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26 gennaio 2007

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Tagli la spesa?
Stravolgi la scuola

Di Marco Fabbri

Una sorta di riforma "nascosta" della scuola attraverso la Legge Finanziaria. Non sembri esagerato questo giudizio. Se si guarda la legge nel dettaglio (impresa difficile anche per gli specialisti) si scopre che sono stati introdotti cinquanta nuovi istituti normativi, distribuiti in 34 commi. Numeri che fanno capire come questa finanziaria sia per la scuola italiana un passaggio legislativo di portata straordinaria. Anche perché mentre circa metà dei provvedimenti in Finanziaria che riguardano la scuola sono di razionalizzazione della spesa (e questo può rientrare nella normalità), l’altra metà riguarda invece riforme vere e proprie del sistema di istruzione. Si capisce perché il governo abbia scelto questa strada: la legge finanziaria ha un percorso veloce e un’approvazione certa, spesso blindata dal voto di fiducia. Ed è quanto avvenuto anche quest’anno: la Finanziaria è diventata un provvedimento omnibus, utilizzato anche per far passare norme che avrebbero meritato una legge specifica ed un dibattito approfondito.

Il meccanismo del voto di fiducia, oltretutto, impedisce che vengano discussi e votati emendamenti al testo. Due emendamenti, presentati anche su sollecitazione della nostra Associazione, riguardavano direttamente la libertà di scelta educativa delle famiglie: quello per finanziare il contributo statale alle famiglie delle scuole paritarie, introdotto con la Legge Finanziaria 2003, e quello che prevedeva di mantenere alle scuole paritarie gli stessi stanziamenti economici dell’anno 2006. Tradotto in euro, nel 2007 i fondi destinati alle scuole paritarie sono stati ridotti di circa 54 milioni e le famiglie non avranno più possibilità di accedere al contributo statale che non è stato finanziato. Due decisioni che da sole bastano a far esprimere un giudizio fortemente negativo sul provvedimento.

Con la Finanziaria 2007 è stato elevato l’obbligo scolastico: si dovrà andare a scuola fino a 16 anni. I due ulteriori anni di obbligo vengono attuati nei primi due anni degli istituti di secondaria superiore, salvo percorsi e progetti che possono essere concordati tra il Ministero della Pubblica Istruzione e le singole Regioni. È stato ridotto l’orario di lezione negli istituti professionali. la legge ha inoltre abolito gli istituti regionali di ricerca educativa e l’Istituto nazionale di documentazione per l’innovazione e la ricerca educativa per dar vita ad una Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica. Come si concili l’obiettivo dichiarato (lo sviluppo dell’autonomia) con lo strumento (agenzia nazionale) è tutto da scoprire. La Finanziaria ha inoltre introdotto una riforma dell’Invalsi (Istituto nazionale di valutazione del sistema di istruzione) con un nuovo organigramma e la ridefinizione delle funzioni. È stato elevato il numero medio nazionale di alunni per classe, le graduatorie permanenti dei docenti sono trasformate in graduatorie in esaurimento, sono stati ridotti gli insegnanti di inglese nelle primarie e diminuite le spese per le supplenze. E l’elenco potrebbe continuare ancora per molto.


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Colombo: «Famiglia sotto attacco»

L’AGeSC guarda con grande preoccupazione il quadro generale in cui il nostro Paese sta vivendo. "Siamo preoccupati – osserva il presidente nazionale Maria Grazia Colombo – perché è in atto un grande attacco alla famiglia, così come è configurata nella Costituzione. La famiglia rischia di essere sempre più un assemblaggio informe di persone e non un soggetto di diritti, con una sua identità e con una rilevanza pubblica e sociale. La vicenda dei pacs è un attacco non tanto alla Chiesa ma alla stessa Costituzione e la stessa proposta di riforma del cognome mina il principio di identità e di appartenenza del figlio alla famiglia ".

"Bisogna essere attenti – insiste il presidente Colombo – manca il confronto, ci si trova di fronte ad un laicismo ostile alla rilevanza politica e culturale della religione. ".

