Lo Stato deve passare dalla gestione al puro governo
del sistema scolastico lasciando spazio alla società civile
Il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola,nell’omelia
pronunciata ieri in occasione della festa del Redentore ha messo al
centro la necessaria modernizzazione del sistema di istruzione italiano.
"La strada da seguire appare quella della scuola e della
università libera, autonoma e plurale nei soggetti, nei programmi,e nei
metodi, ma accreditata da istituzioni nazionali e locali".
Pubblichiamo di seguito ampi passaggi dell’intervento.
Libertà di educazione, misura della democrazia
Come afferma suggestivamente la sociologa Margaret
Archer il processo educativo consiste in un "prendersi cura"
che mette in luce le "nostre premure fondamentali" (ultimate
concerns) che sono "ciò che ci rendono esseri morali".
Sarebbe illusorio parlare di educazione senza chiamare espressamente in
causa tre categorie: persona, realtà, libertà. L'educazione è, in
sintesi, la capacità di mettere consapevolmente in relazione la persona
con la realtà. L'Eucaristia è evento paradigmatico di educazione. San
Paolo lo descrive in modo incomparabile: "Io, infatti, ho ricevuto
dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso" (1Cor 11, 23):
una definizione perfetta, e non solo per i cristiani, della dinamica
educativa. Una traditio aperta all'ad-ventura (al futuro), poggiata
sulla testimonianza, tesa a che la libertà dell'educando vada incontro
al reale con umile curiositas, ne assapori la pienezza, non si blocchi
di fronte alla contraddizione e al male suo e degli altri: a questo deve
tendere con il contributo della intera comunità di appartenenza ogni
comunicazione di sapere. La libertà di educazione misura la natura
autenticamente democratica di una società.
La scuola unica
Se guardiamo alla situazione italiana, senza isolarla
dal contesto generale (soprattutto europeo) e dai problemi provocati dai
molteplici, rapidi e spesso dolorosi processi di transizione in atto,
che dire del nostro sistema scolastico ed universitario? La libertà di
educazione è obiettivamente garantita a tutti i soggetti che hanno il
diritto di imparare cui si connette quello di ricercare ed insegnare? In
questa sede non intendo mettere anzitutto a tema la questione della
scuola cattolica con l'annoso problema di una obiettiva (e quindi anche
finanziaria) parità scolastica. Mi interrogo sulla libertà di
educazione nella nostra scuola ed università in generale, tentando una
valutazione del sistema pedagogico-universitario come tale. Non voglio
neppure ingrossare la fila di quanti, ormai da decenni, parlano di crisi
della scuola e dell'università. È un luogo comune. Tanto meno voglio
sottovalutare l'opera che ogni giorno, spesso con grande abnegazione,
genitori, docenti, studenti, personale addetto, compiono nelle scuole di
ogni ordine e grado e nelle università in quell'azione di
"cura" che attua la vera educazione. Mi sembra tuttavia onesto
riconoscere che la scuola e l'università italiane devono ancora
compiere un lungo cammino di trasformazione per garantire veramente il
diritto alla piena libertà di educazione. È anzitutto necessario
superare un fattore di blocco che dal punto di vista del principio - al
di là quindi dei problemi strutturali e di quelli contingenti che non
sono di mia competenza - impedisce l'attuazione di una piena libertà di
educazione nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università del
nostro Paese: il mito della scuola unica. Lo esprimo con una felice
formula coniata dall'americano Charles Glenn: l'ostacolo principale per
un cambiamento innovatore del nostro sistema educativo è il mito della
scuola unica. Questo modello, al di là degli indubbi meriti storici,
persiste oggi oltre ogni ragionevolezza. Infatti in una società
frammentata e plurale come quella attuale esso è radicalmente
inefficace.
Ragioni storiche
È impossibile qui ricostruire, anche solo a grandi
linee, la storia del modello di scuola unica vigente nel nostro Paese.
Non è tuttavia difficile riconoscere che le esigenze, nate con l'unità
d'Italia, di promuovere la lingua nazionale ed il senso di appartenenza
alla nuova repubblica, hanno portato a concepire la scuola come luogo di
formazione del patrimonio di valori elementari comuni propri del nuovo
cittadino. A tale modello si sono però intrecciate prospettive
"ideologiche". Non senza accenti anticattolici sia da parte
della destra che della sinistra storiche i diversi progetti - che ebbero
poi nella celebre riforma Gentile, sostanzialmente confermata nei
principi dalla Costituzione del '47, lo sbocco più duraturo ancora oggi
dominante - hanno sempre optato per il modello della scuola unica
statale, ritenuta la più idonea a garantire libertà ed uguaglianza. La
scuola indipendente, di qualunque matrice culturale, è stata ed è
sostanzialmente sopportata quando non guardata con sospetto come
potenziale fattore di divisione. Il massimo che le è stato consentito -
la parità - come dice la parola stessa, la relega ad essere
sostanzialmente una copia, più o meno riuscita, della scuola unica di
Stato. E solo nel 2000 - con la Legge 62 che istituisce il sistema
scolastico nazionale composto di scuole statali autonome e di scuole
paritarie - si riconosce, almeno sulla carta, il ruolo pubblico della
scuola non statale. A ben vedere, con l'introduzione della
"autonomia" non avrebbe più alcun senso operare distinzioni
legate al tipo di gestione. La validità di una scuola autonoma non
dipende dall'essere statale o indipendente, ma dal suo progetto
educativo. Nel nostro paese però decentramento ed autonomia scolastici
sono lontani dall'essere compiuti.
