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24 novembre 2006

Sommario

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Libertà di scelta diritto da tutelare

Di Valerio Lessi

È proprio vero, come afferma una martellante campagna, che il buono scuola, e con esso qualsiasi forma di sostegno diretto alle famiglie che scelgono la scuola paritaria non statale, è non conforme alla Costituzione? Il professor Giovanni Giacobbe, ordinario di istituzioni di diritto privato alla Lumsa di Roma, presidente del Forum delle Associazioni Familiari, prima di rispondere ci tiene a fare una premessa: ciò che dirà lo sosterrà non in quanto cattolico ma nella veste di cultore del diritto positivo, la sua sarà solo un’interpretazione logico-sistematica del dettato costituzionale.

Il punto di partenza non possono che essere alcuni articoli della Costituzione. "Innanzitutto – spiega il professor Giacobbe – l’articolo 29 che garantisce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. A questo va aggiunto il primo comma dell’articolo 30 secondo cui i genitori hanno il dovere e il diritto di educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Cosa significa questo diritto-dovere di istruire ed educare, esteso anche ai figli naturali? Per istruzione si intende l’acquisizione da parte dei giovani di conoscenze e capacità tecnico-professionali. Educare invece è qualcosa di più ampio: si intende la trasmissione dei valori fondamentali sui quali si basa la vita di una persona. Se il genitore ha il diritto-dovere di educare, significa che spetta a lui e solo a lui scegliere il progetto educativo che giudica più adeguato ai valori che intende trasmettere ai figli. Se è vero che spetta allo Stato predisporre per tutti gli strumenti idonei a questo compito, tuttavia le famiglie hanno il diritto di poter scegliere fra sistemi diversi".

E qui arriviamo alla "madre" di tutte le dispute sulla libertà d’educazione: Tutto bene, si dice, ma se enti e privati hanno diritto di istituire scuole, devono però farlo "senza oneri per lo Stato". Un inciso che viene letto non solo come esclusione di un finanziamento diretto alle scuole ma anche come proibizione di un qualsiasi sostegno alle famiglie."Non è un’interpretazione giusta. – ribatte il professor Giacobbe – Quel comma semplicemente indica che quando i privati istituiscono scuole non hanno automaticamente diritto a un finanziamento. Si può inoltre ricordare che quel comma è inserito in un articolo che garantisce la libertà della scienza e dell’insegnamento. Ma non è questo il punto. L’articolo 31 impegna lo Stato ad agevolare "con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi". Ora abbiamo visto che fra questi compiti c’è il diritto dovere di educare i figli. Quindi lo Stato deve rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono ai genitori di realizzare il loro diritto alla libera scelta educativa. Perciò non solo un aiuto alle famiglie non è incostituzionale ma è addirittura un obbligo dello Stato. Questo è inoltre conforme a quanto in linea generale dispone l’articolo 3, comma secondo, laddove lo Stato si impegna a rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico che impediscono ai cittadini di esercitare i loro diritti di libertà".

E fra questi diritti, con buona pace di chi non vuol capire, c’è anche la libertà di educazione.


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Serve ossigeno agli istituti paritari

La legge Finanziaria, non è più ormai solo il "bilancio preventivo" dello Stato. Nel corso degli anni ha assunto una rilevanza sempre maggiore perché usato per introdurre nell’ordinamento legislativo con rapidità una miriade di norme che richiederebbero altrimenti tempi lunghissimi per il normale iter di approvazione. La situazione quest’anno si è aggravata per il sostanziale "empasse" in cui opera il Senato, con una maggioranza di Governo ridottissima. Cosicché diventa quasi scontato il ricorso al voto di fiducia sulla legge, visto l’elevatissimo numero di articoli e gli altrettanto numerosi emendamenti che sempre accompagnano l’iter in aula; altrimenti si arriverebbe all’esercizio di bilancio provvisorio dello Stato.

