Le pagine A.Ge.S.C. su "Avvenire"
Febbraio 2004
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«Il
tempo pieno?
In autonomia»
Luciano Lelli*
Entrato in scena all’inizio degli Anni Settanta del secolo
scorso, il tempo pieno ha svolto una funzione innovativa
rilevante per la scuola elementare: ampliamento delle ore
settimanali riservate alla didattica (da 24 a oltre 30),
pluralità dei docenti, adozione della programmazione
curricolare collegiale, valorizzazione delle discipline fino ad
allora considerate marginali, nuove modalità di socializzazione
tra gli alunni, .. (oltre a una migliore corrispondenza alle
esigenze dei genitori impegnati entrambi nelle attività
lavorative, rispetto al tradizionale doposcuola).
Nel corso degli Anni Ottanta, in particolare dopo l’emanazione
nel 1985 dei tuttora vigenti programmi per la scuola primaria,
progressivamente le caratteristiche funzionali del tempo
pieno sono state fatte proprie dall’intera scuola
elementare: tale processo è stato completato nel 1990 con la
legge 148 che ha dato fondamenti giuridici più consistenti al tempo
pieno (fino ad allora regolamentato da circolari annuali),
ma ne ha sancito la fine come modello, perché le sue
caratteristiche strutturali (eccezion fatta per la valenza
assistenziale determinata dalla sua connotazione di "tempo
lungo settimanale") sono state pressoché tutte estese
anche alle classi organizzate "a modulo".
Negli Anni Novanta, pur continuando il tempo pieno a
funzionare (nella quantità di posti esistente a livello
nazionale subito prima dell’emanazione della legge 148, con
diffusione ingente in alcune regioni dell’Italia
settentrionale), la ricerca pedagogica su di esso si è
praticamente estinta e quasi tutti gli "addetti ai
lavori" concordavano nella constatazione che il tempo
pieno aveva ormai esaurito la sua funzione propulsiva (anche
gran parte di quelli che da alcuni mesi agitano la bandiera del tempo
pieno in un profluvio di proclami e di manifestazioni di
piazza, per ragioni che nulla hanno a che fare con le
specificità pedagogiche e didattiche dello stesso e per il
conseguimento di obiettivi la consistenza "scolastica"
dei quali completamente sfugge).
L’attribuzione alle scuole, dal 2000, dell’autonomia
didattica e organizzativa ha ulteriormente mutato i contorni
giuridici del problema: in regime di autonomia non è il
Ministero a determinare l’organizzazione interna degli
istituti scolastici, ma sono appunto gli stessi i decisori in
merito (tanto che il D.L. di recente approvato dal Governo
abroga tutte le precedenti disposizioni riguardanti l’organizzazione
didattica, anche quelle concernenti il tempo pieno).
Il Ministero senza enfatizzare la questione (che riguarda a
livello nazionale poco più del 20% delle classi di scuola
primaria) non ha mai negato la prosecuzione sostanziale del
tempo pieno, anzi ha ripetutamente ribadito l’intenzione di
"mantenerlo in vita", nella misura di 40 ore
settimanali di frequenza scolastica. Il D.L contiene in
proposito disposizioni inequivocabili (se si sa o si vuole
leggere senza pre-giudizi), molto più estese ed esplicite di
quelle, per esempio, scritte nello schema di decreto legislativo
approntato dal ministro De Mauro per applicazione della legge
30/2000 poi abrogata.
L’affermazione che "27+3+10 non è tempo pieno",
oltre ad essere slogan ridicolo, pare ignorare l’autonomia
delle scuole, principali protagoniste, si ripete, in positivo e
in negativo, dell’organizzazione didattica e della qualità
della loro offerta.
*Ispettore tecnico in Emilia Romagna
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Riforma, conoscerla per gestirla
Marco Fabbri
Se ne parla, si discute animatamente, si polemizza, si
organizzano cortei. Spesso però senza conoscere a fondo l’oggetto
del contendere o avendone una conoscenza solo parziale e mediata
da chi è pregiudizialmente contrario a qualsiasi iniziativa
venga dall’attuale governo. Il risultato è che spesso ci si
agita non contro un fatto reale ma contro una sua caricatura. L’oggetto
sconosciuto e misconosciuto è la legge 53 del 28 marzo 2003,
ovvero la riforma scolastica che porta il nome del Ministro dell’Istruzione
Letizia Moratti.
È una riforma che, nelle linee guida, favorisce la crescita
della persona nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva,
valorizza il ruolo dei genitori e li chiama ad essere
protagonisti del processo formativo che coinvolge i loro figli.