Il giudizio dell’Agesc è che oggi è in atto il tentativo di ridurre l’esperienza cristiana ad un fatto privato. Anzi l’attacco è rivolto principalmente alla dimensione pubblica dell’esperienza di cui noi genitori cattolici siamo protagonisti. "La famiglia e l’educazione – afferma il presidente dell’Agesc – sono beni pubblici. La famiglia ha un’identità e una soggettività sociale e culturale che ha rilevanza pubblica. È in gioco la corretta concezione del rapporto pubblico- privato e anche di laicità. Lo scontro non è tanto tra laici e cattolici, ma sul modo di intendere la laicità. Quando come Associazione ci muoviamo per affermare l’identità della famiglia, per rivendicarne i diritti, ci muoviamo come laici".

Drammatica è poi la situazione in merito, alla libertà di educazione, al riconoscimento del diritto dei genitori alla libertà di scelta educativa, con la riduzione di oltre 50 milioni di euro dagli stanziamenti per le scuole paritarie e la cancellazione del bonus alle famiglie.

Che fare, allora? "L’Agesc – conclude il presidente – continua ad essere impegnata in una presenza pubblica a tutti i livelli, ad esprimere il proprio puntuale giudizio su tutto ciò che riguarda la famiglia. Occorre eliminare ogni forma di timidezza e vivere la nostra fede non più in maniera individualista pensando così di poter vivere una situazione di tolleranza nei confronti di tutta la realtà sociale che ci circonda. Il Cristianesimo non può essere ridotto ad una dimensione privata. Per sua stessa natura la fede cristiana è una testimonianza pubblica, l’identità ricevuta infatti non può essere tenuta soltanto per sè".


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«Resta alta la propensione delle famiglie italiane a scegliere le scuole del privato sociale»
I figli «capitale» da investire bene

Di Pierpaolo Donati*

Nel dibattito sulla scuola ritorna spesso il confronto fra scuole statali e paritarie del privato sociale.

Una recente ricerca (i risultati sono pubblicati in "Capitale sociale delle famiglie e processi di socializzazione: un confronto fra scuole statali e di privato sociale, a cura di Pierpaolo Donati ed Ivo Colozzi, Franco Angeli, Milano, 2006) affronta questo confronto in un’ottica particolare: quella del capitale sociale. Chi, fra scuole statali e di privato sociale, educa i ragazzi valorizzando di più, e meglio, il capitale sociale come risorsa per una buona socializzazione educativa?

I risultati dell’indagine, condotta su due campioni di genitori con figli 6-18 anni iscritti in scuole statali e di privato sociale, rivelano come queste ultime siano capaci di valorizzare il capitale sociale nei processi di socializzazione educativa più delle scuole statali.

Nella percezione dei genitori questo avviene perché le scuole di privato sociale hanno una concezione dell’educazione più "globale": danno più attenzione alle relazioni umane, aiutano di più gli studenti svantaggiati, coinvolgono maggiormente le famiglie nella vita della scuola, sono più capaci di creare una collaborazione fra genitori con orientamenti culturali differenti e li aiutano di più nel loro compito educativo. Per questo le famiglie con un capitale sociale familiare più alto, dove sono più diffuse le relazioni di aiuto fra i membri, tendono a preferire le scuole di privato sociale, che si preoccupano di sviluppare, oltre alla dimensione civica ed a quella professionale, la dimensione valoriale e quella relazionale, cui le famiglie annettono pari importanza e improntano il proprio stile di vita. Nonostante le difficoltà (problemi di costo, di distanza dal luogo di residenza, le scelte degli amici/amiche dei figli, ecc.) la propensione delle famiglie a scegliere le scuole di privato sociale resta alta e potrebbe ulteriormente rafforzarsi se si riducessero le barriere all’accesso.

