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Il Sole 24 0re - 1.9.2001

Sistema pubblico e scuola privata

Luisa Ribolzi

La presa di posizione del ministro Moratti al Meeting di Rimini sulla scuola non statale ha scatenato come di consueto una serie di reazioni ideologiche irrimediabilmente retró: un collega cui ho recentemente chiesto un contributo sulla scuola olandese mi ha scritto testualmente che "temi e toni del dibattito in Italia mi ricordano la "lotta per la scuola" conclusa in Olanda da una legge nel 1921". A parte il riferimento costituzionale, che come ha correttamente scritto Panebianco, bisognerebbe affrontare e dirimere una volta per tutte, vorrei cercare di rispondere in modo razionale, e non viscerale, alle principali obiezioni che vengono mosse all’integrazione della scuola statale e di quella non statale all’interno di un sistema pubblico che, non dimentichiamolo, è già legge dello stato dal 2 marzo del 2000.

  1. "Lo Stato non può e non deve rinunciare al suo compito primario di assicurare a tutti un’istruzione equa, orientata al rispetto di valori e norme comuni". Questo è assolutamente vero: ma nel quadro di una trasformazione del Welfare State, con un passaggio dallo stato gestore allo stato "facilitatore", in un numero sempre maggiore di casi lo stato decide di affidare ad altre organizzazioni, spesso non profit (ma non sempre) l’erogazione di un servizio, di cui si riserva di fissare i criteri e di valutare la qualità e non si capisce perché questo principio non debba valere nel campo della scuola. L’ipotesi che la tutela dei valori comuni sia incompatibile con il rispetto di precise scelte di campo educative, confessionali o laiche (per esempio le scuole steineriane o Montessori) è contraddetta da tutti gli studi su questo tema, ed è antistorica in una situazione sociale sempre più diversificata;

  2. Prima di dare soldi alle scuole private, è preferibile investire nella scuola pubblica, che raccoglie più di nove ragazzi su dieci". La realizzazione del sistema pubblico non significa "dare soldi alle scuole private", lettura tanto riduttiva quanto scorretta, ma garantire alle famiglie la possibilità di scegliere fra scuole diverse, che dimostrano di possedere e saper conservare nel tempo dei requisiti fissati centralmente, senza penalizzazioni economiche eccessive se preferiscono il privato (in molti paesi il finanziamento non è totale, ma comunque consistente e non solo simbolico). La scuola privata è "scuola dei ricchi" per una precisa scelta politica: l’analisi comparata mostra che a parità di condizioni finanziarie la scuola statale e quella non statale tendono ad avere popolazioni omogenee. L’unico paese europeo, come ha recentemente ricordato il ministro, in cui lo Stato non riconosce il ruolo pubblico di un servizio reso dai privati è la Grecia, dove non a caso la scuola privata mantiene caratteristiche élitarie e selettive.

  3. Il finanziamento alle scuole private svuoterebbe la scuola statale, riducendola a rifugio di chi non è in grado di passare alla scuola privata. L’immagine di una scuola statale "residuale" che accoglie solo i reietti che nessuno vuole, in condizioni ambientali difficilissime, parte dall’idea sbagliata e mortificante che la scuola statale italiana non potrebbe mai competere alla pari con un mitico settore privato: ma se funziona così male da essere abbandonata appena possibile, perché dovrebbe essere mantenuta artificialmente in vita in una nicchia protetta? Ancora una volta, i fatti smentiscono i pregiudizi: le esperienze realizzate a partire dagli anni Ottanta di conferma o estensione dei finanziamenti alla scuole non statali hanno mostrato che, dopo una crescita iniziale, si ha un assestamento su valori stabili, e l’introduzione di meccanismi concorrenziali fra le scuole statali, sollecitata dal settore privato, fa crescere la qualità complessiva del sistema. Il pericolo di una caduta degli obiettivi comuni non esiste: le scuole accreditate sono dovunque vincolate, in misura più o meno rigorosa, ad accettare i principi di base su cui di fonda la convivenza civile. In Francia, un dossier del non certo filoberlusconiano Nouvel Observateur del dicembre scorso mostra che il rischio è piuttosto quello di una troppo forte omogeneizzazione tra settore statale e non statale.

