Le pagine A.Ge.S.C. su "Avvenire"
Novembre 2003
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Bilancio
di metà mandato: giudizio positivo sulla riforma Moratti
e il bonus concesso alle famiglie
Non convincono gli accordi con le Regioni
e la mancata riorganizzazione del Ministero
Sulla scuola luci e ombre
Sono
ancora scarse le risorse finanziarie destinate alla scuola
paritaria
Il Governo è a metà del suo percorso. Dall’insediamento
è trascorso un tempo sufficientemente ampio per tentare un
primo bilancio sulla sua azione in merito alle politiche
scolastiche. Quello che in questo articolo cerchiamo di stendere
è quindi un bilancio di metà legislatura, volto ad individuare
quanto di positivo il Governo ha realizzato e quanto invece ci
induce ad un giudizio negativo. Abbiamo scelto uno stile
sintetico, per favorire la massima comprensione del nostro
giudizio; questo comporta che ci limitiamo ad esaminare solo
alcuni dei numerosi aspetti di politica scolastica su cui il
Governo è intervenuto.
Cominciamo dai fatti positivi.
- Legge 53/2003
Abbiamo in più occasioni espresso il nostro giudizio nel
complesso positivo sulla legge 53/2003 (Legge Moratti)
innanzitutto perché pone al centro dell'ordinamento
scolastico l'attenzione alla persona dell'alunno e riconosce
la centralità del ruolo educativo della famiglia. La scuola
orienterà la propria offerta formativa sulla base delle
istanze delle famiglie e le proprie metodologie didattiche
sulla base del principio di personalizzazione.
Pari dignità fra licei e istruzione/formazione
professionale
Apprezziamo la strutturazione del sistema scolastico in un
unico sistema formato da due sottosistemi di pari dignità: il
sistema dei licei, da una parte, ed il sistema dell'istruzione
e formazione professionale, dall’altra. Una scelta che ha
come corollario fondamentale l'innalzamento a diciotto anni
del diritto-dovere all'istruzione.
Bonus per le famiglie delle scuole paritarie
Nella Finanziaria 2003 sono stati stanziati 30 milioni di
euro per un contributo alle famiglie che hanno i figli
iscritti nella scuola paritaria. Per la prima volta il diritto
alla libertà di scelta educativa delle famiglie è stato
riconosciuto nei fatti, seppure con un contributo economico
limitato. Il Senato, sollecitato dall’Agesc, ha approvato lo
scorso 13 novembre, nell’ambito della Legge Finanziaria
2004, l’innalzamento di questo bonus a 50 milioni di euro.
Vediamo ora gli aspetti negativi:
- Scarso sostegno alla legge 53/2003
La legge di riforma degli ordinamenti scolastici non è
adeguatamente sostenuta dal Governo. Sono scarse le risorse
economiche per consentirne il pieno avvio. E’ in ritardo la
decretazione relativa. La scuola ha bisogno di certezze.
Trattandosi di Legge Delega, il Governo assuma le proprie
responsabilità fino in fondo.
- Legge 62/2000: non sono state incrementate le risorse,
come invece promesso, per la scuola paritaria
La legge sulla parità ha incrementato gli obblighi per le
scuole non statali che accedono al sistema paritario. Non
altrettanto sono state incrementate le risorse. E’ il caso,
per esempio, dell'inserimento degli alunni con handicap, di
cui si parla in altro articolo in questa pagina. Non esiste
nessun Paese al mondo in cui al riconoscimento della pubblicità
di un servizio svolto da soggetti diversi dallo Stato non
corrisponda la conseguente possibilità di accesso al servizio
stesso senza condizionamenti economici.
- Accordi sbagliati con le Regioni
Per l’attuazione del sistema di istruzione/formazione
professionale, la legge prevede intese specifiche con le
regioni. Alcune di quelle sottoscritte possono introdurre
elementi di contrasto; un esempio è rappresentato
dall’Intesa con la regione Emilia Romagna, che non chiarisce
il nodo di una doppia legislazione (quella nazionale e quella
regionale) di fatto in contrasto fra loro. Si rischia così di
vanificare la pari dignità dei licei e
dell'istruzione/formazione professionale, creando sistemi
diversi fra regione e regione.
- Mancata riorganizzazione del Ministero
Non si è posto mano ad un esame non formale
dell'organizzazione del Ministero per individuare gli snodi
che consentono l’adeguamento del MIUR alle mutate esigenze
della scuola.
