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Un’umanità tra virus e guerra, ma sempre alla ricerca di speranza

Dopo quella in lockdown, anche l’ormai imminente celebrazione del Risorto cade in un momento storico «faticoso» ma fecondo

«Un’altra Pasqua faticosa». Un anno fa titolavamo così l’articolo pubblicato sulle pagine di Avvenire il Venerdì Santo. Un anno dopo sembra di essere ancora fermi a quel «faticosa». Era il 2 aprile e dopo una Pasqua vissuta in lockdown, chiusi in casa, quella del 2020, ne vivevamo un’altra ancora con il peso e il dramma della pandemia che ci costringeva a fare i conti con nuove limitazioni, chiusure, giornate passate in casa. Le vaccinazioni erano agli inizi ma la fatica di tanta incertezza e provvisorietà si faceva ancora sentire. Oggi, ad un anno di distanza, la pandemia fa meno paura ma la fragilità umana si fa sentire più forte in tutta la drammaticità di una guerra che bussa alle porte delle nostre coscienze. In una situazione ancora più complessa e per certi versi disorientante, la Pasqua viene ad interrogarci ancora con quella immagine di Gesù nella buia notte nel Getzsemani.

C’è un’immagine che ci sembra caratterizzi questa Pasqua ed è quella della porta aperta; è la porta che tante famiglie hanno spalancato a donne, madri, ragazzi che non hanno più casa, affetti, certezze. L’accoglienza, la solidarietà, sono gesti concreti che abbiamo toccato con mano in queste settimane ed abbiamo incrociato nelle nostre scuole, tra le famiglie dei ragazzi che le frequentano, nei responsabili degli istituti che hanno rinnovato l’impegno del carisma di carità di tanti fondatori. Se la Pasqua è il gesto più alto d’amore e la porta che apre a una vita “rinnovata”, nuova, la Speranza cristiana è l’atteggiamento che deve pervadere la quotidianità di questi tempi in cui non è facile intravedere la luce nel buio che sembra avvolgerci.

«La guerra ha portato in classe tante domande e tanti dibattiti – ci ha detto un professore e genitore della nostra associazione –. Domande che si sono aggiunte a quelle dei mesi scorsi sul senso del vivere e del morire, con le immagini tragiche che arrivano dall’Ucraina che hanno fatto da contraltare a quelle dei morti da Covid che ancora portiamo negli occhi». I nostri ragazzi hanno oggi più che mai bisogno di capire, bisogno di risposte ma soprattutto di adulti che sappiano, con loro, tracciare vie possibili di Speranza dentro la fragilità umana.

Non è certamente facile riuscirci nell’atrocità e nella follia della guerra in corso, ma è indispensabile provarci così come stanno facendo tanti professori nelle scuole paritarie puntando sui valori dell’accoglienza, della solidarietà e dell’inclusione perché i nostri figli crescano nell’idea che l’apertura all’altro è il fondamento della relazione cristiana.

Come genitori Agesc siamo convinti che è sui banchi di scuola che nasce la pace, da quello che insegniamo ai nostri figli che saranno i costruttori del mondo che verrà, un mondo che tutti ci auguriamo migliore. Centralità della persona, ascolto delle giovani generazioni, coinvolgimento e responsabilizzazione della famiglia, accoglienza, sono indispensabili tasselli di un impegno che ci deve vedere tutti coinvolti nel prenderci cura della casa comune e di chi l’abita. Ma soprattutto teniamo molto a creare la convinzione che questa generosità, queste forme di accoglienza non vadano esibiti come un merito, ma debbano essere vissuti con semplicità e naturalezza nel modo di porsi nei confronti del prossimo. Ancora una volta ci soccorre la grandezza spirituale di Alessandro Manzoni che nella “Pentecoste” ci invita al dono silente e riservato: «...cui fu donato in copia, doni con volto amico, con quel tacer pudico che accetto il don ti fa».

Alla domanda del Maestro: «Chi è il mio prossimo?», vorremmo allora che gli uomini di domani potessero rispondere colui al quale io posso donare.

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Fonte:Avvenire