MISCELLANEA
AGeSC
ASSOCIAZIONE GENITORI SCUOLE CATTOLICHE
"PER CAPIRCI QUALCOSA"
libro bianco sulla nuova riforma della scuola
(giugno-dicembre 2006)
conferenza stampa di presentazione
Roma 7 marzo 2007
Le prospettive di intervento
Luisa Ribolzi
Docente Università di Genova
Una premessa: il libro bianco di Agesc è importante, al di
là del contenuto, perché testimonia della capacità delle
famiglie a mettersi insieme e a offrire un contributo alle
politiche educative: in una visione veramente partecipativa
della scuola, i genitori non sono utenti passivi, né
difensori dei limitati interessi individuali dei loro
"bambini", ma possono essere co-costruttori dei
percorsi formativi, assumendo un ruolo attivo, di critica
costruttiva. Il compito dello Stato diventa allora non quello
di sostituire una famiglia "debole" o
"incapace", ma quello di aiutarla a svolgere i suoi
compiti, nella logica specifica della sussidiarietà
orizzontale introdotta nel 2001 dall’articolo 118 della
Costituzione in occasione della riforma del Titolo quinto
(interazione fra enti pubblici e società civile nel gestire
funzioni di utilità collettiva).
Ancora una premessa, questa volta legata non al soggetto
della ricerca, ma al suo oggetto, premessa che nasce dalla
storia delle riforme, o meglio delle "non riforme":
chiunque, nel nostro paese, dichiari di voler fare una
"riforma della scuola", viene inevitabilmente e
automaticamente stroncato dai mille interessi incrociati
favorevoli al mantenimento dello status quo (di destra, se il
governo è di sinistra, e viceversa). L’attuale ministro ha
pensato di uscire da questo stato di cose, con una mentalità
pragmatica, attraverso lo strumento amministrativo (il mitico
"cacciavite"). Questa decisione può e probabilmente
deve essere criticata, per una questione di principio e
indipendentemente dalle scelte operative a cui porta, ma
dimostra due cose: la prevalenza vittoriosa della burocrazia
in un sistema che si proponeva di essere "deburocratizzato"
(ma come si fa a chiedere a una struttura forte e pervasiva di
fare harakiri? Perfino in Svezia, per smantellare il Ministero
dell’Istruzione, hanno dovuto farlo in un fine settimana di
luglio!!) e il fatto che, in una scuola molto più
"governativa" che statale, un ministro deciso in
grado di gestire le relazioni sindacali può fare molto in
tempi brevi. Si può non essere d’accordo, ma bisogna
prenderne atto.
Fatte queste premesse, e partendo da quanto detto nel libro
bianco, quali sono le prospettive di azione? Mi sembra di
poter individuare quattro punti cruciali:
- la questione degli insegnanti
. E’ ormai diventato
un truismo dire che la scuola si cambia solo cambiando gli
insegnanti, e che i passi su questa via sono una sostanziale
riforma del processo di formazione iniziale e in servizio,
la modifica radicale dei meccanismi di reclutamento e
carriera (che a mio avviso dovrebbero avere come obiettivo
il passaggio delle competenze alle scuole/reti di scuole, la
costruzione di una carriera diversificata in base alle
funzioni e al tempo di servizio) cui conseguirà un
importante miglioramento retributivo, il deciso
ridimensionamento del precariato, l’istituzione di un
sistema di valutazione. La scuola è oggi quasi impotente
rispetto allo staff che ne determina la qualità, ma d’altro
canto l’insegnante passa da uno status sociale di servo
della gleba a uno di inamovibilità e ingiudicabilità,
posizioni entrambe sbagliate. Tuttavia ben poco è stato
fatto in questa direzione, e in attesa di vedere come
concretamente il ministro si muoverà – tenuto conto del
fatto che chi tocca gli insegnanti muore, Berlinguer docet…
- mi pare che le famiglie possano far sentire
instancabilmente la propria voce. Ad esempio, concordo con l’asserzione
del libro bianco che la pratica abolizione degli insegnanti
a contratto – che per inciso mantiene in vita l’università
– comporta conseguenze negative di abbattimento della
qualità e varietà dell’offerta formativa, e di
irrigidimento delle risorse disponibili.
