La pagina dell'A.Ge.S.C. su "Avvenire" del 28 febbraio 2003
Sommario
Scuola, promesse mancate: è crisi
Enzo Meloni*
Numerose scuole cattoliche paritarie sono in grave crisi finanziaria e rischiano la chiusura a causa del mancato rispetto di un impegno del Governo. Alle scuole materne ed elementari parificate non sono arrivati una cospicua parte dei contributi della legge 62 relativi agli anni 2001 e 2002. All’appello mancano oltre 100 milioni di euro ed è evidente che si tratta di una somma considerevole per scuole che quasi sempre riescono a chiudere i bilanci solo grazie a qualche ‘miracolo’. Anzi, il problema è ancora più grave. Le scuole avevano già programmato la loro attività e i loro bilanci, facendo affidamento su questi fondi che invece sono venuti a mancare. Era stato promesso che queste risorse sarebbero state assegnate, addirittura che sarebbero aumentate. Le promesse non sono state mantenute e l’Agesc ha scritto al Governo per chiedere ragione di questo assurdo comportamento e, soprattutto, per chiedere che il problema sia immediatamente risolto. La mancata erogazione di contributi già destinati colpisce pesantemente anche le famiglie, perché in definitiva molto spesso sono i genitori a farsi carico delle difficoltà finanziarie delle scuole. Rispondendo ad una interrogazione parlamentare, il ministro Moratti ha spiegato che i fondi non sono arrivati perché i relativi impegni di spesa non sono stati ammessi a registrazione da parte degli organi di controllo. Ha aggiunto di aver chiesto al ministero dell’Economia di poter attingere la somma dai fondi di riserva e di aver disposto il riparto dei fondi 2003. In sostanza, lo diciamo noi, le risorse mancano perché sono state destinate impropriamente dal ministero dell’economia ad altri capitoli di spesa. Insistiamo: è inaccettabile, quei pagamenti devono essere effettuati subito, lo Stato deve onorare i suoi impegni.
Fortunatamente non arrivano solo segnali negativi. Va nella direzione giusta, per esempio, il progetto del Ministero dell’Istruzione "Le famiglie e la scuola orientano i ragazzi". Si tratta di un progetto varato dal Forum delle associazioni dei genitori e che ha come obiettivo la costruzione di un reale partenariato fra scuola e famiglia. Invito tutti a prendere visione del documento nel nostro sito www.agesc.it
Come genitori di scuola cattolica non siamo certo nuovi a rapporti di stretta collaborazione con le scuole e gli insegnanti; la novità positiva, sostenuta con convinzione dal Ministro, è che questa collaborazione può ora affermarsi anche nella scuola di Stato.
Sarà questo (si veda l’articolo in questa stessa pagina) il tema centrale del nostro congresso nazionale in programma a Roma a metà marzo. Nella giornata conclusiva del Congresso verrà inoltre consegnato il Premio Mario Macchi che l’Agesc assegna a personalità che si sono distinte nel campo dell’educazione. Quest’anno il premio sarà assegnato a monsignor Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione. A ritirare il premio in sua rappresentanza sarà il professor Giorgio Feliciani, vice presidente della Fraternità di Cl. Nel messaggio inviatomi nell’accettare il Premio Don Giussani ha fra l’altro sottolineato l’importanza dell’impegno dell’Agesc per una "presenza nelle scuole di persone appassionate ed entusiaste della fede." E’ davvero questo l’orizzonte entro il quale ci muoviamo e che il prossimo congresso di Roma confermerà.
*Presidente nazionle Agesc
Congresso a Roma il 14 marzo
Dal 14 al 16 marzo l'Agesc celebrerà a Roma, al Pisana Palace Hotel, il XIII congresso nazionale che verterà sul tema "La famiglia nella scuola- ruolo istituzionale e funzione educante". Il congresso arriva in un momento particolare della scuola e della società italiane. In questa pagina abbiamo già sottolineato l'importante novità della Finanziaria 2003 che introduce un punto che è stato una precisa e qualificata battaglia dell'Agesc: il riconoscimento di un credito di imposta alle famiglie per le spese sostenute esercitando il diritto alla libertà di educazione. E' inoltre in dirittura d'arrivo la riforma dei cicli, che pure contiene un importante riconoscimento della primaria funzione educativa dei genitori. In questo momento di grande trasformazione della scuola italiana e di ritrovata attenzione per la funzione della famiglia, il congresso dell'Agesc intende mettere a fuoco proprio il ruolo che i genitori occupano nella scuola e nella società. Siamo più che interessati a raccogliere la sfida di un reale partenariato, di un passaggio che vede i genitori trasformarsi da semplici 'collaboratori' a 'cooperatori' della scuola.
