Le pagine A.Ge.S.C. su "Avvenire"
26 novembre 2004
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«Questo immobilismo uccide la riforma»
Due domande al
sociologo Dario Nicoli, a Franco Nembrini presidente della CdO e
a don Bruno Bordignon delle Scuole Salesiane
Sulla
riforma della scuola secondaria di 2° grado, abbiamo rivolto
due domande a Dario Nicoli, docente di Sociologia all’Università
Cattolica di Brescia, a Franco Nembrini, Presidente della
Compagnia delle Opere Educative e a Don Bruno Bordignon,
Segretario nazionale delle Scuole Salesiane.
Come valutate l’empasse del percorso di riforma della
scuola secondaria di 2° grado? Che effetti può avere per la
scuola italiana, non completare il percorso di riforma
intrapreso?
Nicoli Il "cuore" della riforma è proprio nel
secondo ciclo degli studi. E’ la prima volta in Italia che si
disegna un sistema unitario, con le stesse mete (Profilo
educativo, culturale e professionale), secondo un impianto
pedagogico e non disciplinare, con pari dignità tra percorsi
liceali e di istruzione e formazione professionale, con una
responsabilità primaria per questi ultimi da parte di Regioni e
Province autonome. Senza questo passaggio fondamentale, la
riforma sarebbe in effetti per la gran parte vuota.
Nembrini Il blocco della riforma Moratti sarebbe un
segnale gravissimo. Sarebbe la vittoria del partito dell’immobilismo,
che accomuna settori del sindacato, dell’amministrazione e del
corpo docente che preferiscono il mantenimento dei propri
piccoli privilegi al bene dei ragazzi.
Bordignon La riforma colloca al centro i giovani, non i
docenti, né le scuole, né le pubbliche amministrazioni, né le
organizzazioni sindacali. Sarebbe un danno grave per il Paese
ritornare al vecchio modello culturalmente retrogrado,
illuminista e razionalista, incapace di una cultura del lavoro e
di un rispetto dei processi conoscitivi umani, senza
considerazione per la psicologia e i compiti dell’età
evolutiva.
Prioritaria è la formazione del personale docente alla
personalizzazione dei percorsi di istruzione e formazione
attivati.
Come valutate l’ipotesi, sostenuta anche da Confindustria,
di non realizzare i due sistemi distinti previsti dalla Legge
(quello liceale e quello dell’istruzione e formazione
professionale), facendo confluire gli istituti tecnici nei licei
tecnologici ed economici? Cosa è in gioco, aldilà delle
possibili diverse configurazioni ordinamentali?
Nicoli Confindustria ha sostenuto da qualche anno a
questa parte – volta per volta - tutte le ipotesi possibili,
rivelando talvolta una debole preparazione su questi temi, al di
là delle buone intenzioni che la possono muovere. Sulla base
dell’indagine Excelsior delle Camere di Commercio, l’esigenza
maggiore delle imprese (60%) si riferisce a figure di
qualificati e tecnici. Liceizzare l’istruzione tecnica
produrrebbe un’offerta non professionalizzata: è ciò che le
imprese desiderano? Inoltre porterebbe ad un aumento di disagio
e dispersione: li vedete questi giovani studiare latino e
filosofia? Credo sia interesse del mondo economico italiano dare
vita – come già negli altri paesi europei – ad un sistema
di istruzione e formazione professionale di qualità, pari
dignità, aperto alla formazione superiore ed all’università
così come previsto dalla riforma Moratti.
Nembrini Non si può realizzare la riforma a qualsiasi
costo. Collocare gli Istituti tecnici (e a ruota,
inevitabilmente, i professionali) negli indirizzi dei licei
tecnologico ed economico sarebbe la fine della sua promessa più
interessante: la "pari dignità", il riconoscimento
del valore formativo del lavoro. Avremmo un percorso
"normale", quello dei licei, che raccoglierebbe l’80%
degli studenti, e un percorso di ripiego, come e più di oggi,
per quelli che proprio non ce la fanno. Tradendo, fra l’altro,
tutti quegli enti di formazione e quelle scuole che in questi
anni hanno creduto alla riforma, realizzando sperimentazioni che
hanno raccolto l’adesione di migliaia di studenti e di
famiglie.
Bordignon L’ipotesi di Confindustria è negativa per
varie motivazioni:
è meramente retrograda. E’ già possibile con i percorsi
di istruzione e formazione professionale e un anno di istruzione
e formazione superiore;
comporta un dispendio di docenti, immobili e attrezzature: un
campus (istituzione polifunzionale) può realizzare quanto
propone Confindustria con un impiego continuo di docenti e di
laboratori e risparmio di risorse;
è funzionale ad alcune industrie dominanti su alcuni
territori della Penisola, non alle possibilità di scelta degli
studenti.
