confermandone il carattere fondamentale, perché ogni altro partecipante al processo educativo non può che operare a nome dei genitori, con il loro consenso e, in certa misura, persino su loro incarico" (n. 16).

A queste affermazioni di matrice ecclesiale fanno riscontro numerose dichiarazioni di diritto internazionale sui compiti della famiglia per l'educazione dei figli.

Così la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo afferma che "i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli" (art.26,3). Il termine "istruzione" fa esplicito riferimento all'educazione e alla formazione, essendo "indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali" (art.26,2).

Il Protocollo addizionale n. 1 alla Convenzione Europea per la salvaguardia dell'uomo e delle libertà fondamentali riconosce che "lo Stato, nell'esercizio delle funzioni che assume nel campo dell'educazione e dell'insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale istruzione e tale insegnamento in modo conforme alle loro convinzioni religiose e filosofiche" (art.2).

Nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo si legge che "l'interesse superiore del fanciullo deve essere la guida di coloro che hanno la responsabilità della sua educazione e del suo orientamento; questa responsabilità ricade in primo luogo sui genitori" (Principio 7,2).

Anche nelle Costituzioni moderne dei vari Paesi viene sottolineato questo compito primario dei genitori con formule più o meno esplicite. Ad esempio la Costituzione della Repubblica Italiana dice testualmente: "E' dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio" (art.30).

2.3 - Libertà di scuola

Strettamente collegato e discendente dal ruolo primario della famiglia nella educazione dei figli si colloca la libertà della scuola, che è insieme libertà di scelta, libertà di costituzione e di mantenimento, e libertà di insegnamento.

Nella dichiarazione conciliare su L'educazione cristiana si legge che "i genitori, avendo il dovere e il diritto primario e irrinunciabile di educare i figli, debbono godere di una reale libertà nella scelta della scuola. Perciò i pubblici poteri, a cui incombe la tutela e la difesa della libertà dei cittadini, nel rispetto della giustizia distributiva debbono preoccuparsi che le sovvenzioni pubbliche siano erogate in maniera che i genitori possano scegliere le scuole per i propri figli in piena libertà, secondo la loro coscienza" (n.6,1). Il diritto-dovere della famiglia di educare i figli impegna lo Stato, nella funzione di tutela e di difesa della libertà dei cittadini, a garantire un pluralismo di istituzioni scolastiche, rendendone possibile la libera scelta dei genitori a parità di condizioni.

C'è un passaggio molto incisivo nell'intervento del Papa al Convegno di Palermo. In quell'occasione ha ribadito che "una genuina democrazia ... non può prosperare se non facendo riferimento a ciò che è dovuto all'uomo perché uomo, quindi a princìpi di verità e a criteri morali oggettivi, e non già a quel relativismo che talvolta si pretende alleato della democrazia, mentre in realtà ne è un insidioso nemico". La scuola è tra "ciò che è dovuto all'uomo perché uomo". Pertanto occorre dare ad essa una migliore attenzione.

Il Papa nella medesima circostanza ha affermato che "è questo certamente un dovere dello Stato, al cui assolvimento non fa ostacolo, anzi contribuisce, il sostegno a quelle scuole non statali, come sono le cattoliche, che rendono un servizio pubblico aperto a tutte le fasce sociali. Esse, per il loro progetto pedagogico ricco di valori umani e solidaristici, non pregiudicano, ma piuttosto consolidano una vita pubblica ispirata a principi di democrazia, onestà e giustizia sociale. A chi gioverebbero ulteriori chiusure, anacronistiche quanto ingiuste e discriminanti, che in realtà recano danno ai giovani, alla famiglia e all'intera nazione ?".

A dire il vero, negli articoli 33 e 34 della Costituzione italiana c'è un orizzonte di libertà per il settore scolastico non statale.

L'art. 33, comma 4, dice testualmente che "la legge nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali". Come si vede, la Costituzione riconosce alle scuole che chiedono e ottengono la parità quindi scuole paritarie - la piena libertà e, per gli alunni, un trattamento scolastico equipollente. Ciò si intende riferito a tutti gli aspetti della vita scolastica, compresi quelli economici, proprio perché la Costituzione non ne esclude nessuno. In questo modo si può superare il, controverso "senza oneri per lo Stato" di cui parla il comma 3 dell'art.33 in relazione alla "istituzione di scuole da parte di Enti e privati", distinte dalle scuole paritarie.