Il tema sarà affrontato nella sessione pubblica del congresso. Nel pomeriggio del 14 marzo, dopo gli autorevoli saluti di monsignor Cesare Nosiglia, presidente del Consiglio nazionale della scuola cattolica, e dell'onorevole Valentina Aprea, sottosegretario del ministero dell'Istruzione, ci sarà una tavola rotonda sul tema "Dalla comunità educativa alla comunità educante". Saranno rappresentati nel dibattito i punti di vista diversi: don Bruno Stenco, direttore dell'Ufficio Scuola della Cei, proporrà l'interpretazione del magistero ecclesiale; don Giovanni Fedrigotti, già membro del Consiglio generale della Congregazione salesiana, interverrà in rappresentanza delle scuole cattoliche gestite da religiosi; Franco Nembrini, responsabile dell'ufficio scuola della Compagnia delle Opere, in rappresentanza delle scuole cattoliche gestite da laici; Giuseppe Bertagna, docente di pedagogia all'Università Statale di Bergamo, affronterà il riflesso di questa tematica nel progetto di riforma della scuola; Giorgio Bocca, docente di pedagogia all'Università Cattolica di Milano, affronterà l'argomento con particolare riferimento al progetto di formazione genitori sviluppato con l'Agesc (il partenariato genitori e scuola); Giovanni Cominelli, del comitato tecnico-scientifico Invalsi, tratterà della necessità di un governo de-burocratizzato della scuola, condizione perché le scuole possano essere realmente autonome.
Il congresso avrà una significativa conclusione domenica 16 marzo con l'incontro con alcune realtà internazionali di scuola cattolica (Irlanda, Serbia, Gerusalemme) che testimonieranno il valore della libertà di educazione in contesti difficili. Nel corso del congresso saranno rinnovati anche gli organi associativi nazionali dell'Agesc.
Buono scuola,
punto di arrivo della riforma
Nella Finanziaria 2003 è stato inserito il Credito d'Imposta per le spese scolastiche. Occorre ora "procedere" dal punto di vista legislativo, rendendo acquisito il diritto alla possibilità di libera scelta educativa. Sul tema riportiamo lo stralcio di un intervento del professor Stefano Zamagni, che ripropone alcune interessanti osservazioni sul Buono Scuola.
Se è vero, come è vero, che il monopolio statale dell'istruzione è incapace di soddisfare l'eterogeneità delle opzioni educative delle famiglie e se si accoglie la lezione di Gaetano Salvemini secondo cui "dalla competizione con le scuole private, le scuole pubbliche hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere", bisogna riconoscere che la questione della parità scolastica non è più ulteriormente rinviabile. Ne soffrirebbe, in modo ingiusto e ingiustificabile, il valore della libertà: si ha vera libertà di scelta quando le offerte educative sono diverse, sia pure non antagoniste. Ad una società autenticamente liberal-democratica non basta il pluralismo nelle istituzioni scolastiche; essa esige piuttosto il pluralismo delle istituzioni scolastiche all'interno di un sistema pubblico dell'istruzione e della formazione definito in sede politico-parlamentare.
II metodo di finanziamento scolastico basato sul cosiddetto buono-scuoIa conosce due versioni. Quella proposta da Milton Friedman prevede che il valore di un buono-scuola sia pari al costo medio per studente e che la famiglia possa integrare la differenza rispetto alla tassa richiesta dalla scuola prescelta. La seconda versione invece prevede che le scuole si impegnino a non far pagare tasse di iscrizione supplementari. Il metodo dei buoni integrabili solleva serie perplessità sul piano della equità: le famiglie ricche potrebbero aggiungere al valore del buono un supplemento allo scopo di assicurare servizi di qualità per i propri figli, determinando, di fatto, una vera e propria segmentazione dell'offerta. Se dunque si vogliono evitare high fees schools (con insegnanti qualificati, ottime infrastrutture e cosi via) e low fees schools, non resta che pensare a buoni non integrabili. Ma se così avvenisse, l'efficacia del buono lascerebbe alquanto a desiderare, perché tenderebbe a produrre effetti perversi. Infatti, in presenza del valore legale del titolo di studio e con una realtà scolastica non omogenea dal lato della domanda come è quella italiana, il buono a somma fissa finirebbe con il livellare verso il basso la qualità del servizio scolastico.