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Così
si gioca sulla pelle dei ragazzi
Legge Moratti
inapplicata in tanti Comuni
di Enzo Meloni*
L’AGeSC ha seguito il percorso di riforma
scolastica che ha portato all’approvazione della legge
53/2003, condividendone le linee guida: la centralità dello
studente nel percorso educativo; il rinnovato ruolo della
famiglia, chiamata a cooperare con la scuola; la strumentazione
pedagogica: l’insegnante di riferimento (tutor), il portfolio,
le attività opzionali facoltative; …
Quest’anno segna l’avvio dell’applicazione
della riforma nella scuola primaria e secondaria di primo grado.
Raccogliamo l’esperienza e il sentire dei genitori dell’Associazione.
Numerosi i segnali di mancata applicazione sul territorio. In
alcune scuole si assiste, complici una parte dei sindacati e
delle forze politiche, ad una sorta di istigazione alla
disobbedienza civile, quando non ad una campagna di
intimidazione verso docenti e dirigenti scolastici. Altrove
prevale la logica della "rappresentazione formale"
(cambiare tutto a parole, per non cambiare nulla nella
sostanza). Ogni cittadino ha il diritto di esprimere, negli
ambiti a ciò deputati, il proprio dissenso in ordine alle leggi
della Repubblica; questo non legittima il mancato rispetto delle
norme approvate dai rappresentanti del popolo, democraticamente
eletti. Pare si stia giocando una contrapposizione
politico-ideologica sulla pelle dei ragazzi. Come mai il
Ministero dell’Istruzione appare latitante nell’adempimento
dei suoi compiti istituzionali di supporto alle istituzioni
scolastiche autonome, ma anche di vigilanza?
Cosa dire dei partiti, impegnati a
sbugiardarsi nel disinteresse verso il bene comune, che chiede
un sistema scolastico capace di svolgere, con efficacia ed
efficienza, il proprio compito educativo di istruzione e
formazione? Due esempi, fra i tanti: il ritardo oramai
incolmabile nella emanazione dei decreti legislativi; la
trascuratezza verso l’effettiva possibilità di scelta dei
genitori fra scuole statali e paritarie. Con il mancato
incremento delle risorse previste in finanziaria per le scuole
paritarie e con problemi di ordine amministrativo nell’erogazione
delle pur "risicate" risorse economiche destinate alle
famiglie delle scuole paritarie (per il 2004 manca ancora il
decreto attuativo).
E’ il tragico destino della scuola italiana:
se ne invoca il rinnovamento per renderla capace di affrontare
le sfide di una società profondamente mutata e non si è in
grado di andare oltre lo scontro; l’ideologismo, il
conservatorismo, il burocraticismo prevalgono sull’apporto di
culture differenziate. Noi, umilmente, non ci stiamo, e non ci
stanchiamo di gridare: lasciateci liberi di educare i nostri
figli, aiutateci in questo, non uccidete la speranza che è in
loro, dandogli scandalo.
*Presidente AGeSC
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intervento
Culture a confronto ma senza trascurare le radici
cristiane
di Giuseppe
Ghini*
Negli USA la parola chiave
riguardo le relazioni tra culture diverse è inclusiveness:
capacità di includere un'altra cultura senza
modificarla, ma anche senza integrarla, ciò che molti
americani giudicano una violenza più subdola.
Ci chiediamo: includere dove?
Qual è lo spazio di quest’accoglienza rispettosa, di quest’inclusione?
Il modello di spazio culturale
presupposto dall’inclusiveness prevede una sorta di
spazio newtoniano vuoto: ogni cultura trova il suo posto
accanto alle altre come in una serie di nicchie. In questo
spazio vuoto i rappresentanti di una cultura si fanno civilmente
incontro a quelli delle altre e li invitano a prendere posto
nella nicchia che li attende. Spiegano che il loro ruolo è
dovuto a una questione cronologica: erano lì prima degli altri,
non hanno valori superiori. L'ordine è cronologico, non
assiologico. Questo tipo di relazione rispettosa si definisce tolleranza
culturale (da non confondere con la tolleranza sociale verso
il portatore di idee differenti).
Lo spazio culturale assomiglia di
più a quello della fisica di Einstein, che non a quello
newtoniano. E' uno spazio pieno, di materia e di masse
culturali che hanno influenze ed effetti. Quando una cultura ne
incontra un'altra, non trova il suo spazio accanto alla
prima, in una nicchia a sé stante. Lo spazio che va ad occupare
non è privo di materia, di valori, di prodotti culturali:
l'incontro non è mai un "Prego, si accomodi", ma è
sempre un dialogo, un confronto, se mai uno scontro. Un incontro
tra culture è sempre vagliare e scartare, fondere e
contrattare, con momenti di tensione quando si toccano le
questioni di fondo: vita, matrimonio, fede, proprietà,
politica. Su questi temi non c'è nicchia che tenga: vale per
gli usi gastronomici, i vestiti, gli aspetti non essenziali.
