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La battaglia per una scuola libera

di Dario Antiseri

A quanti, anche in queste ultime settimane, si sono scagliati contro la proposta del buono scuola va fatto presente che l’introduzione di effettive linee di competizione all’interno del nostro sistema scolastico è insieme garanzia di libertà e di efficienza. Ed ecco come Friedrich A. von Hayek – forse il più grande teorico del liberalismo del nostro secolo e Premio Nobel per l’economia (1974) – precisa la sua idea di buono scuola: "Si potrebbe benissimo provvedere alle spese per l’istruzione generale, attingendo alla borsa pubblica, senza che debba essere lo Stato a mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano le spese di istruzione di ciascun ragazzo buoni da consegnare alla scuola da loro scelta". Hayek afferma ancora: "Si potrebbe anche auspicare che lo Stato provveda direttamente alle scuole in alcune comunità isolate dove perché possano esistere scuole private, il numero dei ragazzi è troppo basso (e il costo medio dell’istruzione pertanto troppo elevato)". Ma nei confronti della stragrande maggioranza della popolazione, sarebbe senza dubbio possibile lasciare l'intera organizzazione e amministrazione dell'istruzione agli sforzi privati, mentre da parte sua lo Stato dovrebbe semplicemente provvedere al finanziamento di base e a garantire uno standard minimo per tutte le scuole in cui' potrebbero essere spesi i suddetti buoni. Un altro dei grandi vantaggi di questo piano sarebbe che i genitori non si troverebbero più davanti all'alternativa o di dover accettare qualsiasi tipo di istruzione fornita dallo Stato o di pagare di tasca propria il prezzo di un'istruzione un po' più cara; e se scegliessero una scuola diversa da quelle comuni, dovrebbero pagare solo un costo addizionale".

Il buono scuola è sicuramente la migliore terapia per i gravi mali della scuola italiana, intossicata dallo statalismo, e quindi di burocratismo e di inefficienza. Qualsiasi riforma scolastica, anche la più accorta, è destinata a sprofondare nel pantano di una bassa qualità e degli sprechi, qualora non venga immersa in un sistema di competizione, in grado di migliorare simultaneamente le scuole statali e quelle non statali. La verità è che sono gli statalisti a danneggiare ogni giorno di più il sistema scolastico italiano. E a tutti i cosiddetti "solidaristi" contrari al buono scuola va ripetuto che il buono scuola rappresenta una carta di liberazione per i poveri.

Di tutto ciò era ben consapevole don Luigi Sturzo. Nel luglio del 1947 Sturzo pubblica un articolo su La Libertà della scuola, dove con acume e preveggenza impressionanti, egli punta il dito su di una piaga che da quei giorni non si è più rimarginata. Leggiamo: "L'eredità fascista nel campo della scuola è stata disastrosa come in campo militare e politico. Il monopolio statale fu completo, la scuola privata credette giovarsi delle concessioni e dei favori che pagò con la perdita di ogni libertà didattica e funzionale". Dunque: per salvare la scuola è necessario, urgente, cambiare rotta: sennonché - egli annota - "il disorientamento persiste, e le linee sostanziali tracciate dagli articoli 27 e 29 della Costituzione (che poi diventarono gli articoli 33 e 34 del testo costituzionale), invece di fissare una chiara direttiva accettabile, con il loro pesante impaccio legislativo ne aggravarono la crisi".

Un giorno un amico di Sturzo, colpito dalle aspre critiche di costui nei confronti della scuola monopolizzata dallo Stato, chiese quali fossero le sue proposte per riformarla. E la sua risposta fu "di aprire le finestre e fare entrare una buona corrente d'aria di libertà, altrimenti vi si morirà asfissiati". Certo, Sturzo ben conosceva le radici e le ragioni della scuola di Stato in Italia. Egli non intendeva minimamente proporne l'abolizione. Voleva soltanto che il sistema scolastico venisse riformato "senza improvvisazione e con sani criteri didattici e sociali". Ma il punto principale era, a suo avviso, "quello dell'orientamento dell'opinione pubblica verso la libertà scolastica e contro il monopolio di Stato". Tutto ciò nella convinzione che "finché la scuola in Italia non sarà libera, neppure gli Italiani saranno liberi".

Sull'Illustrazione italiana del 12 febbraio del 1950 Sturzo affronta (con un articolo dal titolo Scuola e diplomi) la questione dei diplomi - del pezzo di carta rilasciato dallo Stato, visto come talismano, in grado di aprire le porte dell’impiego stabile". Sturzo è deciso: "Occorre capovolgere la situazione. sia lo studio, non il diploma ad aprire le porte dell'impiego". Ed ecco, la sua proposta: "Ogni scuola, quale che sia l'ente che la mantenga, deve poter dare i suoi diplomi non in nome della repubblica, ma in nome della propria autorità; sia la scoletta elementare di Pachino o di Tradate, sia l’università di Padova o di Bologna, il titolo vale la scuola. Se una tale scuola ha una fama riconosciuta, una tradizione rispettabile, una personalità nota nella provincia o nella nazione, o anche nell'ambito internazionale, il suo diploma sarà ricercato; se, invece, è una delle tante, il suo diploma sarà uno dei tanti".

La direzione dell'Illustrazione italiana, nel pubblicare l'articolo di Sturzo, espresse in una nota alcune riserve. Sturzo, allora, inviò al giornale una lettera in cui precisava che le sue idee sulla libertà di scuola erano note sin da prima della fondazione del partito popolare e che egli l'aveva difesa nei quattro anni del suo segretariato politico "quando alla Camera furono contrastati i tre disegni di legge scolastica proposti da Croce, da Corbino e da Anile". E aggiungeva che le sue esperienze inglese, olandese, svizzera, belga e americana dal 924 al 1946 "sono state posteriori, e sono servite a confermarmi nell'idea che solo la libertà può salvare la scuola in Italia". E poi: "L'intolleranza scolastica dei laicisti è sostanziata dalla presunzione che essi difendono la libertà, mentre la libertà non è monopolio di nessuno. Il monopolio scolastico dello Stato è sostanziato da una presunzione, che solo lo Stato sia capace di creare una scuola degna del nome; mentre non è riuscito che a burocratizzarla e a fossilizzarla; in sostanza, non c'è libertà dove c'è intolleranza e dove c'è monopolio. Questa è la triste situazione italiana".

Lo era nel 1950. E lo è, disgraziatamente, pure oggi, anche se all'orizzonte pare essere ormai sorta l'alba dei giorni migliori per una scuola non più strangolata dallo statalismo.

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