Le scuole di privato sociale producono inoltre un maggior capitale sociale comunitario: il loro successo si misura nel rafforzare i legami. I risultati mostrano che reti sociali più omogenee e connesse non equivalgono a reti chiuse nei confronti di chi è diverso o non appartiene alla rete. Al contrario spronano a farsi carico direttamente dei problemi, contando meno sull’intervento dello Stato, dando più fiducia alla capacità dei cittadini associati di individuare le soluzioni ai problemi e di metterle in atto. E’ minore la propensione a forme di impegno e mobilitazione che hanno come obiettivo primario la sollecitazione alle istituzioni perché si facciano carico della soluzione del problema.

Il privato sociale costituisce, quindi, un fattore importante di valorizzazione del capitale sociale. Un sistema politico che abbia a cuore la coesione sociale del paese, che non può essere perseguita se i beni relazionali diventano beni scarsi, deve perciò impegnarsi a regolarlo in modo "promozionale". Per il sistema formativo questo richiede vengano eliminate o, almeno, ridotte le barriere all’accesso, ancora elevate, che rischiano di produrre una discriminazione nei confronti delle famiglie meno agiate economicamente. Richiede, poi, vengano garantite condizioni di autonomia: le organizzazioni formative siano libere di prestare attenzione alle condizioni reali del contesto umano e sociale in cui sono inserite e di adattare ad esse il proprio progetto educativo, le proprie prestazioni e le modalità di organizzazione.

*docente Università di Bologna


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Il nuovo esame di Stato calpesta le paritarie

Con la legge n. 1 dell’11 gennaio 2007 il nuovo esame di Stato, che conclude il ciclo dell’istruzione secondaria superiore, è diventato realtà. Nelle nuove norme aspetti positivi si sommano ad aspetti assolutamente negativi. Con la legge è stata infatti introdotta una discriminazione nei confronti dei docenti e degli alunni delle scuole paritarie, discriminazione che contraddice, nello spirito e nella lettera, la legge paritaria n. 62 del 2000.

Succede, infatti, che i dirigenti e i docenti delle scuole paritarie, provvisti dei dovuti titoli accademici di laurea ed abilitazione, non potranno ricoprire il ruolo di presidenti e commissari esterni nelle Commissioni di esame delle scuole statali e paritarie. Inoltre non è prevista la copertura delle spese da parte dello Stato dei commissari interni paritari alla stregua dei corrispettivi colleghi statali.

Il modo in cui è stata introdotta questa discriminazione è la norma che stabilisce che i commissari esterni devono essere insegnanti assunti attraverso pubblico concorso, quindi solo statali. Se l’assunzione per concorso dovesse essere un prerequisito per partecipare come commissario esterno ad una commissione di esame di Stato, lo stesso dovrebbe valere anche nel caso dei commissari interni perché concorrono a "costituire" la "commissione" esaminatrice di Stato di una scuola paritaria, valutando gli alunni e rilasciando un titolo di studio con valore legale a seguito appunto di un esame di Stato. La necessità di un "concorso" pubblico non era mai stata prescritta nei decenni scorsi né per i membri interni delle scuole legalmente riconosciute o paritarie, né per i membri esterni, provenienti dalle scuole legalmente riconosciute, delle commissioni statali.

Inoltre la decisione di mettere a carico delle scuole paritarie l’onere spettante ai propri commissari interni è ingiusta in quanto essi svolgono una funzione pubblica, all’interno di una commissione statale, per rilasciare un titolo di studio con valore legale. Si smentisce così una prassi esistente da decenni, ben prima della legge sulla parità, nonostante le scuole legalmente riconosciute non fossero affatto considerate "parte costitutiva" dell’unico sistema scolastico nazionale, come recita il primo articolo della legge 62/2000.

Ecco perché queste nuove norme sull’esame di Stato costituiscono distorsioni, forme striscianti di neostatalismo, di misconoscimento della funzione pubblica della scuola paritaria e del servizio altrettanto pubblico e di pubblica utilità svolto dai suoi dirigenti e docenti. A dichiarazioni verbali di rispetto e attuazione della legge 62 del 2000 corrispondono sempre più spesso atti che ne violano lo spirito e la lettera.


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