La comunità prima della moschea
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Un intervento del patriarca di Venezia, cardinale
Angelo Scola sulla costruzione di edifici di culto per i musulmani in
Italia
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Avvenire 28 ottobre 2006 - Francesco Dal Mas |
Qual è il vero criterio del dialogo con i musulmani oggi in
Italia? Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, non ha dubbi: "Che
sia la comunità vitale a chiedere la moschea e non viceversa". In Italia
ci sono ufficialmente più di 160 luoghi di culto dell'islam, tra cui numerose
moschee. Dieci anni fa si contavano sulle dita di una mano. E le richieste
aumentano, talvolta in contesti di preoccupazione e di polemiche. Il patriarca
Scola ha colto l'opportunità del convegno su "Architettura e liturgia nel
Novecento", organizzato a Venezia dall'Ufficio nazionale per i beni
culturali ecclesiastici della Cei, durante il quale si è approfondito in
particolare il rapporto tra i luoghi di culto e le città (anche in relazione
alla Biennale d'architettura in corso) per una riflessione sulle moschee.
"Piuttosto che lavorare sempre sulla categoria spesso solo astrattamente
corretta delle reciprocità, io inviterei i fratelli islamici, come sempre
abbiamo invitato i cristiani, a mettere prima il soggetto vitale che ha bisogno
del luogo di culto rispetto al luogo di culto - ha spiegato Scola in una
video-intervista con don Gianmatteo Caputo del museo patriarcale -. Questo
aiuterà a far nascere il luogo di culto secondo una dimensione di risposta alla
domanda del popolo, che saprà trovare anche la possibilità della convivenza
pacifica, perché meticciato vuol dire fusione, ma non confusione".
Il meticciato, appunto. E' in questo "processo" - come lo chiama il
patriarca, che è stato il primo a teorizzarlo - che si colloca anche la
problematica delle moschee. Un "processo molto duro, anche doloroso",
perché la parola meticcio "evoca sempre prova, dolore, sofferenza nel
corpo stesso di chi è toccato dal meticciato". Per cui - considera Scola -
"dovremmo trovare equilibri all'interno di questo processo". Ed ecco
il proiblema delle moschee. Il patriarca di Venezia ricorda significativamente
le "cinque favolose sinagoghe" presenti in città. E dice: "Esse
si sono da sempre inserit e nell'agglomerato urbano e sono una meraviglia da
contemplare e sono ancora luoghi vitali di preghiera". La certificazione
dell'assunto che l'edificio di culto non dovrebbe precedere la comunità vitale,
semmai porsi al suo servizio. Nel processo di meticciato bisognerà vivere -
secondo Scola - il principio della differenza nell'unità. "E questa
differenza nell'unità è di capitale importanza in tema di religioni. Nessuno
pensa che il meticciato debba dare luogo ad un sincretismo religioso che annulli
tutte le religioni. Al contrario, dovrà saper valorizzare le differenze e da
questo punto di vista i cristiani sono ben situati, perché nel mistero profondo
della nostra fede in Dio stesso sta la differenza delle persone, nell'unità
della sostanza che è principio di amore. Quindi il contenuto del criterio
"vivere la differenza nell'unità", è l'amore. E questo è lo stile
con cui noi andremo al dialogo interreligioso e con cui sapremo accogliere la
nascita equilibrata di luoghi di culto diversi dai nostri. Per quanto riguarda
la moschea anche radicalmente diversi, in quanto la moschea ha un canone fisso,
non è architettonicamente varia come è varia la cattedrale o la chiesa
cristiana".
Sulla funzione dei luoghi di culto in città si sono soffermati anche altri
relatori del convegno. "Ogni edificio, dalla casa all'ospedale, che serve
alla vita umana è sacro - ha sottolineato Franco Purini, teorico e architetto
di fama internazionale -, ma un edificio di culto è sacro due volte, perché
deve intercettare la spiritualità. i bisogni più profondi dell'uomo, la
richiesta di senso. Questi edifici, pertanto, non devono essere interpretati
come dei centri sociali perché il campo di significati che un luogo di culto
attiva è ben più importante".