L'art. 34 della Costituzione riconosce la gratuità della scuola dell'obbligo per tutti i cittadini, e non solo per chi frequenta le scuole statali. Anzi, tutta la Costituzione si basa sul principio dell'uguaglianza dei cittadini e sul dovere dello Stato di rimuovere le cause che la impediscono.

La Carta costituzionale è ben impostata a livello di principi, però manca una attuazione legislativa coerente con i riconosciuti diritti educativi delle famiglie e degli alunni.

In molti Paesi del mondo questo traguardo di civiltà è un fatto compiuto in forme diverse, anche se, talora, non totalmente adeguate. In particolare, a livello europeo le legislazioni attuano i principi della Risoluzione del Parlamento Europeo, approvata nel 1984, nella quale sono riconosciuti i seguenti diritti: "spetta ai genitori decidere in merito alla scelta della scuola per i loro figli fino a quando questi ultimi non abbiano la capacità di fare autonomamente tale scelta" (art.7); "il diritto di libertà di insegnamento implica per sua natura l'obbligo, per gli Stati membri, di rendere possibile tale diritto anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti e all'adempimento dei loro obblighi in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti, senza discriminazione nei confronti dei gestori, dei genitori, degli alunni e del personale" (art.9).

Sulla base di questi principi le Nazioni dell'Europa occidentale hanno impostato i nuovi sistemi educativi, facendoli passare da un sistema di statalizzazione dell'educazione e dell'istruzione, ad un sistema in cui lo Stato riconosce alla famiglia il suo ruolo fondamentale nell'educazione dei figli, e garantisce non solo l'accesso di tutti all'educazione e all'istruzione, ma una vera libertà di educazione, che è il fondamento più alto della democrazia. Ciò ha prodotto una circolarità educativa positiva tra famiglia, Stato, scuola pubblica statale e non statale.

In Olanda, ad esempio, vige fin dal 1917 un sistema di completa parità. I pubblici poteri finanziano i due sistemi scolastici al 100%. Come conseguenza, ancora oggi, circa il 70% della popolazione scolastica frequenta le scuole non statali.

In Belgio la libertà d'insegnamento è sancita dalla Costituzione e il suo esercizio viene organizzato in forma autonoma da ciascuna delle tre comunità linguistiche. Questo permette al 65% degli studenti di frequentare le scuole non statali.

In Francia, dove gli istituti scolastici possono stipulare un contratto con lo Stato, circa il 20% degli studenti frequenta le scuole non statali.

In Irlanda, la Costituzione del 1937, riconosce che l'educatore primo e naturale del bambino è la famiglia e che i genitori sono liberi di assicurare tale educazione sia in famiglia, sia in una scuola privata, sia in una scuola riconosciuta o istituita dallo Stato. Nel 1991 le scuole secondarie cattoliche in Irlanda costituivano il 57% dell'insieme degli istituti di istruzione secondaria e accoglievano il 60% della popolazione studentesca.

Anche i sistemi formativi dell'Europa centrale e orientale, dopo il 1989, sono caratterizzati da una tendenza generale favorevole alla scuola non statale, sulla base del diritto dei cittadini alla libertà di scelta in materia di educazione.

Il caso Italia è anomalo sul piano legislativo e, di conseguenza, sul piano numerico. Le scuole non statali raccolgono una parte rilevante degli iscritti solo nella materna, il 46%. Negli altri livelli la presenza non supera il 10% (8,6% nella secondaria superiore e 8, 1 % nelle elementari) e scende al 4,4% nella media.

Il raffronto numerico con la situazione scolastica non statale europea, insieme alla coscienza che la scuola non è una istituzione qualsiasi destinata a produrre beni o servizi materiali, ma a promuovere la formazione della persona, rendono ancor più pressante l'appello del Papa a "intervenire con puntualità e competenza" in questa fase di progettualità nel settore scolastico italiano in forza del principio della libertà di educazione. (cfr il Messaggio al XIX Congresso dell'UCIIM, 18 febbraio 1997).

3 - Libertà per che cosa?