Un diverso compito per lo Stato in campo educativo:
dalla gestione al governo
Quale via percorrere? Non v'è altra strada che
quella del coraggio di applicare fino in fondo, anche al campo
dell'educazione, il principio delle libertà realizzate sempre più
invocato in tutti i settori delle democrazie laiche e plurali odierne.
Questo solo può dare di fatto piena soddisfazione al diritto
all'educazione dei genitori e, a partire dalla maggiore età, a quello
degli stessi studenti. Diritto che consenta ad enti associati di
promuovere liberamente scuole ed università nel Paese. Lo Stato deve
rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di
progetti scolastici ed universitari per lasciare questo compito alla
società civile. Deve impegnarsi invece a garantire, attraverso
opportune forme di accreditamento, le condizioni oggettive di rispetto
della Costituzione, soprattutto l'equità nel diritto all'accesso e alla
riuscita e la qualità delle proposte formulate. Lo Stato deve passare
dalla gestione al puro governo del sistema scolastico-universitario. A
questa scelta non osta l'articolo 33 della Costituzione. È necessario
però affermare che scuole libere, promosse da liberi attori in forza
del principio di sussidiarietà, dovranno attuare anche il principio di
solidarietà per garantire l'effettivo e qualificato accesso di tutti
all'istruzione gratuita obbligatoria e, a certe condizioni, a quella
superiore ed universitaria. E gli organi statali saranno chiamati,
attraverso il processo di accreditamento, a rigorose verifiche.
Neutralità scolastica ed egemonia
Eliminare il blocco della scuola unica consentirà di
superare due difetti che hanno segnato la nostra storia e segnano il
nostro presente nel delicato campo educativo. Mi riferisco da una parte
ad una concezione equivoca della neutralità scolastica, spesso
colpevole, dall'altra, di aver trasformato scuole ed università in
terreno di lotta per l'egemonia. Si sostiene che la scuola può essere
laica solo se neutra, cioè indifferente a tutte le
"diversità", ivi comprese quelle etniche, culturali e
religiose, destinate a crescere esponenzialmente con la massiccia
presenza di studenti di origine straniera. E, cosa del tutto
inaccettabile, questa neutralità laica della scuola viene affidata alla
scuola "unica" di Stato ritenuta come l'unico modello in grado
di garantire una trasmissione di saperi tesa all'armonica convivenza
democratica basata su valori comuni, i cosiddetti valori di
cittadinanza. Alla giusta obiezione che nessuna ricerca scientifica a
livello di qualsiasi scienza e quindi nessun insegnamento od
apprendimento può essere "indifferente" rispetto alla
Weltanschauung del soggetto, si crede di rispondere con l'argomento del
cosiddetto libero confronto fra le diverse visioni. Secondo i suoi
sostenitori questa posizione, consentendo a ciascun educando di compiere
la sua sintesi personale, ne esalterebbe la libertà. Non potendo qui
discutere questa tesi pedagogica sarà sufficiente rilevare il dato che
gli stessi diritti umani e la stessa democrazia - che, nella visione
della scuola neutra unica, dovrebbero costituirne il quadro portante -
sono oggi messi duramente alla prova. La loro universalità
"astratta" non sempre riesce a comporsi con l'universalità
"concreta" delle culture e delle religioni (in modo
particolare di quella islamica). Questa ovvia considerazione basta per
dire che anche le giuste esigenze sottese al principio di laicità
declinato in una democrazia procedurale non potranno continuare ad
essere affidate ad una scuola "unica" di Stato. Tanto più che
la crescente frammentazione e pluralità della società italiana, sempre
più carica di contraddizioni, è destinata ad aggravare a dismisura la
perdita di efficacia educativa di istituzioni scolastiche che
continuassero a subire l'inevitabile rigidità ed ingessatura della
scuola unica. In secondo luogo la scuola neutra e laica attuata come
scuola unica di Stato ha condotto alla pratica di un'egemonia che
contraddice in se stessa l'attuazione delle libertà in una società
veramente plurale. Infatti trasforma la scuola de iure pubblica in una
scuola de facto privata perché progettata, gestita e governata da
gruppi egemoni. Non interessa in questa sede chi abbia esercitato tale
egemonia.