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Handicap,
la parità tradita
Iniziativa
legale per ottenere dallo Stato i rimborsi per i docenti di
sostegno
Quando la parità rischia di restare solo sulla carta. La
legge 62/2000 pone a carico delle scuole paritarie l'obbligo
della "applicazione delle norme vigenti in materia di
inserimento di studenti con handicap o in condizioni di
svantaggio". Un obbligo condiviso, cui però
dovrebbe corrispondere l'impegno economico dello Stato per
garantire, come nelle scuole statali, il pagamento degli
insegnanti di sostegno.
Purtroppo così non è: le risorse stanziate dallo Stato sono
assolutamente risibili ed insufficienti. Si tratta di una
situazione odiosa, perché danneggia il debole, colui che
viceversa avrebbe bisogno di un "surplus" di sostegno,
i giovani disabili e le loro famiglie che non possono scegliere
senza condizionamenti economici il percorso educativo ritenuto
per loro più consono.
Un fatto è certo: nonostante i problemi e le inadempienze
dello Stato, le porte delle scuole paritarie sono più che mai
aperte ai disabili. Lo conferma Raffaele Iosa, dirigente del
MIUR, che presso la Direzione Generale dell’Ufficio Scolastico
Regionale per l'Emilia Romagna si occupa di handicap: "Nella
mia Regione – spiega – ci sono 700 disabili inseriti nelle
scuole paritarie. Questa è una novità positiva che taglia le
gambe a vecchi pregiudizi secondo cui si tratta di scuole per i
ricchi o per chi non ha problemi."
Secondo Iosa per risolvere il problema delle risorse sono
necessari aggiustamenti normativi a livello nazionale; d’altra
parte, occorre strutturarsi per sostenere tecnicamente le scuole
paritarie nei percorsi di "inserimento", perché la
normativa è complessa ed a volte vengono compiuti errori
formali.
Un altro aspetto del problema è il fatto che spesso vengono
riconosciuti come disabili ragazzi problematici, riconducibili
all'area del disagio sociale, aumentando così i casi a cui
dover dare risposta. È un problema reale, tanto è vero che al
Ministero è allo studio un decreto per ridefinire i criteri per
certificare la disabilità.
L’Agesc, nell’"Anno internazionale dei
Disabili" che si sta concludendo, ha promosso un’azione
di sensibilizzazione e sostegno alle scuole paritarie e alle
famiglie, con il supporto degli avvocati Alessandro Bigoni e
Paoloalberto Polizzi che hanno offerto la propria disponibilità
a sostenere, se necessario, anche percorsi in sede giudiziaria.
Per le scuole e le famiglie che hanno aderito all’iniziativa
sono state predisposte richieste di rimborso degli oneri
sostenuti per gli insegnanti di sostegno. I riscontri non sono
stati adeguati. Da qui il proposito di procedere con diffide al
Ministero dell’Istruzione, a livello nazionale, e agli Uffici
Scolastici Regionali.
Conforta in tal senso una recente sentenza del Tribunale di
Roma, II Sezione Civile, Ordinanza 17/12/2002, che ha
riconosciuto l’obbligo di una scuola paritaria ad accogliere
una bambina portatrice di handicap e l’obbligo del Ministero e
conseguentemente del Centro Servizi Amministrativi provinciale
di assumersi l’onere economico dell’insegnante di sostegno,
rispettando così il diritto della persona portatrice di
handicap all’educazione, all’integrazione sociale e alla
partecipazione alla vita della comunità.
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Puglia,
l'AGeSC cresce
L’Agesc è presente in Puglia fin dagli inizi della sua
storia e da sempre costituisce una realtà associativamente
"solida". Tuttavia, in questi ultimi anni si sono
perse significative realtà di Istituto, in conseguenza della
chiusura di diverse scuole, per le insormontabili e notorie
gravi difficoltà economiche; è un campanello d'allarme che
dovrebbe fare riflettere, ma che non pare ancora avere destato i
necessari anticorpi nella società civile. Il presidente
regionale Andrea Messinese, in carica dal maggio scorso, ed il
comitato regionale sono comunque impegnati a fare rinascere l'Agesc
a Foggia, dove da alcuni anni l’associazione è assente, e ad
incrementare la presenza associativa nella regione. "Le
difficoltà – spiega il professor Messinese – a volte
vengono da alcuni gestori di scuole cattoliche portati a
considerare l'associazione come corpo estraneo, come se la
presenza dei genitori fosse finalizzata ad un controllo sulle
scuole o ad una ingerenza nella loro autonomia. E’ esattamente
il contrario: l’Agesc è risorsa e sostegno per la scuola
cattolica; da maggio stiamo battendo tutta la Regione per
spiegarlo".
Messinese a questo proposito cita l'esempio di un liceo
psicopedagogico di Barletta, dove l'Agesc è molto diffusa e
dove, grazie anche al suo contributo, ogni anno vengono
organizzati corsi di formazione per docenti e genitori ai quali
partecipano anche insegnanti e famiglie della scuola statale.