Fin qui abbiamo seguito la strada della necessità della libertà di educazione. Il percorso ci ha fatto incontrare alcuni principi e gli effetti benefici della loro applicazione. Ma se ci fermassimo qui il nostro discorso sarebbe monco. Onestà vuole che dobbiamo dire con chiarezza per che cosa è necessaria la libertà di educazione; in particolare come la Chiesa intende spenderla nel circuito educativo famiglia-scuola cattolica-società.

L'impegno educativo della Chiesa con la scuola non è una cosa nuova. Esso, insieme a quello in altri settori, è tra le più caratteristiche e le più significative delle iniziative in favore della persona umana, della famiglia e della società. Giovanni Paolo II, volendo indicare il valore delle opere educative della Chiesa, ha dichiarato al Convegno di Loreto, nel 1985, che "esse non sono mera supplenza di provvisorie carenze dello Stato, né tanto meno concorrenza nei suoi confronti, ma espressione originale e creativa dell'amore cristiano".

A modo si esempio, ricordo che proprio quest'anno i Padri Scolopi celebrano il quarto centenario dell'apertura della "prima scuola pubblica popolare gratuita d'Europa". L'iniziativa coraggiosa di San Giuseppe Calasanzio ebbe luogo a Roma nel 1597 nel quartiere popolare di Trastevere. Nasceva la scuola per tutti. "Pietà e lettere", divenne il motto della scuola calasanziana, anticipando il binomio "fede-cultura", che oggi costituisce l'obiettivo della scuola cattolica in tutto il mondo.

Per tornare alla nostra epoca, quando i Padri conciliari, indicarono come "elemento caratteristico" della scuola cattolica il "dar vita ad un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità" (GE,n.8), indicarono non solo l’immagine istituzionale della scuola cattolica ("ambiente comunitario scolastico"), ma ne indicarono anche lo spirito, lo stile educativo, le mete finali ("libertà e carità"). Una scuola, insomma, che nel suo costituirsi ed essere comunità, contribuisce a 'formare personalità forti e responsabili, capaci di scelte libere e giuste" (La scuola cattolica, n.31). Il proprio della scuola non è solo quello di dare all'alunno abilità tecniche e capacità operative, quanto quello di sviluppare la sua interiorità, di far crescere la sua intelligenza e la volontà, di guidarlo nelle scelte della sua libertà.

Questa dinamica educativa è movimentata nella scuola cattolica dal progetto educativo che attinge ai principi evangelici. Non c'è azione educativa, infatti, senza una visione antropologica che ne ispiri il percorso e i mezzi. L'azione educativa della scuola cattolica si fonda sulla visione cristiana dell'uomo. La Congregazione per l'Educazione Cattolica, che presiedo e che è l'organismo della Santa Sede per l'educazione nei settori dei seminari, delle università ecclesiastiche e cattoliche, e in quello delle scuole cattoliche, in un documento su La scuola cattolica ha chiaramente espresso che "nel progetto educativo della scuola cattolica il Cristo è il fondamento ... E' proprio nel riferimento esplicito e condiviso da tutti i membri della comunità scolastica - sia pure in grado diverso - alla visione cristiana, che la scuola è 'cattolica, poiché i principi evangelici diventano in essa norme educative, motivazioni interiori e insieme mete finali" (n.34).

In Cristo c'è il volto completo dell'uomo. Perciò l'umanesimo integrale esige un'educazione integrale che sappia rispettare la completezza dello sviluppo umano nei suoi diversi fattori biologici, psicologici, spirituali e soprannaturali. La fedeltà al Vangelo, annunciato dalla Chiesa è il fondamento di tutta l'impresa educativa e la sorgente continua di ispirazione per tutti i momenti e gli aspetti del servizio della scuola cattolica.

Per l'attuazione di questo progetto educativo sono coinvolte tutte le componenti della comunità scolastica, soprattutto la famiglia e i docenti. La famiglia per la sua responsabilità nativa; i docenti perché sono collaboratori della famiglia.

La vocazione del docente, si legge nella dichiarazione conciliare su L'educazione cristiana, "esige speciali doti di mente e di cuore, una preparazione molto accurata, una capacità pronta e costante di rinnovamento e di adattamento"(n.5). A loro è richiesta la professionalità. "La prima cosa che deve sforzarsi di raggiungere il laico educatore - si afferma nel documento Il laico cattolico, testimone della fede nella scuola - è quella di conseguire una solida formazione professionale, il che comprende un vasto ventaglio di competenze culturali, psicologiche e pedagogiche. Non è sufficiente, tuttavia, raggiungere inizialmente un buon livello di preparazione. Occorre mantenerlo ed elevarlo aggiornandolo"(n.27).