E’ quanto sta avvenendo per la Finanziaria 2007, approvata con voto di fiducia della Camera dei Deputati, sabato 18 novembre. Ora il disegno di legge è passato all’esame del Senato.

L’Agesc è consapevole che l’attuale situazione economica del Paese impone scelte difficili e che il nostro sistema di welfare va globalmente ripensato. I provvedimenti che si dovranno attuare non possono però essere frutto di "istanze" personalistiche o di categoria. Il bene comune richiede di investire le risorse disponibili a sostegno della famiglia, in modo organico e continuativo. Per questo l’Agesc continua a chiedere al Governo ed al Parlamento che nella Finanziaria 2007 vengano incrementate le risorse per le scuole paritarie e venga rifinanziato il contributo statale alle famiglie a parziale rimborso delle spese sostenute per l’iscrizione nelle scuole paritarie.

Diversamente le famiglie delle scuole paritarie sarebbero ancora una volta e maggiormente discriminate economicamente nell’accesso ad un servizio che la legge riconosce avere pari dignità rispetto alle scuole statali. Una ingiustizia che penalizzerebbe ancor più la libertà di scelta dei genitori, considerato anche il grave ritardo con cui continuano a venire erogati i contributi spettanti sia ai genitori che alle scuole.

Marco Fabbri


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dibattiti
La ricetta del Governatore di Bankitalia Mario Draghi «Risorse alle famiglie»
«Più concorrenza fra le scuole»

Di Valerio Lessi

Importanti alcuni passaggi della lectio magistralis su "Istruzione e crescita economica" tenuta da Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, all’Università La Sapienza di Roma in apertura dell’anno accademico.

Il Governatore ha innanzitutto richiamato l’importanza del capitale umano, una risorsa che è frutto dell’istruzione e dell’educazione. "Ha preso nuova forza quell’ampio filone della letteratura economica che da tempo è volto a riflettere sul nesso fra istruzione e sviluppo. A grandi linee, il livello di istruzione riveste un peso determinante nello spiegare i processi di crescita economica sotto due fondamentali profili. Il primo attiene al miglioramento delle conoscenze applicate alla produzione: l’accumulazione di capitale umano alimenta l’efficienza produttiva, sospinge la remunerazione del lavoro e degli altri fattori produttivi". Ma i benefici dell’istruzione "non si limitano all’ambito strettamente produttivo: incidono sullo stesso contesto sociale, contribuendo anche per questa via alla crescita economica".

Draghi ha anche richiamato l’importanza del capitale sociale, costituito dalle "reti di relazioni formali e informali, che favoriscono l’azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione del benessere". Dopo aver analizzato l’istruzione in Italia, riconoscendo la positività di taluni risultati, ha poi osservato che il deficit di istruzione rimane alto, non in ragione di una minore spesa rispetto ad altri paesi, ma per l’alto rapporto insegnanti/alunni. Se questo dipende anche da politiche di integrazione dei diversamente abili, tuttavia "il divario con gli altri paesi rimane elevato, riflettendo tra l’altro la frammentazione degli insegnamenti, e non si traduce in una miglior qualità dei risultati scolastici. Pesano carenze nell’organizzazione e nella motivazione del personale… (Inoltre) le risorse pubbliche destinate all’istruzione post-secondaria sono relativamente minori in Italia che in molti altri paesi avanzati. Questo è anche il contraltare delle maggiori risorse destinate all’istruzione primaria e secondaria. La scelta politica di fondo è stata quella di privilegiare i primi ordini scolastici a scapito dell’investimento in conoscenze avanzate. Non è una scelta lungimirante in un mondo in cui l’innovazione è la chiave di volta dello sviluppo. Le risorse pubbliche impiegate in Italia appaiono ancora minori nel confronto con quelle messe in gioco nei sistemi universitari di stampo anglosassone, che pure vedono la prevalenza di atenei privati. E’ però diversa la forma che assumono gli interventi: ad esempio, negli Stati Uniti prevale il finanziamento diretto degli studenti meritevoli e delle loro famiglie, attraverso borse di studio e prestiti personali; in Italia, come nel resto dell’Europa continentale, è di gran lunga prevalente il finanziamento delle strutture universitarie".