  4. Il buono scuola comporta costi troppo elevati. A parte il fatto che nel suo recente intervento il ministro Moratti correttamente non ha parlato di "buono scuola", ma di realizzazione di una parità sostanziale, quindi priva di penalizzazioni finanziarie, fra scuola statale e non statale, in cui il buono scuola è solo una delle soluzioni possibili, l’affermazione che il sostegno al settore non statale comporterebbe costi gravosi non è supportata da dati di ricerca. Il maggior costo dei sistemi cosiddetti duali o pluralistici, come quello olandese o belga, è legato alle ridotte dimensioni delle scuole dei diversi "settori" (cattoliche, protestanti, laiche) che vengono autorizzate anche con poche decine di iscritti, e non consentono economie di scala: ma nel nostro paese il sistema monopolistico ha un costo alunno più elevato, e per la scuola dell’obbligo incredibilmente più elevato, della media europea: nel 1997, un bambino delle elementari costava 5073 dollari l’anno, contro i 3621 della Francia e i 3180 della Spagna, un bambino delle medie 6716 contro rispettivamente 6087 e 3295. Somaini e Villani, per citare fra i pochi che si sono occupati seriamente di questo problema, sostengono che un calcolo serio dei costi di trasformazione del sistema potrebbe addirittura portare ad un risparmio per lo Stato, anche perché vincolare il finanziamento al buon funzionamento potrebbe far uscire dal mercato le scuole peggiori, statali e non statali. Ancora, studi sul sistema delle scuole charter negli Stati Uniti (scuole pubbliche che vengono gestite da insegnanti e genitori con la presenza di uno sponsor istituzionale, e sono finanziate direttamente dallo stato e non dai distretti) mostrano che a fronte di un finanziamento statale che varia dal 60 all’ 80%, la famiglia e la comunità mobilitano risorse aggiuntive per coprire i costi.

  5. La scuola statale è rigorosa, mentre le scuole private per accontentare i propri clienti vendono diplomi facili. Questa affermazione parte innanzitutto da una indebita identificazione fra le scuole private e le scuole che possiamo definire "imprese di insegnamento", che vendono un servizio non disponibile nella scuola statale, in genere il recupero di anni perduti. Quando parliamo di scuole del sistema pubblico (quindi ammesse a qualche forma di finanziamento) parliamo di scuole tutte accreditate in base a criteri fissati dallo stato. Al momento, questo accertamento dei caratteri di qualità del servizio reso vale per le scuole private, e non per quelle pubbliche, che vengono considerate "buone" per la loro stessa natura (e già qui ci sarebbe molto da eccepire). Tutti i paesi esigono per accreditare una scuola il rispetto di standard di qualità equivalenti a quelli delle scuole pubbliche, e in buona misura anche il rispetto di elementi generali del curricolo (durata e tipo dei percorsi, materie, contenuti principali…) per consentire il passaggio fra i due sistemi. Le scuole non statali, in linea di massima, aggiungono e modificano, non sostituiscono i percorsi delle loro sorelle statali.

Non sono così ingenua da sostenere che una realizzazione del sistema pubblico non comporti rischi o problemi, a partire dalla disuguale qualità del sistema privato, che però si sta organizzando in reti per far fronte alle richieste degli utenti: ma a mio avviso, la maggior parte di queste ed altre obiezioni nasce dal rifiuto di una parte della scuola a rinunciare al suo mercato protetto, e dall’incapacità di certa cultura ad accettare il fatto che un moderno stato democratico non deve né può sostenere un modello pedagogico e organizzativo di scuola, rispetto ad altri, ma ha il compito di garantire che tutti i cittadini godano di un servizio di qualità, che risponda a obiettivi sociali e individuali, nel rispetto della libertà di scelta e se possibile con criteri di razionalità economica. La superiorità di un modello su di un altro (la scuola unica statale piuttosto che un pluralismo istituzionale) può essere legata a un particolare momento storico, o può non esistere del tutto, o semplicemente essere indimostrabile: e temo che l’affermarla talora nasconda un inconfessato desiderio di mantenere le famiglie in uno stato di eterna minore età, invece di aiutarle a crescere e ad esprimere le proprie scelte.

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