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28 gennaio 2005

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«Bonus: sarà pagato anche per il 2004»

Poco prima delle festività natalizie la Corte Costituzionale, pronunciandosi su un ricorso presentato dalla Regione Emilia - Romagna, ha giudicato non costituzionale la norma che, nella Legge Finanziaria dell’anno 2004, aveva disciplinato il contributo da erogare alle famiglie per la scuola paritaria. Il ricorso della Regione Emilia - Romagna verteva sul contributo aggiuntivo (rispetto al 2003) di 20 milioni di euro, contributo che il governo aveva posto a carico del Fondo nazionale per le politiche sociali. Come si ricorderà, nel 2003 il contributo era di 30 milioni di euro, innalzato per il 2004 a 50 milioni.

La Corte ha eccepito sui quei 20 milioni in più perché prelevati da un Fondo la cui gestione spetta alle Regioni. Nel 2003, invece, il contributo è stato introdotto secondo la logica dello sgravio degli oneri sostenuti dai genitori delle scuole paritarie, costretti a sostenere due volte le spese per la frequenza della scuola dei propri figli: una prima volta attraverso la fiscalità generale dello Stato, una seconda volta per pagare la retta. Su questa impostazione relativa al 2003 la Corte Costituzionale non ha avuto nulla da ridire.

Se così stanno le cose, cosa succederà per i contributi relativi al 2004? Non saranno pagati o saranno pagati solo parzialmente? A nostro parere niente di tutto questo. Già abbiamo chiarito che la sentenza salva la norme del 2003. Inoltre, la Corte richiede "continuità di erogazione" e che restino salvi i procedimenti di spesa in corso. E’ esattamente la situazione attuale: la pratica amministrativa è già partita e, secondo l’indicazione della Corte, deve quindi essere conclusa la procedura di spesa. A questo punto è anzi il caso che in modo sollecito il Ministero dell’Istruzione emani il decreto attuativo così da rispondere alle attese delle famiglie.

Fatto salvo il bonus per l’anno scorso, è bene che il governo imposti la partita per il 2005 e per gli anni futuri. Il pronunciamento della Corte Costituzionale ha di fatto ribadito che la spesa per il diritto allo studio è una competenza regionale e quindi il bonus dello Stato, erogato sulla base della legge paritaria 62/2000, non può essere in qualche misura ricondotta a competenze delle Regioni. Resta intatta la validità della scelta compiuta nel 2003: il bonus come sgravio delle spese sostenute dalle famiglie delle scuole paritarie.

È seguendo questa strada maestra che i Ministeri competenti (Istruzione ed Economia) nelle prossime finanziarie dovranno prevedere i contributi alle famiglie delle scuole paritarie su capitoli di spesa che non diano adito ad ulteriori ricorsi. Non è certo più il caso di imboccare sentieri tortuosi che incappino nella censura della Corte e si tramutino in ritardi e disagi per le famiglie italiane.

Il bonus non è uno strumento per il diritto allo studio, ma piuttosto per contribuire a realizzare l’equipollenza di trattamento economico per gli studenti delle scuole paritarie, sancita dalla Costituzione.


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Meloni: «Superiori, non si snaturi la legge»
Legge Moratti inapplicata in tanti Comuni