- la questione della valutazione
– Non si tratta
solo di valutare le scuole, gli insegnanti o i livelli di
apprendimento degli alunni, su cui bisogna dare atto che
qualcosa si sta muovendo: il segnale vero di novità che il
ministro potrebbe dare sarebbe quello di introdurre una valutazione
delle innovazioni. Il tutor, o il portfolio, o i trienni
integrati sperimentali vengono di volta in volta introdotti
o aboliti, senza che nessuno si sia chiesto se funzionano o
no. Il tutor è di destra o di sinistra? Alle famiglie non
importa nulla, vogliono invece capire se serve o no ai loro
figli (e il ministro dovrebbe chiedersi se serve o no al
miglioramento complessivo dell’efficacia del sistema).
- La questione della parità
– Prendendo spunto da
un’osservazione del libro bianco, mi pare di poter dire
con un gioco di parole che in "paritaria" si
sente, più che la parità, il "paria". Si
chiarisca una volta per tutte se il sistema nazionale di
formazione introdotto dalla legge 62/2000 esiste o no: se
esiste, il sistema paritario ha pari dignità di quello
statale, e va giudicato in base ai suoi risultati e non in
base alla sua qualificazione giuridica. Se funziona, va reso
disponibile a tutte le famiglie, e non solo a quelle che se
lo possono permettere. Se non funziona, ma mi pare difficile
da dimostrare, va semplicemente privato del riconoscimento
della parità. Ma che ne è delle scuole statali che non
funzionano? Vengono pur sempre regolarmente finanziate.
Parità vuol dire anche questo… L’affermazione che i
costi per lo Stato sarebbero insostenibili è,
semplicemente, sbagliata, per ragioni che sarebbe troppo
lungo riprendere in questa sede. Il Ministro potrebbe farsi
promotore di una seria valutazione dei costi e dei benefici
di modalità differenti di finanziamento dell’istruzione,
che allarghi quella libertà di scelta delle famiglie che
nel nostro paese è poco più che simbolica, e che potrebbe
svilupparsi anche all’interno del sistema delle scuole
statali.
- La questione della partecipazione
- E’,
comprensibilmente, uno degli aspetti a cui le famiglie sono
più sensibili, ma non può limitarsi al riconoscimento del
loro ruolo attivo e ad un maggiore coinvolgimento nel
processo di progettazione, erogazione e valutazione del
servizio scolastico. Parlare di partecipazione implica anche
una maggiore chiarezza sul ruolo delle Regioni e degli
Enti Locali, una estensione del diritto di voice alle
associazioni professionali dei docenti e dei dirigenti
(che oggi delegano al sindacato alcuni dei compiti che
invece sarebbero loro propri), così da consentire al
ministero una più immediata e completa conoscenza dei
processi in atto nella scuola "militante" , una
valorizzazione del ruolo degli studenti e delle loro
associazioni nella scuola secondaria superiore, e infine un potenziamento
delle reti di scuole, che stanno nascendo numerose e che
rappresentano a mio avviso il vero interlocutore del
ministero e delle regioni.
Mi rendo conto che ogni indicazione rispetto al cammino del
ministero, in quel processo di innovazione che dovrebbe
comportare forse non una riforma globale che abbiamo visto
irrealizzabile in tempi storici e non biblici o geologici, ma
certamente un processo coerente di graduale sviluppo, nasce da
una scelta personale, e certamente io on mi sottraggo a questo
limite. Credo però che le indicazioni che mi sorgono dalla
lettura del libro bianco nascano da una lunga pratica del
sistema scolastico italiano, e siano preliminari rispetto ad
altre non meno importanti, come la necessità di un raccordo con
l’università, l’urgenza di riportare al centro dell’attenzione
la questione dei contenuti e non solo del metodo, l’importanza
di costruire reti stabili di relazioni fra la scuola e le altre
agenzie per ridurre il sovraccarico funzionale delle varie
"educazioni" , la riqualificazione delle competenze di
base in raccordo alla formazione lungo l’arco della vita, il
ripensamento sistematico dell’accoglienza ai ragazzi
stranieri. Su ciascuno di questi problemi, o quantomeno sulla
maggior parte, le famiglie sono portatrici non solo di bisogni,
ma anche di saperi, taciti o espliciti: forse dovranno
organizzarsi di più per farsi sentire, come dimostra l’attività
del Forum delle Associazioni famigliari, forse dovranno in
qualche misura e un po’ scherzosamente
"sindacalizzarsi", ma certamente portano al Ministro
un potenziale formidabile di collaborazione che, se saprà
utilizzarlo al meglio, gli consentirà di arricchire e
migliorare le politiche educative, con esiti positivi sia per il
paese che per i singoli individui.
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