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27 maggio 2005

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referendum E' chiara l'indicazione dell'associazione di non recarsi a votare. Di fronte alla scadenza di giugno le scelte sono diverse: si può votare sì, si può votare no, ci si può astenere o si può non andare a votare. Il non votare è una scelta positiva e legittima. In gioco è infatti il ritorno al "far westa" della fecondazione assistita
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«al non voto»
L'obittivo di salvare la legge 40 (non è il meglio possibile, ma è comunque meglio rispetto all'ipotesi di abrogazione) è molto più importante del metodo per conseguirlo

Marco Fabbri

Negli ormai prossimi referendum che vogliono abrogare punti fondamentali della legge 40/2004 sulla procreazione assistita, l’AGeSC indica di non recarsi a votare.

Di fronte ai referendum le scelte sono diverse: si può votare sì, si può votare no, ci si può astenere o si può non andare a votare. Il non votare è una scelta positiva e legittima. In gioco con questi referendum è il ritorno ad un Far West nella fecondazione artificiale.

Ora come ora, l’urgenza è spiegare questa situazione. Perché la vittoria degli abrogazionisti (che chiedono di votare "si") sarebbe un inganno. Ma anche scegliere di votare "no" servirebbe solo a fare raggiungere il quorum al Referendum, cioè a renderlo valido.

Il solo modo di non cancellare la legge (che pure è perfettibile) è quello di non recarsi alle urne.

In questi mesi si è costituito, a livello nazionale e nelle realtà locali, il Comitato Scienza & Vita, a cui hanno aderito tutte le associazioni e i movimenti cattolici, numerosi parlamentari di entrambi gli schieramenti, "laici" e scienziati. Il Comitato propone la scelta del "non voto". Una grande quantità di cittadini seguirà questo invito. Se questi saranno la maggioranza, il Referendum non raggiungerà il quorum e non sarà valido. Perciò, in questa ottica, chi va a votare è utile solo a chi vuole eliminare l’attuale legge: il suo "no", infatti, va ad aumentare il numero di votanti e può contribuire a far raggiungere il quorum necessario. Insomma: chi vota "no" è come se votasse "si". È bene saperlo.

Qualcuno storcerà il naso sulla scelta del "non voto". Molte sono state le discussioni prima di arrivare alla decisione condivisa. Ma ora che la strategia è stata definita non è più il tempo delle discussioni o dei sofismi. L’obiettivo comune è di salvare la legge (lo ripetiamo, non è il meglio possibile, ma è comunque meglio rispetto all’ipotesi di abrogazione) è molto più importante del metodo per conseguirlo.

Del resto la "decisione del non voto" nella vicenda referendaria attuale non è un rifiuto di partecipazione. Anzi, esprime una più intensa partecipazione al sistema democratico. Il popolo esercita la sua sovranità delegando il potere legislativo ai suoi rappresentanti. Eccezionalmente il popolo può ritenere che la materia regolata da una legge già promulgata meriti un riesame, sia pure grossolano perché esprimibile solo con un "si" o con un "no" senza distinzioni o sfumature. Perciò la prima questione da risolvere è quella di sapere se il popolo vuole effettivamente il riesame. Per questo la Costituzione (art. 75) stabilisce che i referendum non hanno effetto se non partecipa al voto almeno il 50% degli elettori. Se non viene raggiunto questo "quorum" significa che la maggioranza degli elettori non voleva il referendum.

Il popolo sovrano, negando il quorum, decide che il referendum era uno strumento inadeguato per intervenire e non era meritevole di essere promosso e pertanto sceglie il mantenimento di quella legge. Il "non voto" manifesta, dunque, in questa occasione una duplice volontà popolare: il rifiuto dei contenuti dei quattro referendum e il "no" allo strumento del referendum, inadeguato per intervenire su questioni di tale complessità.

Nella campagna referendaria in corso nessuno ci può accusare di tradire un dovere di partecipazione. Dunque, niente rimorsi di coscienza di fronte alle sirene incantatrici che vorrebbero spezzare il fronte dei difensori della legge. L’unico voto vero è il non voto.