Al riguardo bisogna dare atto che la stima e la considerazione di cui sono circondate le scuole cattoliche lo si deve anche alla qualità professionale dei docenti. Ad essi, tuttavia, è richiesta anche la testimonianza di vita cristiana. Il documento che ho appena citato sottolinea che "di fronte all'alunno in formazione occupa un posto di particolare rilievo la preminenza che la condotta ha sempre sulla parola. Quanto più l'educatore vive il modello di uomo che presenta, come ideale, tanto più sarà credibile e imitabile, perché l'alunno possa contemplarlo come ragionevole e come degno di essere vissuto, vicino e attuabile " (n.32). La professionalità e la testimonianza cristiana in un educatore devono stare insieme, perché egli "esercita un lavoro che ha innegabilmente un aspetto professionale, ma che non può ridursi ad esso. La professionalità è inclusa e assunta nella sua soprannaturale vocazione cristiana. Deve, quindi, viverla effettivamente come una vocazione personale nella Chiesa e non solo come l'esercizio di una professione" (n.37).

La fedeltà a questo progetto educativo oggi è sfidata dalla frantumazione della cultura, dovuta a diverse cause. Il crollo delle grandi ideologie, che in qualche modo offrivano una visione globale del mondo, ha determinato un improvviso vuoto culturale. Inoltre, la rapidità delle scoperte scientifiche e le possibilità inedite offerte all'uomo dalla tecnologia provocano la coscienza con problemi gravissimi, creando e aumentando lo smarrimento morale e culturale. Anche il fenomeno della immigrazione porta a contatto e a confronto religioni, sistemi etici, culture profondamente diverse e a volte contrastanti.

Questi ed altri fenomeni sono talmente pervasivi che frantumano ogni convinzione educativa. Corre facilmente sulla bocca di tutti la parola "tolleranza", come soluzione di questa complessità. A volte, però, il valore della tolleranza nasconde un atteggiamento di rassegnata impotenza o di indifferenza, e quindi l'accettazione acritica di tutto. Questo atteggiamento non è rispettoso dell'intelligenza che spinge l'uomo a cercare onestamente la verità. La tolleranza non è "neutralismo", e non è nemmeno la dissoluzione della propria identità. Al contrario, quanto più l'identità è chiara, completa, motivata, tanto più il dialogo è profondo e convincente.

Giovanni Paolo II, rivolgendosi alle scuole cattoliche di Roma il 27 ottobre dell'anno scorso, ha richiamato che "ispirandosi ad un progetto 'che si radica nel Vangelo " le scuole cattoliche rendono un prezioso servizio alla Chiesa e alla società, costituendo moderni avamposti educativi, aperti anche agli alunni di altre etnie, culture, religioni". E ancor più di recente, il 23 febbraio scorso, il Papa visitando un istituto scolastico cattolico di Roma, ha sottolineato "l'importanza di un progetto educativo che, partendo dalla famiglia, trovi poi nella comunità parrocchiale ed in quella scolastica ambiti distinti e convergenti in cui rafforzarsi. Questa forte attenzione educativa è impegno specifico delle scuole cattoliche ... Le scuole cattoliche, mentre forniscono un'istruzione qualificata, propongono ai ragazzi i valori cristiani invitandoli a costruire su di essi la loro vita".

Ecco come la Chiesa vuole spendere la libertà di educazione attraverso lo strumento importante della scuola.

4 - Conclusione

A conclusione, mi sembra di trovare una sintesi alta sull'educazione nelle parole che Giovanni Paolo II ha rivolto due anni fa alla Congregazione per l'Educazione Cattolica.

"Solo chi ama educa, perché solo chi ama sa dire la verità che è l'amore". Il nucleo di ogni attività educativa, prosegue il Papa, è "collaborare alla scoperta della vera immagine che l'amore di Dio ha impresso indelebilmente in ogni persona e che viene conservata nel mistero del suo stesso amore".

La libertà dell'educazione è al servizio della società per questo obiettivo che esalta gli educatori e ali educandi. Allora, non abbiamo paura di liberare la libertà di educazione!

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