Il Governatore ha poi affermato che "Garantire a tutti i giovani le medesime opportunità di successo nell’apprendimento, purché si adoperino per meritarlo, è la chiave per innalzare insieme l’efficienza e l’equità nel campo dell’istruzione. Entrambi gli obiettivi possono essere perseguiti in vari modi fra loro complementari. Nella scuola può essere utile aumentare la concorrenza fra gli istituti, sia nell’ambito pubblico sia in quello privato, con modalità di finanziamento che da un lato premino le scuole migliori e dall’altro trasferiscano risorse direttamente alle famiglie per ampliarne la possibilità di scelta".

Un intervento autorevole che per certi aspetti confuta quanti, sbagliando, hanno correlato la richiesta di liberalizzare il sistema scolastico con una supposta privatizzazione mercantile della scuola.


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Obbligo a 16 anni, ma con la formazione

Di Marco Fabbri

Prosegue la polemica sull’introduzione dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione relativo al primo biennio del secondo ciclo, sia per lo strumento normativo utilizzato, la legge finanziaria, sia per la mancanza di un dibattito sui contenuti di questo biennio. Torna, come sempre quando si cerca di cambiare la secondaria superiore, il problema dell’ammissibilità o meno della formazione professionale, a concorrere all’assolvimento della fascia dell’obbligo.

Sull’argomento il Prof. Michele Colasanto, presidente di Forma, ha osservato che "negare questa possibilità, significherebbe impoverire il sistema formativo, privarlo di opportunità che si sono dimostrate preziose per contrastare la dispersione scolastica e rinunciare all’apporto di organizzazioni della società civile, spesso di ispirazione cristiana, storicamente molto vicine ai ceti popolari, come quelle presenti nella formazione professionale."

D’altra parte l’esperienza insegna che i percorsi integrati nelle Regioni che hanno inteso scolasticizzare la formazione professionale hanno prodotto maggiore dispersione formativa rispetto a quelle regioni che hanno valorizzato un sistema con pari dignità fra scuola e formazione professionale.

Per Colasanto occorre sprovincializzare il dibattito e orientarlo a scelte non precostituite che corrispondano a ciò che è necessario: affrontare la dispersione scolastica, rendere effettive per tutti le chance di accesso alla formazione e liberare le eccellenze consetendo a ciascuno di dare il meglio di sé. L’obiettivo è il miglioramento dei processi di formazione e apprendimento.

Le esperienze europee e le agenzie internazionali, a partire dall’Ocse, spingono nella direzione della diversificazione dell’offerta formativa, della valorizzazione dell’istruzione tecnica, della costruzione di filiere di formazione professionale ricomprensive dell’apprendistato e integrate verso l’alto, con opportunità di formazione superiore non necessariamente universitaria.

È così che ci si può avvicinare agli obiettivi di Lisbona, arrivare all’85% di diplomati, a ridurre una dispersione scolastica altissima, migliorare gli apprendimenti, sostenere un più efficace raccordo con il mondo del lavoro. E’ così che si può declinare il successo formativo non solo in termini di maggiore partecipazione, ma anche di valorizzazione delle differenze e delle diverse vocazioni.

L’innovazione non è mai a costo zero, anche se per la scuola occorrerebbe rivedere parametri e criteri di finanziamento. Ma maggiori risorse a favore dell’educazione all’interno di un welfare costretto a ripensarsi anche rispetto ai costi, sarebbe accettato dalla società italiana pur a scapito, di altre voci, se fosse chiaro e credibile l’obiettivo di offrire ai figli eguali o migliori opportunità rispetto a quelle che hanno avuto i padri.


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