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Nona stesura del decreto sulle secondarie
Approvazione prevista entro il 17 ottobre

Speriamo sia la volta buona, anche perché siamo già alla nona stesura. Ci riferiamo allo "Schema di decreto legislativo concernente le norme generali ed i livelli essenziali delle prestazioni sul secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione". E’ il decreto d’attuazione della riforma Moratti per ciò che riguarda la scuola secondaria di secondo grado (nel precedente ordinamento chiamata scuola superiore), che porta a compimento il percorso di riforma definito dalla Legge Delega 53/2003; senza di esso l’impianto normativo resterebbe monco. L’ultima stesura ha la data del 5 maggio e secondo i termini fissati dalla legge delega deve essere approvata definitivamente entro il prossimo 17 ottobre.

L’AGeSC ritiene errata l’impostazione che, anche nell’ultima bozza, accresce il sistema dei licei, attraverso la creazione di ben tre tipologie: generalisti, ad indirizzo, ad indirizzo professionalizzante. In sostanza un espediente per mantenere lo status quo. La "vittima" è il sistema dell’istruzione e formazione professionale e con questo i giovani del nostro Paese. L’esito non sarebbe dissimile da quello voluto dall’attuale opposizione, che parte dalla prospettiva del biennio unico per giungere alla negazione di un ruolo di pari dignità dell’istruzione e formazione professionale.

Viceversa, a nostro parere, il Decreto dovrebbe assicurare la pari dignità fra il sistema dei licei e quello dell’istruzione e formazione professionale, conformemente alla Legge delega; dovrebbe inoltre essere possibile a tutte le istituzioni scolastiche attivare percorsi liceali e/o d’istruzione e formazione professionale di qualifica e diploma (i c.d. campus), secondo piani di qualificazione dell’offerta formativa territoriale stabiliti in collaborazione tra Regioni, Enti Locali, Istituzioni scolastiche e formazioni sociali presenti nel territorio. Comunque, l’approvazione di quest’ultimo Decreto Legislativo è necessaria per assicurare un quadro di riferimento ordinamentale definito, anche in relazione alla conseguente determinazione delle competenze programmatorie e amministrative da parte delle Regioni. La mancata approvazione condannerebbe la riforma complessiva del sistema d’istruzione e formazione ad essere vanificata nei suoi aspetti più innovativi e peculiari. In sostanza, approvare questo testo di Decreto è il male minore, ma non il meglio.

Comitato Esecutivo Nazionale AGeSC


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«Che danno la mancata parità»
Il card. Grocholewski: l'eguale trattamento tra scuole pubbliche e private avrebbe evitato la chiusura di molti istituti cattolici

"Nel decennio 1992-2003 sono stati chiusi 481 istituti del segmento scolastico elementari-medie-superiori. Nel ventennio 1980-2000 le scuole cattoliche sono diminuite del 20,5%, quasi quattro volte più che in tutta l'Europa, e gli alunni sono diminuiti del 33,6%. Le ragioni sono di diversa natura, ma una delle principali è il mancato riconoscimento della parità scolastica a tutti gli effetti, compreso quello finanziario". Sono affermazioni chiare quelle con cui il Cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, ha offerto all’AGeSC – attraverso il periodico associativo "Atempopieno" - una profonda ed articolata riflessione sullo stato attuale della scuola cattolica in Italia e nel mondo.

Preoccupante appare, nel nostro Paese, il "ridimensionamento quantitativo" degli istituti scolastici cattolici. Una linea di tendenza che contrasta con il quadro internazionale. "Dal 1980 al 2000 nel mondo, diversamente che in Italia, le scuole cattoliche sono aumentate del 30,1% e gli alunni del 32% - rileva il Cardinale Grocholewski -. L’Africa è al primo posto nell’incremento degli alunni, con un aumento del 106,3%. L’Europa, invece, ha registrato una perdita di più di 8 milioni di alunni, pari al 7,5%."

