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27 ottobre 2006

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La presidente nazionale dell'Agesc, Maria Grazia Colombo, ha scritto una lettera aperta al ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni
Scuola cattolica, culla di missione

Di Maria Grazia Colombo* 

La scuola cattolica come strumento di missione della Chiesa. È il compito che, secondo mons. Bruno Stenco, direttore dell?ufficio educazione, scuola e università della Cei, il convegno ecclesiale di Verona consegna alla scuola cattolica italiana. È una coscienza nuova che deve affermarsi, specialmente dopo il discorso di papa Benedetto XVI, anche dentro la comunità ecclesiale. "Il Santo Padre – spiega mons. Stenco – ha indicato a tutta la comunità cristiana la necessità di un fecondo incontro tra fede, vita e cultura. Ebbene la scuola cattolica è il luogo dove la fede della comunità cristiana si fa progetto educativo, elaborazione pedagogica. La sintesi tra fede, cultura e vita nella scuola cattolica diventa un’offerta formativa". Mons. Stenco sottolinea anche l’insistenza del Papa sulla fede amica dell’intelligenza, sulla ragione che non può essere chiusa e autosufficiente ma aperta alle grandi questioni del vero e del bene. "Questo non è un discorso confessionale, è un discorso sulla razionalità e la scuola cattolica deve essere al centro di questo processo. La fede va testimoniata e comunicata nel rispetto della persona e quando ciò avviene c’è l’educazione. La scuola cattolica è la sintesi di fede, cultura e vita in un contesto educativo, in una comunità educante formata formata da genitori, insegnanti e alunni".

La scuola cattolica così intesa è una risorsa per tutto il sistema scolastico nazionale. "Con la sua stessa presenza – sottolinea mons. Stenco – la scuola cattolica consente alle famiglie l’esercizio della libertà di scelta educativa, che è un diritto costituzionalmente garantito. La presenza della scuola cattolica permette che ci sia più attenzione al tema dell’educazione, che la scuola non sia ridotta a mera istruzione. Da questo punto vista occorre prestare molta attenzione a che nelle politiche scolastiche e nella revisione della riforma Moratti sia posto in dovuta considerazione la questione dell’educazione e la presenza dei genitori. Talune scelte compiute dall’attuale ministro – la scomparsa del tutor, l’eliminazione del portfolio alla cui elaborazione potevano contribuire i genitori, l’abolizione dell’orario scolastico facoltativo – potrebbero contribuire a diminuire la presenza dei genitori, riducendo la scuola a sola istruzione".

Il direttore dell’Ufficio educazione della Cei ha messo in evidenza anche la funzione pubblica della scuola cattolica. "La legge 62/2000 afferma che il sistema scolastico nazionale è formato da scuole statali e scuole paritarie. Ma c’è una funzione pubblica della scuola cattolica anche dal punto di vista della Chiesa. La fede, come ha ribadito il Santo Padre a Verona, non è un fatto privato, è un fatto pubblico, per tutti. La scuola cattolica è un progetto di cattolici italiani che si propone a tutti. A volte l’accusa è che in questo modo si compromette l’unità del sistema. Rispondo che la scuola cattolica è espressione di una soggettività che si esprime dentro le norme dello Stato. Lo Stato si faccia garante di realizzare le condizioni economiche per l’uguaglianza di accesso e delle norme generali per l’istruzione. Coniugando sussidiarietà ed equità. L’alternativa non può essere una scuola di Stato uguale per tutti, in questo modo si sacrificherebbero le diverse soggettività".


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Paritarie, dieta a pane e acqua

Nella Finanziaria 2007 sono previsti 54 milioni di euro in meno per le scuole paritarie. Questa è purtroppo l’amara verità nonostante il Governo affermi che "al fine di dare il necessario sostegno alla funzione pubblica svolta dalle scuole paritarie nell’ambito del sistema nazionale di istruzione" gli stanziamenti saranno incrementati di 100 milioni di euro, da destinare prioritariamente alle scuole dell’infanzia. Si sostiene anche che si vuole così ripristinare il fondo "tagliato" dal precedente Governo.

Le cose non stanno così perché la Finanziaria 2006 aveva stanziato 532 milioni di euro. Nelle unità previsionali per il 2007, nell’ambito delle riduzioni per consumi intermedi, era però prevista una riduzione dei contributi per le scuole non statali a 378 milioni di euro.

