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Tecnologia e bambini: una direttiva Ue per fissare dei paletti

Intelligenza artificiale, dispositivi smart, case iperconnesse e privacy sempre più a rischio, soprattutto per i bambini. La salvaguardia e la gestione responsabile dei dati digitalizzati è un tema su cui si discute ormai da un po’ di tempo a livello nazionale ed europeo e che ha trovato una prima risposta con l’arrivo del Gdpr, la nuova normativa Ue sulla privacy. Un primo passo, certo, ma la legge oggi non è ancora in grado di dare risposta a molti quesiti ancora aperti. A partire dalla protezione dei dati dei minori in rete e dal sottile confine fra dati personali e informazioni raccolte dai dispositivi smart in contesti più complessi, come per esempio l’ecosistema domestico.

È la tesi di 'Home life data and children’s privacy', uno studio portato avanti dalla ricercatrice Veronica Barassi, del Dipartimento di Media, Comunicazione e studi culturali della Goldsmiths University di Londra. Il report si inserisce in un percorso virtuoso di tutela dei dati dei minori su cui il Regno Unito si sta muovendo da qualche tempo, ed è la risposta a una posizione dell’Ico, il garante della privacy britannico, che chiede sulla base del Gdpr che i prodotti progettati per i bambini rispondano a un codice unico di design che possa dare maggiore garanzia sul fronte dei dati raccolti.

«Un ottimo punto di partenza, ma non basta: oggi il rischio più grande per i minori, in termini di privacy, è l’avere facilmente accesso a un serie di tecnologie che non sono state originariamente progettate e concepite per loro e sulle quali tutte le norme specifiche sulla tutela e gestione dei dati dei minori non possono essere applicate», spiega Barassi. La connettività diffusa ha portato con sé un nuovo ecosistema e un nuovo modello di business che ha nella raccolta, l’archiviazione e la vendita di dati il suo elemento chiave. «Spesso purtroppo non c’è chiarezza sulla fine che faranno i nostri dati personali », sottolinea la ricercatrice italiana. Il report è parte del più ampio progetto di ricerca 'Child, Data, Citizenship', che analizza con estrema attenzione la connessione fra tecnologia e infanzia e sostiene come quest’ultima sia stata profondamente toccata dall’economia dei dati, dove anche i minori possono essere identificati digitalmente, loro malgrado. La vita quotidiana dei bambini è infatti costantemente registrata, archiviata e condivisa con modalità che prima sarebbero state impensabili. I sistemi di intelligenza artificiale e gli assistenti virtuali, i dispositivi pensati per l’intrattenimento come le smart tv, gli elettrodomestici connessi, ma anche la tecnologia per la sicurezza o i nuovi contatori intelligenti per l’energia sono le tecnologie che lo studio definisce 'home hub' e che durante il loro utilizzo domestico raccolgono dati che non sono solo individuali. Spesso si tratta infatti di dati familiari altamente contestualizzati dove i profili e le identità degli adulti si mescolano a quelle dei bambini.

Il report sottolinea quindi la necessità di portare avanti una riflessione a livello europeo su questo tema, nella speranza che una maggiore tutela dei minori in questo senso possa essere inserita anche all’interno della nuova normativa Gdpr. Oggi infatti la maggior parte della responsabilità nella protezione dei minori è lasciata ai genitori che faticano a districarsi fra i cavilli delle specifiche sulla privacy, mentre non c’è ancora nessuna consapevolezza da parte del legislatore della complessità dei dati che provengono dagli ambienti domestici. «Anche perché finora l’attenzione si è concentrata solo sui dati personali e non sugli ambienti domestici connessi», dice Barassi, sottolineando la necessità di nuove misure a tutela dei minori. A partire proprio da quel codice di design spinto dal garante britannico e oggi già applicabile ai dispositivi concepiti per bambini e che potrebbe invece diventare un modello virtuoso per tutte le tecnologie di automazione domestica. «Bisognerebbe smettere di fare soldi sui dati dei bambini: sarebbe sufficiente che ogni qualvolta i dati captati da un dispositivo smart includono quelli di minori, questi non vengano venduti a terze parti e le norme relative alla privacy non li considerino come dati concessi volontariamente », conclude la ricercatrice.

Avvenire del 30 settembre 2018