I sostanziali vantaggi di un sistema scolastico
libero
Lasciarci alle spalle il modello della scuola unica
per scegliere fino in fondo la strada dell'attuazione del pieno diritto
alla libertà di educazione riconosciuta ai soggetti che ne sono
detentori - in primis ai genitori e alle famiglie - presenta invece
innegabili vantaggi. Mi limito ad elencarli. Anzitutto può mettere in
moto la forza pedagogica creativa della pluralità dei corpi intermedi
che già normalmente agiscono e si confrontano nel Paese. In secondo
luogo può finalmente consentire una autonomia scolastica non formale ma
che si eserciti sulle materie, sui programmi, e ancor più sulla cura
dei soggetti, che è il fondamento di ogni educazione. In terzo luogo
può raccogliere la sfida di elaborare, con molta maggior efficacia, una
cultura di sintesi, capace di esaltare tutte le diversità. Una simile
scuola potrà meglio inserirsi nel processo di "meticciato" di
civiltà per orientarlo positivamente. In quarto luogo permette una sana
emulazione e confronto tra scuole, all'interno delle condizioni minime
fissate e controllate dallo Stato, per eliminare le situazioni carenti,
migliorare la qualità del sistema, fare un uso adeguato delle risorse
economiche e realizzare l'eccellenza. In quinto luogo accelera
l'inevitabile processo di integrazione con altri sistemi scolastici
europei e non solo, eliminando definitivamente l'anomalia per cui
l'Italia è stata fino al 2000 il solo paese, con la Grecia, a
identificare scuola pubblica con scuola di stato. Lo Stato e gli Enti
Locali dovrebbero aiutare le famiglie e gli enti intermedi a divenire
consapevoli dei propri diritti e ad esercitarli creativamente, anziché
continuare a sostituirsi ad essi considerandoli come eternamente
incapaci e bisognosi di tutela. In quest'ottica il diritto
all'educazione verrebbe riconosciuto a tutti i soggetti in grado di
simili intraprese scolastiche ed universitarie veramente pubbliche,
cioè al servizio di tutti. Qualunque scuola libera dovrà essere scuola
di tutti e per tutti. In una società laica veramente plurale, in cui la
democrazia si fa per procedure, possono infatti trovare posto scuole ed
università che optano per diversi modelli pedagogici. Qualsiasi ente le
gestisca, toccherà alla libertà dei genitori, degli studenti e dei
docenti operare le proprie scelte. Sarebbe meritorio che, oltre allo
Stato, anche tutte le istituzioni locali - Regione, Provincia e Comune -
mettessero compiutamente a frutto le competenze di cui già dispongono e
si facessero più direttamente carico di questa prospettiva. In ogni
caso essa mi sembra improcrastinabile per raccogliere le istanze di
articolate libertà, sempre più pressanti da parte della società
civile in tutto il Paese.
Il soggetto del sapere: unità pedagogica,
pluralità di istituzioni
Una piena libertà di educazione, poggiata su un sistema
effettivamente plurale, è esigita anche dalla molteplicità e
complessità delle discipline in cui versa oggi l'oggetto dei saperi che
scuola ed università sono chiamate ad elaborare e a comunicare. Questo
stato di cose orienta alla formulazione di un "patto
educativo" fra famiglia, scuola e i diversi soggetti sociali,
culturali ed imprenditoriali perché contribuiscano a liberi progetti
educativi. L'educazione infatti è l'esito di una rete di relazioni tra
soggetti educanti. È anzitutto un fatto "corale", non una
funzione specialistica. Ciò non preclude, anzi comprende, la necessità
di distinguere compiti e responsabilità tra i diversi soggetti. Sarebbe
utopico contrastare l'elevato tasso di complessità e differenziazione,
immaginando un ritorno a forme pre-moderne di comunitarismo. Una piena
libertà di educazione potrebbe inoltre più facilmente consentire
quell'unità del soggetto del sapere che a me pare inseparabile
dall'aver cura che regge ogni proposta educativa. L'unità del soggetto
del sapere poggia su due principi che possono essere accettati da una
società che si vuole autenticamente laica e plurale come quella
italiana di oggi. Il principio della conoscibilità del reale e quello
della capacità dell'umana ragione di ospitarlo. I diversi soggetti
(corpi intermedi), che in una società veramente democratica godano di
una completa libertà di iniziativa scolastica, sono in grado di
convenire facilmente sui questi due principi basilari. Infatti tali
soggetti, autenticamente liberi anche se legati a particolari e talora
divaricanti Weltanschauungen, non divergono sulla apertura della
libertà umana alla verità. Divergono se mai sulla misura esatta di
questa capacità o sul diametro di questa apertura o sulla definizione
più o meno stretta o larga del termine verità. Solo chi cadesse
nell'ideologia assoluta che pretenda di affermare, in nome della
libertà, l'assenza di ogni livello anche minimo di verità giungerebbe
a negare la possibilità di una scuola veramente libera. Ma una simile
posizione configura una società in cui la democrazia è puramente
ideologica e la libertà è già venuta sostanzialmente meno. La strada
della scuola e dell'università libera, autonoma e plurale nei soggetti,
nei programmi e nei metodi, ma accreditata da organismi istituzionali
nazionali e locali, ultimamente rispondenti alla Costituzione, appare la
via per una autentica modernizzazione del sistema di istruzione nel
nostro Paese.
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