Sorprendente è l’evoluzione della scuola cattolica nei Paesi dell’est, "dove durante il comunismo - fa notare il Prefetto - qualsiasi altra scuola fuori di quella statale era preclusa, e quindi si sono sperimentate le tragiche conseguenze e i danni derivanti dal monopolio dello Stato nel campo scolastico." La legislazione ha infatti riservato grande attenzione alla libera scelta educativa delle famiglie. Nei Concordati stipulati con la Santa Sede, nelle nazioni che hanno ritrovato la libertà dopo il 1989, sono stati garantiti alcuni diritti fondamentali. Innanzitutto, fa notare il Prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica, alla Chiesa è stato riconosciuto il diritto di istituire scuole cattoliche. E alle famiglie la libertà di scegliere la scuola per i propri figli, con uguale trattamento dei cittadini sul piano giuridico e finanziario. Ciò accade in Ungheria, Croazia e Slovacchia. Invece, nell’Europa occidentale – rileva il porporato – "mi sembra di percepire più un ripensamento restrittivo da parte dei governi nel settore scolastico, sia per difficoltà economiche sia per il diffondersi di una falsa concezione della laicità".

Grande significato, quindi, è il ruolo delle famiglie e delle associazioni dei genitori. Anche l’AGeSC, afferma, "può dare un grande contributo a sostenere il diritto-dovere naturale dei genitori nell’educazione dei propri figli, che comporta come conseguenza anche la scelta dell’ambiente educativo scolastico in piena libertà e senza alcun condizionamento, anche di carattere economico."

Roberto Alborghetti


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devolution
Un nuovo equilibrio tra Stato e Regioni

La riforma costituzionale in discussione in Parlamento, suscita timore, con riferimento alla scuola, perché sembra assegni il sistema scolastico alle Regioni. Ma la precedente modifica del Titolo V non ha già di fatto "consegnato" la scuola alle Regioni? Il nuovo progetto di devolution introduce novità? Quali? A queste domande risponde Annamaria Poggi, Docente Diritto Regionale – Università di Torino.

Per valutare l’eventuale impatto della devolution sul sistema scolastico italiano occorre confrontare l’attuale competenza legislativa delle Regioni con quella che ad esse verrebbe attribuita dalla revisione costituzionale.

L’attuale art. 117 assegna alla competenza legislativa concorrente delle Regioni la materia dell’"istruzione" mentre assegna allo Stato la definizione delle "norme generali" e dei "principi fondamentali". Il contenuto della materia è, attualmente, abbastanza definito, sia grazie agli interventi legislativi, sia in forza di alcune importanti sentenze della Corte Costituzionale, sia in considerazione del fatto che gli articoli 33 e 34 della Costituzione prevedono una serie di norme e di principi che incidono significativamente sull’interpretazione delle competenze statali e regionali. In considerazione di tali tre fattori potremmo dire che allo Stato compete: la definizione dei cicli scolastici e la loro durata; l’individuazione degli obiettivi del sistema; le norme sulla valutazione; il reclutamento e la formazione del personale docente; la garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni per l’accesso al sistema di istruzione. Ciò che resta, inoltre, non è tutto di competenza regionale, poiché vi è uno spazio costituzionalmente garantito che risponde all’autonomia delle Istituzioni scolastiche: consiste sostanzialmente nell’autonomia della gestione delle attività didattiche e di organizzazione e gestione interna delle scuole. L’ambito della competenza regionale sull’istruzione è stato ben definito dalla Corte Costituzionale in una serie di sentenze che hanno precisato che esso si concretizza sostanzialmente nella programmazione del sistema (istituzione, accorpamento, fusione di scuole, programmazione dell’offerta sul territorio, integrazione tra istruzione e formazione professionale, programmazione del personale docente e sua allocazione…).

Rispetto a tale quadro la normativa contenuta nel d.d.l. di revisione costituzionale prevede che alle Regioni venga attribuita una competenza legislativa esclusiva in materia di "organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche". Allo Stato rimarrebbe in ogni caso la competenza legislativa sulle "norme generali sull’istruzione". Ora pare che rispetto al quadro già esistente di competenze, la c.d. devoluzione non aggiunga nulla di particolarmente significativo: l’organizzazione scolastica pare infatti equivalere all’attuale programmazione.


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