Ora si aumenta questo importo "previsionale" di 100 milioni di euro, da destinarsi prioritariamente alle scuole dell’infanzia. Si arriva, perciò, complessivamente a 478 milioni di euro. Per tornare almeno ai livelli dei 2006 ne mancano 54. Quali scenari prospetta dunque la Legge Finanziaria del 2007 alle famiglie che scelgono le scuole paritarie?

La ripartizione del 2006 prevedeva: euro 7.000.000 per progetti delle scuole secondarie, euro 10.284.000 per l’handicap, euro 158.605.010 per le parifiche ed il resto per le scuole dell’infanzia.

Se consideriamo che le scuole dell’infanzia non avranno riduzioni, visto il "prioritariamente" introdotto in Finanziaria; che le risorse per l’handicap derivano da una legge e non sono ragionevolmente riducibili; che le risorse per le scuole secondarie sono già ridotte e non ulteriormente significativamente comprimibili; possiamo allora ipotizzare che la riduzione di 54 milioni di euro peserà tutta sulle convenzioni di parifica delle scuole primarie. Se così fosse il 34 per cento delle classi delle scuole primarie parificate non sarebbe più rifinanziabile e sarebbe certa la "chiusura" della maggioranza di queste, con un conseguente aggravio ben superiore di costi per l’erario ed un impoverimento dell’offerta educativa nel nostro Paese.

Da parte della Margherita e di Forza Italia è stato presentato un emendamento teso a ripristinare i 50 milioni di euro, ma sulla Finanziaria, come noto, pende la spada di Damocle del voto di fiducia. L’Agesc ha preso posizione chiedendo che venga data piena attuazione alla legge 62 del 2000, che siano incrementati nella Legge Finanziaria 2007 i capitoli di spesa previsti per le scuole paritarie; e che sia rifinanziato il contributo statale alle famiglie, a parziale rimborso delle spese sostenute per l’iscrizione nelle scuole paritarie.

Marco Fabbri


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intervento
CUna figura nata per fronteggiare la dispersione scolastica e le difficoltà di apprendimentoosì formiamo uomini aperti e liberi che si appassionino a temi sociali e della vita civile
«Che errore aver fatto fuori i tutor»

Di Luciano Lelli*

Con la cosiddetta "sequenza contrattuale" resa nota il 17 luglio, sono stati, tra l’altro, disapplicati commi degli articoli 7 e 10 del decreto legilsativo 59/2004, cioè quelli concernenti l’attribuzione della funzione di tutor a un docente di ogni classe del primo ciclo. Menzionando tale figura sbrigativamente con il termine generico di "tutor", il ministro Fioroni si è affrettato a precisare che il provvedimento assunto non significa "abrogazione", in quanto "le nuove competenze istituite dal decreto legislativo facevano già parte della funzione docente, così come regolata dal contratto, e rientravano a pieno titolo nell’autonomia e nella responsabilità delle istituzioni scolastiche".

Con la "Nota di indirizzo" trasmessa alle scuole il 31 agosto 2006, poi, il ministro ha, tra l’altro, stabilito – con riferimento alla valutazione degli apprendimenti – che "altre eventuali forme di valutazione dei processi formativi (dossier, cartelle, portfolio, ecc.) saranno rimesse alla piena autonomia delle scuole".

Ritengo entrambi i provvedimenti errati e nocivi per la residua qualità del sistema formativo italiano.

I provvedimenti sui cui si è convenuto in quattro e quattr’otto, in una giornata di piena estate, tra l’agenzia Aran e le organizzazioni sindacali, suscitano alcune perplessità.

Il Parlamento vara una legge, in applicazione della stessa il Governo emana un decreto legislativo. Sulla base di una norma veramente paradossale, parti di un decreto legislativo possono essere non applicate (proprio così, buttate nel cestino della carta straccia) quando risulta che siano in contrasto con disposizioni contrattuali (pare che a tale norma si sia fatto, forse per decenza, rarissimo ricorso).

Come si giustifica, infatti, secondo logica, che un provvedimento legislativo assunto dal Governo (che rappresenta, sia pure pro tempore, la totalità dei cittadini) venga annullato, quasi con atto d’imperio, dai sindacati, per nulla espressivi della volontà popolare e neppure dell’universo degli operatori scolastici ma soltanto dei lavoratori iscritti?