La conclusione che discende è che il metodo del buono non integrabile deve costituire il punto di arrivo del processo riformatore. Tale metodo è comunque preferibile perché: dilata lo spazio di scelta delle famiglie (e quindi accresce gli spazi di libertà); aumenta l'efficienza del sistema scolastico per mezzo di una competizione regolata; accresce il grado di equità perché consente anche a1le famiglie più povere di poter accedere a servizi scolastici di qualità.
I principi
La famiglia,
un «soggetto» sociale
Occorrono
innovazioni a livello giuridico
Ripensare anche al «welfare state»
Riccardo Prandini*
Diversamente da quanto si sente dire la famiglia oggi mostra, in maniera molto più forte di un tempo, le qualità di una nuova soggettività sociale. Con questo concetto intendiamo una modalità di relazione sociale capace di "personalizzare le persone", quello specifico modo di relazionarsi che genera una identità comune ai propri membri e la loro capacità di comportarsi come un soggetto solidale autonomo, centro di libertà, responsabilità e solidarietà alla ricerca di un bene relazionale. In quanto soggettività sociale la famiglia si esprime come ambito di mediazione tra i suoi membri e la società. Diventa perciò sempre più l’espressione dei diritti originari della persona e delle formazioni sociali intermedie precedenti e fondanti - non susseguenti e derivate - la sfera politica.
Tutto ciò comporta delle reali innovazioni sia a livello giuridico sia a livello di ripensamento del welfare state. Si pensi soltanto ai servizi pubblici alla persona: essi non riescono a seguire pienamente la norma della piena reciprocità e il medium della solidarietà poiché seguono un codice operativo sempre più professional-burocratico. Sono le famiglie stesse, invece, che associandosi e producendo nuovi servizi di relazione, innovano la società ed esprimono una vera e propria cultura familiare, diventando così portatrici di una nuova normatività e di una innovativa proposta di senso umano.
Se è vero che la famiglia (anche attraverso le associazioni) media in modo sempre più rilevante le relazioni tra individui e società, allora la società stessa, in primo luogo quella politica, deve responsabilmente tenere in considerazione i suoi diritti (familiari) originali. Ciò deve fare riflettere su quella che oggi è sempre più l’esigenza di riconoscere pienamente la cittadinanza della famiglia: la famiglia come tale deve poter godere di un complesso di diritti-doveri propri, in quanto essa è una soggettività sociale sui generis e non una mera somma di diritti-doveri individuali. Conferire cittadinanza alla famiglia significa allora riconoscere politicamente e socialmente la rilevanza della sua soggettività per la dimensione pubblica del vivere comune.
Il principio di sussidiarietà tra famiglia e società consente di rispettare, sostenere e potenziare la famiglia nella sua propria soggettività sociale; funzione dello Stato, delle Regioni, dei Comuni, delle scuole, ecc., non è quella di assumere in sé e gestire le richieste (i bisogni sociali) delle famiglie come funzione pubblico/statuale, né residuarli ai singoli soggetti privati, ma è quello di essere garante, laddove è possibile, della loro realizzazione per il tramite delle stesse formazioni sociali che esprimono le esigenze di vita quotidiana. Tutto ciò presuppone nuove risorse, nuovi soggetti di politica sociale e nuove modalità di organizzazione dei servizi, non più intesi come meri strumenti delle politiche statali e dei servizi pubblici gestiti direttamente dallo Stato. Un servizio pubblico è infatti tale se influisce positivamente sul benessere della comunità: la sua pubblicità non deriva soltanto dal carattere pubblico o privato dell'ente o organismo che lo eroga. In tal senso occorre stabilire almeno i seguenti principi: 1) sono attori di politica e di servizi sociali tutti quegli attori pubblici, privati o di privato sociale (comprese le famiglie) che agiscono per il miglioramento del benessere complessivo di un gruppo sociale, di una comunità o della società; 2) la famiglia va intesa come soggetto fondamentale dei servizi primari di vita quotidiana; 3) occorre riorganizzare i servizi sociali mettendo in relazione, secondo i propri diritti e le proprie funzioni originarie, tutti i soggetti di politica sociale. L’attuazione di questi principi nella scuola genera quella che sinteticamente viene definita una "scuola della società civile", obiettivo da ricercare come primario per il bene comune.
*docente di Sociologia della famiglia
Università di Bologna