È quindi utile e necessario che i genitori conoscano bene la
riforma e sappiano "gestirla". È da questa semplice
ma non secondaria considerazione che l’AGeSC ha deciso di
organizzare un seminario nazionale di studio sulla riforma
Moratti rivolto esplicitamente ai genitori. L’appuntamento è
per sabato 6 marzo presso l’Auditorium dell’Istituto
paritario Maria Consolatrice di via Galvani 26 a Milano. I
lavori avranno inizio alle ore 10 e termineranno intorno alle
16. Sei ore di lavoro per guardare dentro la riforma con la
lente d’ingrandimento e per verificare, come spiega il titolo
del convegno, le condizioni di fattibilità di una scuola che
punti alla qualità.
I lavori saranno presieduti da Enzo Meloni, presidente
nazionale dell’AGeSC, e coordinati da Stefano Versari,
dirigente tecnico del Ministero dell’Istruzione. Per l’approfondimento
e la discussione sono previsti tre contributi fondamentali. Il
primo pone l’accento sulla pedagogia, ovvero sul ruolo dei
genitori nella scuola della riforma. Sarà proposto dalla
professoressa Gregoria Cannarozzo, docente di pedagogia all’Università
di Bergamo. Il secondo contributo, proposto dal dottor Luciano
Lelli, ispettore responsabile dell’applicazione della riforma
in Emilia Romagna, riguarderà il quadro normativo e
ordinamentale della riforma. Ultimo contributo quello del
professor Andrea Messinese, di professione dirigente scolastico
ed anche presidente regionale dell’AGeSC in Puglia. Sarà suo
compito entrare nelle problematiche delle istituzioni
scolastiche, ovvero indicare come rendere operativa la riforma
nel concreto della vita scolastica quotidiana.
Durante i lavori interverrà anche il Direttore Generale
della Lombardia, dottor Mario Dutto.
Un appuntamento da non perdere.
Responsabile nazionale
Ufficio Stampa Agesc
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Quelle famiglie unite per educare
Carlo Caffarra*
Educare significa introdurre nella realtà.
Tutte le tappe dell’educazione sono segnate da questo
processo. Si pensi al momento della nascita: da una realtà
certo stupenda, ma ristretta, quale è il corpo materno all’universo.
Si pensi al momento del passaggio dall’infanzia all’adolescenza:
da una realtà di forte identificazione coi genitori all’affermazione
di se stessi. E’ un progressivo entrare nell’universo dell’essere
che ci circonda. Ciascuna di queste tappe è accompagnata da una
profonda crisi spirituale della persona. Una persona che entra
in una nuova tappa della vita, ha un senso di "timore e
tremore" per due ragioni fondamentali. Da una parte ogni
persona porta dentro di sé un desiderio di beatitudine,
che è inestinguibile, dall’altra parte, la novità della
realtà in cui entriamo ci fa pensare che essa potrebbe smentire
il nostro desiderio. Introdurre nella realtà significa
mantenere sempre viva la tensione fra il proprio desiderio e la
realtà; significa aiutare la persona ad uscire dal chiuso del
suo mondo di sensazioni soggettive per avvicinarsi alla realtà,
che è così come è senza di noi.
Questo "esodo" è compiuto quando
la persona è capace di amare: l’amore è il riconoscimento
perfetto della realtà più grande (più reale) che esista, la
persona. L’atto educativo è per sua natura una sfida,
e lo sarà sempre, lanciata dall’educatore alla libertà
della persona che si sta educando. Si tratta di fare uscire la
persona dal chiuso dei propri interessi, gusti soggettivi:
sfidare la libertà della persona a divenire veramente
"principio delle proprie scelte". A passare da un
agire puramente spontaneo ad un agire veramente libero. E’ la
sfida lanciata alla libertà.
Ma questo ha un’implicazione di
straordinaria importanza. Volere la realtà, significa volerla
come essa è. Come essa è? quando l’uomo vuol
rispondere a questa domanda, comincia a compiere una attività
che si chiama "pensare" e che si conclude nella
"verità". Dunque non ci può essere libertà senza
pensiero: il "pensare" è la radice della libertà. L’educatore
sfida la persona ad essere veramente ragionevole, cioè a
pensare e non semplicemente a "sentire".
