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Baby gang, una deriva che interroga la responsabilità della scuola e della famiglia

UN FENOMENO CHE PREOCCUPA TANTI GENITORI

In questi mesi si è parlato tanto di baby gang e di scorribande. Da Parigi, alle grandi città metropolitane fino alle piccole di provincia. I dati sono impietosi: circa 50mila atti vandalici, miliardi di danni, reati che includono estorsioni, lesioni, violenza privata, rissa, rapina, ingiurie. In molte città si sono tenuti incontri per l’ordine e la sicurezza pubblica in cui l’Agesc era sempre presente. La privazione della scuola in presenza, il rinchiuderli tra quattro mura guidati spesso dai social, la privazione del contatto diretto, del classico abbraccio, dello sport, dell’oratorio ha provocato uno sconquasso nella loro crescita. Parlando con un ragazzino ci ha raccontato che il fenomeno c’è sempre stato, ma adesso, forse come reazione di sfogo di fronte alle restrizioni Covid, è aumentato. Ma come inizia il tutto? «A volte può partire da uno sguardo cattivo mentre si è in compagnia, o dallo sguardo alla ragazza di un altro - ci racconta -. Parecchie volte nasce dai social, da qualche insulto. Chi lo subisce dà appuntamento per il “duello”. Mai solitario: è fondamentale che ci sia sempre un pubblico di coetanei a vedere e incitare, altrimenti non conta nulla. Tifano per uno o per l’altro, e riprendono col telefono in modo che poi si possa fare un bel post, e guadagnarsi altri “ammiratori”. O al contrario, se si perde, nutrire voglia di rivalsa. A questa età, 14-16 anni, si pensa che i followers siano la vita». «Li ho divisi - continua il giovane -. Non si sono picchiati, ma il pubblico ci è rimasto male. La logica è un po’ questa: quella della prova di forza, quella del re della foresta».

Secondo lo psichiatra Maurizio Colombo «il fenomeno della baby gang, oramai capillarmente diffuso, obbliga ad una riflessione approfondita vista quella che è la sua oramai imponente ricaduta sociale. Varie sono le teorie formulate per tentare di spiegare questa perniciosa deriva: alcune si soffermano maggiormente sui fattori sociali, chiamando in causa la vita familiare e il disagio ambientale. Altre si indirizzano verso gli aspetti culturali come la perdita dei valori, le manchevolezze della pubblica istruzione, l’influsso destabilizzante di una società troppo permissiva. Probabilmente l’origine della devianza è multifattoriale: la mancanza di un adeguato sostegno socio educativo, una carenza affettiva, lo sconcerto causato, in un’età di per sé problematica, da una società che non trasmette certezze e che, al contrario, tende a minare i valori etici tradizionali sostituendoli con una visione nichilista della vita che la favoriscono. Così come la percezione di non essere in grado di raggiungere certi risultati, vissuti come imposti da una cultura estremamente competitiva, originano incertezze e frustrazione nell'adolescente, frustrazione che sfocia quasi invariabilmente nell'aggressività. Ecco quindi questi ragazzi più problematici tenderanno a non identificarsi in gruppi ben in sintonia con la società, ben adattati e in linea con i valori portanti del sistema ma verranno attratti da “contenitori” che, con le loro azioni, intendano gettare un guanto di sfida alla società, dimostrando e addirittura ostentando rifiuto e disprezzo per le norme che regolano il vivere civile. Questi gruppi, prevalentemente maschili, si caratterizzano per la prevalenza di fattori quali la forza, il coraggio, l’indipendenza e la violenza a scapito della morale e della ragionevolezza. Accentuando sempre di più il distacco e l’incomunicabilità con il tessuto sociale circostante. La strategia da adottarsi deve agire su due piani: quello della persuasione e quello della deterrenza. È di certo auspicabile che si intervenga prima che il ragazzo sia attratto dall'idea di entrare in una gang, convincendolo che la distinzione tra bene e male, la nobiltà del comportarsi civilmente, l’importanza di mantenere una intatta integrità morale appaiano come principi irrinunciabili. Ma è altrettanto decisivo che la società facendo seguire i fatti ai proclami, invii un messaggio deciso e coerente e che cioè la giovane età non può essere una valida scusante atta a giustificare simili malefatte. Che la tolleranza, in certi casi, è contraria all'interesse del ragazzo e che un principio cardine è quello secondo il quale se violi la legge, devi tassativamente pagare un prezzo proporzionato alla gravità del reato commesso. Siamo stati tutti ragazzini, tutti abbiamo avuto il problema di gestire le emozioni. Ma bisogna fare anche uno sforzo per non sentirsi sempre al centro del mondo. Perché nella vita vera non possiamo essere tutti al centro del mondo. E cercare scorciatoie per la “gloria” può costare molto caro».
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Fonte:Avvenire