"Con questa iniziativa – commenta – creiamo simpatia e
interesse intorno alla scuola cattolica. Un'azione che quindi
produce un riverbero positivo. Occorre dunque – sottolinea con
forza – creare un circolo virtuoso fra i Vescovi, i gestori
delle scuole e la nostra associazione, per sostenere al meglio
la scuola cattolica".
A livello regionale intensi sono i rapporti con la Fidae, con
la quale spesso si assumono iniziative comuni, con l'Ufficio
Scolastico regionale, con il Forum regionale delle associazioni
dei genitori e l'assessorato alla scuola della Regione Puglia. A
livello politico, in questi mesi il livello regionale della
associazione è particolarmente impegnato a seguire l'iter di
una proposta di legge sul "buono scuola" presentata
dal gruppo della Margherita (che è all'opposizione), molto
simile a quella in vigore in Lombardia. Messinese è perentorio:
"Auspichiamo che entro gennaio la legge sia approvata. Non
si capisce infatti il motivo per cui le famiglie della nostra
Regione, in tema di libertà di scelta educativa, debbano
permanere in una situazione di svantaggio rispetto a quelle
della regione Lombardia".
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Una
nuova impostazione delle discipline
Come
educare alla vita sociale
La riforma della scuola ha introdotto l’Educazione
alla Convivenza Civile. Che cosa é? Non si tratta di una
"disciplina in più" che si aggiunge a quelle che ci
sono già, né le sue dimensioni, e cioè l’educazione
stradale, ambientale, alimentare, alla cittadinanza, alla
salute, dell’affettività sono ‘altre sei materie’, né
si pensa a un insegnante a cui debba essere affidata. Piuttosto,
essa è compito di tutti i docenti in senso interdisciplinare,
ma anche, e soprattutto, transdisciplinare: riguarda la vita, il
modo di essere e di agire di ciascuna persona ed esprime un
percorso formativo che unitariamente coagula tutte le attività
didattiche della scuola.
Se l’insegnamento delle discipline è
impostato secondo una strategia di integrazione ed esse non sono
ridotte ad artificiosi repertori, se il sapere è inteso
nella sua unitarietà e interezza, ogni conoscenza e ogni abilità
si caricano di significati e qualunque competenza non riguarda
solo il sapere e il fare, ma anche l’essere di
ciascuno. Allora, le discipline diventano strumenti che danno
personale senso all’esperienza unitaria di ogni studente, sono
Educazione alla Convivenza civile, così come questa è
‘educazione’ integrale di ciascuno. Così ogni obiettivo
specifico di apprendimento di italiano, matematica, religione,
storia, geografia, inglese, ecc. presente nelle Indicazioni
nazionali rimanderà sempre agli obiettivi specifici di
apprendimento di Educazione alla Convivenza civile e
viceversa, in un continuo processo ricorsivo, per ciascuno
dotato di significato e nella prospettiva di una modifica
comportamentale e valoriale. Come a dire che l’esito
dell’apprendimento di ogni conoscenza e abilità ricavata
dalle ‘scienze’ è e deve essere la saggezza del vivere e
dell’agire bene, sempre.
Aspetto, questo, di particolare rilievo in
una società in cui il semplice insegnamento delle discipline
non basta più, come poteva bastare quando la famiglia
esplicitava a pieno il suo ruolo educativo, mentre la scuola
completava la formazione etica e civile dei ragazzi e dei
giovani. Oggi non è più così e le discipline devono essere
insegnate in un contesto che valorizzi le dimensioni etiche
della conoscenza e, quindi, anche quelle civili.
In questa direzione, l’Educazione alla
Convivenza civile pare dire di più della Educazione
Civica sulla necessità di insegnare agli studenti ad andare
oltre il buon comportamento da assumere nello spazio
civile pubblico e sull’impegno di cui devono farsi carico nel
praticare il buon comportamento privato per il bene
comune. Infatti, il presupposto è che fare bene a se stessi è
anche far bene agli altri, e viceversa, così come non è
possibile separare il bene individuale da quello pubblico, la
morale dall’etica, e viceversa.
Se, poi, pensiamo alla società
multiculturale in cui viviamo, l’Educazione alla Convivenza
civile sembra integrare anche l’Educazione alla
Cittadinanza. Infatti, occorre convivere civilmente non solo
con chi esercita la cittadinanza, ma anche con chi non ne gode e
con chi può non trovarsi nelle condizioni di esercitare i
diritti umani fondamentali.
Gregoria Cannarozzo
Università di Bergamo
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