La situazione della famiglia nei confronti
della "sfida educativa" è singolare. Da una parte,
bisogna affermare che non solo la famiglia è in grado di
raccogliere questa sfida, ma è l’unica realtà in grado di
farlo. Essa è il luogo in cui la persona umana può vivere
quell’esperienza fondamentale che potremmo chiamare della
"fiducia originaria". E’ l’attitudine di apertura
alla realtà che contraddice pienamente sia l’idea di una
libertà come puro spontaneismo sia l’idea del pensare come
misura della realtà. Perché solo la famiglia è in grado di
offrire questa esperienza? Perché nella famiglia la nuova
persona è accolta nel suo valore puro e semplice. E così,
reciprocamente la nuova persona incontra la realtà non come
ostile, ma come accoglienza. Ma d’altra parte, la famiglia
può essere privata di questa capacità, se essa si trova a
vivere in un contesto sociale che o la ignora o la ostacola di
fatto. Essa è ignorata, quando di fronte allo Stato esiste solo
l’individuo: quando non si riconosce che la persona è sempre
dentro una famiglia. Essa è ostacolata, quando non le si
riconosce più il suo primato nell’ambito educativo.
Primato significa che essa detiene il diritto originario e
insurrogabile dell’educazione della persona. Significa, di
conseguenza, che ogni altro soggetto educativo è al servizio di
essa.
La crisi educazionale è senza precedenti per
la sua gravità. La certezza che deve orientarci è che niente e
nessuno potrà spegnere nel cuore umano il bisogno di
educazione. E’ necessario ricostruire su questa certezza un
forte impegno associativo delle famiglie: per la ricostruzione
dell’uomo.
*Arcivescovo di Bologna
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In
Veneto l'esercito dei dodicimila
L’Agesc in Veneto è una realtà importante. È con
giustificato orgoglio che il professor Antonio Chiefari,
presidente regionale da ormai due anni dopo essere stato per sei
anni presidente provinciale a Padova, snocciola le cifre della
presenza dell’associazione in Regione: oltre dodicimila
iscritti, comitati in tutte le province, punto di forza maggiore
nella provincia di Verona.
Un’associazione forte, e quindi anche un’intensa
attività. Da qualche anno un appuntamento stabile e di rilievo
è il convegno regionale. Nel 2003 è stato dedicato all’Europa,
quest’anno (20 marzo nella sala congressi Papa Luciani di
Padova) il tema al centro della riflessione è "Dispersione
scolastica: quale ruolo della famiglia nella scuola che
cambia?" Il presidente Chiefari spiega le ragioni di questa
scelta: "Negli anni passati in qualche modo il tema era
sempre quello della parità. A Padova vogliamo affrontare un
problema, quello della dispersione, che interessa tutta l’Europa.
Se n’è parlato anche all’incontro dei ministri europei a
San Patrignano lo scorso ottobre. In Italia si calcola che il
fenomeno interessi il 15 per cento della popolazione scolastica.
È una realtà che non va delegata agli specialisti: come
genitori vogliamo condividere fino il fondo il processo
formativo dei nostri ragazzi."
Un’importante attività che vede impegnata l’Agesc veneta
è la formazione permanente dei genitori. Recentemente sono
intervenuti anche il presidente nazionale Enzo Meloni e l’assistente
ecclesiastico don Pierino De Giorgi. Per un prossimo incontro è
stato scelto una domanda cruciale: quale futuro per l’Agesc in
Veneto? "Abbiamo posto questo interrogativo – spiega
Chiefari – per far capire che un’associazione come la nostra
ha bisogno di un’adesione vocazionale. Fare l’Agesc non è
come fare volontariato, è una scelta di vita consapevole, che
interessa e coinvolge la famiglia nella sua interezza."
L’associazione cerca di vivere con un orizzonte ampio.
Partecipa al Forum regionale delle associazioni famigliari (lo
stesso Chiefari ne è il coordinatore), guarda anche oltre i
confini del nostro paese: "Stiamo esaminando la richiesta
fattaci dal console palestinese del nord-est per un gemellaggio
con una scuola di Betlemme. Penso possa essere un significativo
gesto di solidarietà con un popolo che sta
soffrendo."Anche le relazioni con la Chiesa locale sono
positive: a questo proposito Chiefari ricorda un recente
incontro con monsignor Cesare Nosiglia. L’Agesc collabora
inoltre all’organizzazione della marcia non competitiva
"so e zo per i ponti" che ogni anno si tiene a
Venezia.
Ed infine, ma non per importanza, va ricordato che per il
terzo anno consecutivo, grazie ad una legge a cui l’AGeSC ha
dato un contributo determinante, la Regione Veneto distribuirà
i buoni scuola a oltre 16 mila famiglie delle scuole paritarie.
Per l’89 per cento si tratta di famiglie della prima e della
seconda fascia, cioè di reddito basso e medio basso. Anche
questo è un risultato importante.
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