L'eutanasia, invece, o è permessa oppure no; il matrimonio o è
monogamico o poligamico; la fede o è libera o è imposta; o
c'è libertà di associazione, di stampa, oppure non c'è.
Come giudicare cosa tenere di una
cultura e cosa scartare? Per decidere come si può evitare di
mettere a confronto queste forme culturali e di valutare qual
è meglio dell'altra?
Così risponde Zharov, studioso
russo di Culturologia che ha troppo a cuore i valori conquistati
dopo settant'anni di totalitarismo per concedersi il lusso
occidentale di questa presunta tolleranza che è in realtà
indifferentismo culturale.
"I criteri di valutazione
delle culture derivano dal fatto che il valore primigenio è
l'uomo, lo sviluppo della sua personalità e libertà. Pertanto
il grado di sviluppo di una cultura è determinato dal suo
atteggiamento nei confronti della libertà e della dignità
dell'uomo e dalle possibilità che essa offre all'autorealizzazione
dell'uomo come persona".
Nella scuola, già oggi, il
confronto tra culture è il tema. Il confronto sarà
possibile solo non rinunciando alla propria identità di
cittadini dell’Unione Europea, che nella tradizione cristiana
affonda le proprie radici.
*Docente di
slavistica
Università di Urbino
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In Trentino una presenza che aggrega
Nella provincia autonoma di
Trento l’Agesc è presente attualmente solo nel capoluogo,
Trento, anche se si sono poste le condizioni per un possibile
prossimo sviluppo della presenza dell’associazione anche a
Rovereto. A Trento ci sono comitati attivi e operanti nei
principali cinque istituti cattolici della città: l’Arcivescovile,
i Salesiani, Sacra Famiglia, Sacro Cuore e Maria Bambina.
"Questi comitati di istituto – spiega il presidente
provinciale Giuseppe Peranzoni, in carica da tre anni –svolgono
una vivace attività che come organismo provinciale cerchiamo di
coordinare. Vengono organizzati incontri per i genitori con
esperti e pedagogisti sui problemi educativi relativi ai ragazzi
di una determinata fase di età, e la partecipazione delle
famiglie è considerevole. All’inizio di ogni anno scolastico,
in ottobre e novembre, il comitato provinciale organizza un
ciclo di iniziative per tutti. Quest’anno abbiamo proposto all’Istituto
Maria Bambina sei incontri sui problemi dei bambini in età di
scuola elementare. Vi hanno partecipato circa 250 genitori. Poi
nel corso dell’anno sono i singoli comitati d’istituto che
organizzano iniziative." Il metodo è quello di valorizzare
tutti, di accogliere ogni contributo e di coordinarlo in vista
della presenza comune. "È un lavoro che implica fatica e
pazienza - osserva il presidente – ma dopo tre anni si vedono
i frutti positivi."
Questa presenza diffusa e operosa
dell’associazione può contare anche sulla simpatia e sul
sostegno dei gestori delle scuole. "Con i religiosi dei
vari istituti – spiega Peranzoni – i rapporti sono ottimi.
Ci concedono le sale per riunirci e se abbiamo bisogno di un
aiuto economico non si tirano indietro." I rapporti sono
ottimi anche con la comunità ecclesiale e con la sia autorità.
Ogni hanno in occasione dell’Avvento il vescovo incontra tutti
i genitori e celebra la Santa Messa come gesto in preparazione
del Natale.
Nei rapporti con le autorità
amministrative, il Trentino, provincia a statuto speciale, può
essere definito una sorta di isola felice. Dal 1990 esiste una
legge sul diritto allo studio che prevede due linee di
finanziamento, una per le scuole e una per le famiglie. Alle
scuole vanno ogni anno circa sette milioni di euro. "Con
questa somma – spiega Peranzoni – i gestori riescono a
pagare circa metà delle spese e ciò consente che le rette a
carico delle famiglie siano sensibilmente inferiori rispetto ad
altre regioni italiane." Ma c’è poi anche il contributo
diretto alle famiglie, erogato sulla base del reddito. Per le
famiglie particolarmente indigenti questo "buono
scuola" arriva a coprire l’intero ammontare della retta.
Un protocollo d’intesa fra il
Ministero dell’Istruzione e la Provincia ha inoltre consentito
in Trentino un’applicazione anticipata della riforma Moratti,
a partire dalle scuole elementari.
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