OLTRE LA MEMORIA, IL CANTIERE: EDUCARE ALLA PACE E ALLA SPERANZA
Alla vigilia della Festa della Liberazione, una riflessione sulla virtù rivoluzionaria della “mitezza”, come stile di comportamento
Il 24 aprile non è mai una data banale per chi vive la scuola e la famiglia come i cardini della società civile. Ci troviamo sulla soglia di una ricorrenza che definisce il nostro essere nazione, la Festa della Liberazione e lo facciamo in un tempo, la primavera del 2026, che ci sfida a dare un significato nuovo, meno celebrativo e più generativo, alla parola “Libertà”. Per l’Agesc (Associazione Genitori Scuole Cattoliche), questa vigilia non è solo un esercizio di memoria storica, ma un invito a riflettere su quale tipo di cittadini stiamo aiutando a crescere. Se la libertà è stata conquistata ottant’anni fa, la sua tenuta democratica si decide oggi, tra i banchi di scuola e nei salotti delle nostre case, attraverso l’unico strumento capace di disarmare la violenza: l’educazione.
In un’epoca segnata da una comunicazione pubblica spesso urlata, dove il conflitto viene esasperato da algoritmi che premiano la polarizzazione, educare alla pace può sembrare un esercizio utopistico o, peggio, ingenuo. È qui che ci viene in aiuto una lezione magistrale di Norberto Bobbio. Nel suo celebre saggio “Elogio della mitezza”, il filosofo torinese ci ricorda che la mitezza non è passività, né debolezza. Al contrario, è la virtù «più sociale » che esista, perché consiste nel rifiuto di esercitare la violenza sul prossimo, pur avendo le ragioni o la forza per farlo.
Bobbio definisce il mite come colui che «lascia l’altro essere quello che è». Per noi genitori e per la scuola paritaria, questo insegnamento diventa un programma pedagogico rivoluzionario. Educare alla pace significa oggi educare alla mitezza: insegnare ai nostri figli che l’altro non è un ostacolo al proprio successo, ma un limite fecondo. La pace non è dunque un’assenza di guerra, ma una “competenza” relazionale. Si impara a fare la pace quando si impara a discutere senza distruggere l’interlocutore, quando si accetta una sconfitta sportiva o un brutto voto senza cercare un capro espiatorio, quando si abita lo spazio digitale con rispetto e senso del limite.
Tuttavia, la pace senza speranza rischia di diventare rassegnazione. Come genitori, sentiamo forte la responsabilità di contrastare quel “disincanto” che sembra aver colpito le giovani generazioni, schiacciate tra incertezze globali e un futuro che appare più come una minaccia che come un’opportunità. L’educazione alla speranza è oggi una vera e propria “scelta politica” nel senso più alto del termine: significa scommettere sul fatto che il mondo non sia un desti-no già scritto, ma un progetto da costruire insieme. La scuola cattolica, in questo scenario, non è un’isola felice separata dal mondo, ma un laboratorio di futuro. La speranza cristiana che ci anima non è un vago ottimismo di facciata, ma la certezza che ogni bambino e ogni ragazzo porti in sé una scintilla di bene che attende solo di essere riconosciuta e alimentata. Educare alla speranza significa dare ai giovani il diritto di sognare in grande, fornendo loro però i mattoni per trasformare quei sogni in fondamenta: la cultura, il senso critico, la solidità morale.
Questa missione non può essere portata avanti in solitaria. La forza dell’Agesc risiede proprio nella convinzione che a famiglia e la scuola debbano riscoprire un’alleanza profonda, un “Patto educativo” che vada oltre la mera burocrazia degli organi collegiali. Se il genitore e il docente si guardano con sospetto, il ragazzo respira insicurezza e smarrisce la rotta. Se invece tra scuola e famiglia circola un linguaggio di stima reciproca e di condivisione di valori, si crea quel perimetro di fiducia che è la precondizione per ogni autentica pace.
In questo cantiere aperto, la libertà di scelta educativa non è un privilegio di pochi, ma una condizione di salute per l’intera democrazia. Una società che offre pluralità di percorsi educativi è una società più libera, più mite e, in ultima analisi, più pacifica, perché riconosce alla famiglia il ruolo primario che la Costituzione le assegna.
Mentre ci prepariamo a celebrare la Liberazione, il nostro impegno come padri e madri è quello di essere “testimoni di domani”. Non possiamo pretendere che i nostri figli siano costruttori di pace, se noi per primi viviamo nel risentimento o nella paura del diverso. La sfida che lanciamo dalle colonne di Avvenire è quella di tornare a guardare alla scuola come al luogo dove si vince la guerra contro l’indifferenza.
Educare è sempre un atto di speranza, un investimento a fondo perduto che produce frutti nel tempo lungo delle generazioni. Se sapremo trasmettere ai nostri ragazzi quella “mitezza” di cui scriveva Bobbio, unita alla forza di chi non si arrende all’ingiustizia, avremo reso il miglior servizio possibile alla nostra memoria storica e al nostro futuro comune. La vera liberazione inizia ogni mattina, quando un genitore e un insegnante si stringono la mano, idealmente o realmente, pronti a camminare insieme per il bene di un figlio.
Elsa Ganassini
Segretario nazionale
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Fonte: Avvenire