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GIORNO DEL RICORDO

PERCHÉ' LE SOFFERENZE DEL PASSATO NON ABBIANO PIÙ' A RIPETERSI

Ci sono pagine della nostra storia civile che non riusciamo a digerire, con le quali facciamo fatica a fare i conti perché rappresentano ferite che ancora bruciano. Una di queste è senz'altro quella della tragica vicenda degli italiani dell’Istria, e dalla regione giuliano-dalmata che a cavallo della fine del secondo conflitto mondiale subirono, sulla propria pelle, le conseguenze di una “pulizia etnica” messa in atto dal regime comunista di Tito. La memoria di quella tragedia, di quei morti, viene tenuta viva dalla Giornata del Ricordo che ogni anno il 10 di Febbraio viene celebrata in tutta Italia e soprattutto, e questo è quanto ci sta a cuore, in tante scuole del nostro paese.
Sono trascorsi diciotto anni da quando, nel 2004, il Parlamento italiano ha istituito il "Giorno del ricordo" per "conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale."
Negli anni - grazie anche a questa ricorrenza - è cresciuta nella opinione pubblica la conoscenza e la consapevolezza di una pagina di storia a lungo ignorata e spesso negata.

Ricordo una intervista allo scrittore friulano Carlo Sgorlon dal quale mi ero recato in occasione dell’uscita del suo romanzo “La Foiba Grande”; correva l’anno 1993. Avevo letto quel libro e una pagina di storia sconosciuta si era materializzata nella mia testa. Sgorlon, con i tratti del romanzo, dei luoghi e delle persone inventate, aveva fatto di quella tragedia un “affresco”, un quadro. Per primo aveva parlato di foibe, di infoibati, di esodo al grande pubblico del lettore comune. “E’ la mia storia - mi disse allora - la storia di tanti infoibati per il solo fatto di essere italiani”
Più duro fu l’incontro con il vice sindaco di Pola qualche anno dopo. Figlio di italiani era tra quelli che in Istria aveva voluto restare e che aveva subito una vita di discriminazioni e piccole violenze. Parlando della sua storia e di come poi fosse diventato vice-sindaco di Pola gli chiesi: “Ma quando è morto Tito…?” “Sempre troppo tardi” mi rispose con tono duro.

Ricordare e raccontare è perché tutto questo non succeda più.
Ricordare gli eccidi delle foibe e l'esodo di 350.000 italiani dall’Istria tenendoci lontani dalle sterili polemiche o dalle letture faziose che ci vorrebbero spingere indietro strumentalizzando tanti morti che noi invece “vogliamo” ricordare.
Quella tragedia è frutto dei totalitarismi che hanno devastato nel secolo scorso l’Europa; di quell'odio seminato a piene mani verso il diverso che ha prodotto un immenso carico di dolore, sofferenze, ingiustizie.
Basta pensare a come ancora solo trent’anni fa i popoli dei Balcani furono travolti da ogni forma di violenza di cui il massacro di Srebrenica è il tragico simbolo.
Se i testimoni del “grande esodo”, degli uccisi nelle foibe, possono ancora parlare raccogliamo il loro monito e facciamolo conoscere ai nostri figli perché il ricordo, anche doloroso, di lutti e tragedie è una condizione necessaria perché le sofferenze del passato non abbiano più a ripetersi, per un futuro di pace e prosperità condivisa.

Roberto Zoppi
Responsabile Uffico Stampa Nazionale AgeSC