Tra l’altro, le disposizioni eliminate, riguardanti la funzione, non riguardano soltanto l’organizzazione del lavoro dei docenti ma anche i diritti degli alunni che, tramite l’esercizio della funzione di un tutor professionalmente preparato, avrebbero potuto trarre consistenti vantaggi sul piano educativo.

Siamo sicuri che l’intenzione di attribuire a un docente una responsabilità eminente nei riguardi degli allievi (consistente prevalentemente nel potenziamento dell’atteggiamento di cura, sostegno, agevolazione, rimozione degli ostacoli, rinforzo della motivazione ad apprendere, aiuto ad aver fiducia nelle proprie risorse) fosse davvero una soluzione campata per aria, "senza capo né coda"?

Forse nei mesi scorsi ci si è dimenticati – come assai di frequente capita – del motivo per cui detta innovazione è stata concepita: il proposito di fronteggiare il fenomeno della dispersione, del disagio scolastico e delle difficoltà negli itinerari di apprendimento.

La non applicazione della funzione di tutor e la banalizzazione della norma sul portfolio vanno lette come vere e proprie cancellazioni drastiche di provvedimenti innovativi: Tali provvedimenti sono indubbiamente osteggiati da percentuali consistenti di insegnanti, che però spesso sono sollecitati non da analisi rigorose sulle questioni ma dall’adesione acritica a "parole d’ordine" che nulla avevano e hanno da spartire con il maggior bene della scuola italiana.

*Dirigente Ministero dell’Istruzione Pubblica


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Noi genitori, sulle orme di Benedetto

"A Verona il Papa si è confermato come guida del popolo cristiano e l’assemblea dei delegati, applaudendo i passi salienti del suo discorso, ha detto "noi ci stiamo", seguiamo le tue indicazioni". Maria Grazia Colombo, presidente nazionale dell’Agesc, era fra quanti ascoltavano e applaudivano. L’Agesc ha partecipato al convegno ecclesiale di Verona con l’allestimento di una mostra illustrativa dell’attività dell’associazione e con l’organizzazione, insieme alla Fidae, di un convegno sulla scuola cattolica come "scuola di tutti e per tutti".

"Non vanno assolutamente perse le indicazioni di Benedetto XVI – afferma il presidente – A partire dalla considerazione che l’Italia oggi è un terreno particolarmente bisognoso e nello stesso tempo favorevole alla testimonianza dei cristiani. Il Papa ha sottolineato il tentativo in atto di escludere la fede dalla vita pubblica. E ha aggiunto che questa situazione è un’opportunità per non ripiegarsi su se stessi, sulle proprie attività e aprirsi invece ad una testimonianza pubblica della propria fede. Ci ha invitati a rendere visibile il grande "sì" della fede, a ridare piena cittadinanza pubblica alla fede. Credo che questo sia un richiamo particolarmente importante anche per noi genitori cattolici impegnati nell’Agesc".

Certo la presidente Colombo è ben contenta che il Papa nel suo discorso abbia fatto un esplicito riferimento alla scuola cattolica. "Ma mi preme ancor più sottolineare come il Santo Padre è arrivato a parlare della scuola cattolica. È partito dal giudizio che la fede è amica dell’intelligenza, ha proseguito ricordando la realtà dell’educazione che significa trasmettere la fede da una generazione all’altra. Ha anche aggiunto che educare significa risvegliare nella persona il coraggio delle decisioni definitive. E a questo punto ha introdotto il tema della scuola cattolica". Benedetto XVI ha citato la scuola cattolica nel contesto del complesso impegno educativo della Chiesa, ricordando che "nei suoi confronti sussistono ancora, in qualche misura, antichi pregiudizi, che generano ritardi dannosi, e ormai non più giustificabili, nel riconoscerne la funzione e nel permetterne in concreto l’attività".

Particolarmente importante, per la missione dell’Agesc, anche il passo nel quale Benedetto XVI ha precisato che la Chiesa in quanto tale non è agente politico e che il lavoro nell’ambito politico è compito dei laici sotto la propria responsabilità.

In definitiva Maria Grazia Colombo ritiene che "dall’assemblea di Verona venga dalla Chiesa una precisa domanda di sapere dove andare, di essere ricompattata in vista della missione che l’attende" e che il discorso del Papa "abbia avuto il compito di indicare i punti del cammino". L’invito a ridare cittadinanza pubblica alla fede è pienamente accolto dall’Agesc.


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