di Enzo Meloni*

Con una memoria inviata al ministro dell’Istruzione Letizia Moratti, il Presidente nazionale dell’AGeSC, Enzo Meloni, ha espresso il parere dell’Associazione in merito al decreto attuativo della riforma della scuola secondaria di secondo grado. In particolare si è soffermato su quattro punti: la prospettata trasformazione degli istituti tecnici in "licei tecnologici"; il passaggio dell’istruzione professionale alle Regioni dall’anno scolastico 2006/07; la definizione del monte ore delle discipline su piano nazionale e su base settimanale; la finalità di accesso al lavoro, e dunque "professionalizzante", anche per il sistema dei licei. Secondo Meloni c’è il rischio di snaturare l’obiettivo della legge 53/2003 di realizzare due sottosistemi, quello dei licei e quello dell’istruzione e formazione professionale, di pari dignità. Per essere tali – ha osservato Meloni - i due sottosistemi devono, quanto meno, essere simili nelle dimensioni (numero di iscritti) mentre nell’ipotesi prospettata il sistema di istruzione e formazione professionale si aggirerebbe attorno al 20 per cento. Non appare, inoltre, condivisibile la liceizzazione degli istituti tecnici industriali, a svantaggio della rivalutazione della cultura tecnica e professionale che pure tutte le indagini pongono come obiettivo strategico.
L’AGeSC giudica fuorviante la richiesta, diffusa anche se non conclamata, di evitare o ritardare il più possibile il passaggio delle scuole e dei docenti alle Regioni; aldilà di ogni valutazione, pur ritenendo comprensibile un certo allarmismo sugli esiti di questo "passaggio", non pare corretto condizionare un processo di riforma in relazione a quello che sarà il soggetto gestore delle istituzioni scolastiche. Circa il monte ore, la soluzione prospettata è eccessivamente "centralista", lasciando poco spazio alla flessibilità delle offerte formative delle istituzioni scolastiche.
L’AGeSC ribadisce al contempo la necessità di giungere presto alla conclusione dell’iter di riforma, anche per il secondo ciclo di istruzione.
L’AGeSC è intervenuta anche presso la commissione cultura della Camera dei Deputati con una memoria in ordine agli schemi dei decreti legislativi concernenti le norme generali sul diritto-dovere all’istruzione e alla formazione e le norme generali sull’alternanza scuola-lavoro.
Il decreto sull’alternanza offre una alternativa valida alla separazione dell’apprendistato dal sistema di istruzione e formazione; introduce una alternanza articolata in attività di laboratorio, stage, tirocinio formativo, ambiente di lavoro; attività tutte sviluppate in un collegamento sistematico tra la formazione in aula e l’esperienza pratica.
Il percorso si potrà attuare solo se il decreto della scuola secondaria di secondo grado rispetterà i principi della legge 53.


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la proposta
«A ogni etnia la propria scuola»
«Però lo Stato finanzi solo le scuole che accetteranno norme e valori comuni»

di Ivo Colozzi*

Ormai ogni festività ripropone il problema della gestione della multiculturalità nella scuola con esiti che, finora, nella maggior parte dei casi possono essere valutati in modo del tutto negativo. I problemi, comunque, non vengono solo con le feste legate alla matrice cristiana della nostra civiltà. Pone problemi, ad esempio, l’ora di ginnastica, perché i musulmani non accettano la mescolanza fra i sessi quando si tratta di scoprire parte del corpo delle ragazze. Pone problemi, ancora, la richiesta dei genitori musulmani di insegnare ai loro figli la lingua araba, essendo questa lingua inestricabilmente legata alla loro tradizione religioso/culturale e non potendo essere insegnata per semplice trasmissione orale. Per rispondere a questi problemi la tradizionale creatività degli italiani ha sfornato fino ad ora proposte che nel migliore dei casi sono ridicole ma a costo zero, come la sostituzione della parola Gesù con virtù nei canti natalizi, ma che spesso comportano pesanti aggravi di spesa, come il raddoppio delle palestre o il pagamento da parte dello Stato dei corsi di arabo o che propongono dilemmi insolubili alla stessa filosofia del sistema scolastico pubblico, come quella di creare classi di soli islamici. A me pare che ci siano due strade per affrontare questi problemi. La prima la potremmo definire, usando un termine del linguaggio della programmazione, dell’ "incrementalismo sconnesso". Consiste sostanzialmente nell’applicazione di un modello tentativo/errore, in cui si sperimentano tutte le possibili soluzioni e si scartano via via quelle che si sono dimostrate evidentemente inefficienti ed inefficaci, nella speranza che si arrivi prima o poi a trovare una soluzione che garantisca quanto meno il raggiungimento degli obiettivi minimali. In fondo è solo un perfezionamento di quanto si sta già facendo, nel senso che l’ingegnosità dei vari presidi, direttori e docenti dovrà accettare il controllo di efficienza/efficacia da parte di un sistema di valutazione che dovrà giudicare della validità/praticabilità delle varie proposte sulla base dei costi e degli effetti che tendono a produrre. La seconda è quella di modificare il famigerato articolo della Costituzione che permette la libertà di educazione, cioè la creazione di scuole da parte di soggetti diversi dallo Stato, purchè ciò avvenga "senza oneri per lo Stato" e lasciare alle famiglie e alle comunità etniche e religiose la libertà di creare proprie proposte educative, rendendo concreto e praticabile questo diritto attraverso la previsione di forme di finanziamento dirette o indirette che dovranno naturalmente tenere conto del reddito delle famiglie degli studenti. La condizione per seguire questa seconda via è, naturalmente, che potranno essere finanziate solo le scuole che accetteranno di inserire nella loro programmazione educativa un pacchetto di contenuti che lo Stato avrà giudicato indispensabili per la formazione di cittadini che dovranno agire e interagire in contesti relazionali comuni, definiti da un insieme condiviso di norme e valori. Il vantaggio rispetto alla strada precedente è che questa soluzione, rispettando pienamente il principio di sussidiarietà, assegna alle famiglie/comunità la responsabilità di rielaborare i contenuti della propria cultura avviando un processo di confronto e assimilazione del diverso (che è anche ciò che è comune) che si configura come un vero e proprio ripensamento dell’identità e offre allo Stato il ruolo di "facilitatore" di tale processo, non solo utilizzando la leva del sussidio finanziario ma anche attraverso interventi di sostegno e mediazione culturale.

