Il sentire comune confortato dai giudici
di Francesco Ognibene
(Avvenire 25 ottobre 2006)
Hanno scelto la via più netta, precisa, senza ombre. I giudici della
Consulta chiamati a decidere sulla congruità di un articolo della legge 40
rispetto alla nostra Carta fondamentale si sono pronunciati ieri in poche ore
per l'inammissibilità della questione di "legittimità
costituzionale" sollevata da un giudice civile. La Corte ha così sbarrato
immediatamente la porta al primo tentativo di alterare per via giudiziaria la
legge sulla fecondazione assistita varata dal Parlamento nel febbraio 2004 e
confermata con la scelta del non voto dai tre quarti dell'elettorato nei
referendum del giugno 2005.
Dopo il corpo elettorale, ora la Corte costituzionale: due risposte perentorie
che per strade diverse arrivano a concludere per l'intangibilità di una legge
che per quanto imperfetta rispecchia il sentire largamente condiviso degli
italiani e - di conseguenza - salvaguarda la civiltà giuridica che ne è
insieme espressione e garanzia. Nella fisiologia delle relazioni sociali lo
spirito del diritto e il senso comune devono sempre potersi riconoscere a
vicenda: se l'uno ignora l'altro si compromette la stessa tenuta di un Paese,
come ci insegnano numerosi casi in Europa. E se la Corte ha scelto ieri di
limitarsi a un giudizio preliminare, mantenendosi neutra rispetto ai contenuti
della legge, con il suo pronunciamento ha di fatto ricordato che c'è una linea
da non oltrepassare mettendo in guardia chiunque volesse imboccare la
scorciatoia delle carte bollate per mettere le mani sulla tutela della vita con
argomenti già sentiti nella campagna referendaria.
Se questo è il quadro di valori nel quale si può tentare una lettura del
verdetto - lasciando agli esperti gli argomenti tecnici - verrebbe quasi da
concludere che era difficile potersi immaginare un esito diverso. Ma non è
così. L'insuccesso clamoroso del tentativo di smantellare la legge 40
attraverso uno spicciativo ricorso alle urne non è argomento che riguarda la
Corte, chiamata a pronunciarsi alla luce dei princìpi del nostro ordinamento
senza scivolare in considerazioni di carattere politico che non le competono.
Ma proprio questa terzietà assoluta del suo profilo rafforza ancor più il
significato del pronunciamento di ieri sera, del quale si attendono ora le
motivazioni. In altre parole, un esito simile era tutt'altro che scontato. E
infatti si andava già rimettendo in moto la lobby politica e culturale che
aveva tentato la spallata referendaria restando poi disorientata davanti alla
risposta corale dei cittadini a lungo blanditi con ogni genere di argomenti. I
giudici hanno tagliato corto, mettendo subito a tacere quanti si accingevano a
ripescare da un repertorio già usurato le solite affermazioni sull'arretratezza
di una legge crudele.
Il caso approdato davanti alla Corte sembrava tagliato su misura per l'ennesima
campagna strumentale sullo spartito della "pietà umana": a spingere
un giudice di Cagliari a proporre la questione di legittimità costituzionale
dell'articolo 13 era infatti il caso delicatissimo di una coppia portatrice di
talassemia che desidera avere un figlio sano e viene indotta a credere che altro
non le resti se non l'aborto selettivo o l'individuazione dell'embrione
"non difettato" tra quelli concepiti in vitro, mentre si sa che ormai
la scienza è già andata oltre questo drammatico bivio.
Con la sua sentenza la Corte alza ora un muro attorno alla legge 40 per
difenderla da chi vagheggia un'umanità scremata in sala operatoria o in
provetta: l'uomo non si "seleziona", e il diritto deve garantirlo. Gli
italiani, questo, l'avevano già capito.