*Dipartimento Sociologia
Università di Bologna


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Medaglia di Ciampi a don Pierino

Una medaglia d'oro e un diploma di prima classe per meriti scolastici e culturali, sono stati consegnati dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a don Pierino De Giorgi, assistente ecclesiastico dell’AGeSC. Al momento della cerimonia, il 16 dicembre scorso, al Quirinale, con don Pierino, c’era anche il presidente nazionale dell'associazione, Enzo Meloni. Un segno della gratitudine e dell’affetto che tutta l’Associazione nutre per il sacerdote che da dieci anni segue il suo cammino con paterna sollecitudine. Oltre che un meritato premio per don Pierino, l’AGeSC valuta la decisione di Ciampi "un riconoscimento importante per l’attività dell’Associazione, da sempre impegnata per valorizzare la funzione educativa della scuola."
Quella di don Pierino è appunto una lunga carriera nel mondo della scuola, iniziata il 1 ottobre del 1957 alla scuola media di Milano Sant’Ambrogio e nel Centro professionale Don Bosco, dove ha insegnato Lettere. Nato nel 1929 a Varese, don Pierino si è prima laureato in filosofia (1952) e poi in teologia (1957) all’Ateneo salesiano di Torino. Ordinato sacerdote nel 1957, don Pierino ha insegnato, oltre che nei già citati istituti, al ginnasio di Milano, presso i Licei Scientifici e Classici di Treviglio e Parma e, dal ‘75 all’83, in quelli di Milano. Infine, dall’88 al 2000, ha insegnato filosofia e storia presso il Liceo di Frascati. Dal 1975 al 1983 è inoltre stato preside a Milano del liceo salesiano classico e scientifico
Nel 1995 è stato chiamato all’Università Salesiana di Roma come
esperto e ricercatore del Centro Studi Scuola Cattolica (CSSC) della Conferenza Episcopale Italiana. Nello stesso anno à stato nominato dalla Cei assistente ecclesiastico dell'Associazione Genitori Scuola Cattolica. Un incarico che don Pierino svolge con grande paternità sacerdotale, offrendo all’associazione un contributo spirituale e culturale di enorme spessore. Dal 1998 è componente del comitato tecnico scientifico del Centro Studi per la Scuola Cattolica. Ha pubblicato numerosi articoli in riviste specialistiche di studi sulla scuola e la famiglia (Docete, Note di pastorale giovanile, La Famiglia, ecc.). Numerosi sono i suoi contributi apparsi su volumi e pubblicazioni scientifiche, fra questi i rapporti del Centro Studi per la Scuola Cattolica, editi annualmente dal 1999 dall’editrice La Scuola, Brescia.


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