SCUOLA E FAMIGLIA: ECCO LA SFIDA DELLA COLLABORAZIONE EDUCATIVA

L’approvazione del Ddl sul consenso informato apre nuovi scenari di lavoro (in classe e a casa) per la crescita umana degli studenti
SCUOLA E FAMIGLIA: ECCO LA SFIDA DELLA COLLABORAZIONE EDUCATIVA

Dopo anni in cui alla scuola si è preteso di affidare ogni forma di educazione possibile - civica, ambientale, affettiva, sessuale, stradale - il Ddl sul consenso informato, giunge come un tentativo di mettere ordine nell’ambito delle attività extracurriculari. Il testo approvato alla Camera il 3 dicembre scorso prevede che «la partecipazione alle attività extracurricolari eventualmente previste dal Piano triennale dell’offerta formativa (Ptof), che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità, richiede il consenso informato preventivo, in forma scritta, dei genitori o degli studenti, se maggiorenni, acquisito previa messa a disposizione, per opportuna visione, del materiale didattico che si intende utilizzare per le attività medesime».
Con la richiesta di consenso, almeno sette giorni prima dello svolgimento delle attività, la scuola rende note ai genitori e agli studenti le finalità, gli obiettivi educativi e formativi, i contenuti, gli argomenti, i temi e le modalità di svolgimento delle attività, oltre che l’eventuale presenza di esperti esterni o di rappresentanti di enti o di associazioni a vario titolo coinvolti. Apparentemente una norma che si limita a riconoscere quanto previsto dall’articolo 30 della Costituzione ovvero il ruolo primario dei genitori, espresso come diritto-dovere, nell’educazione della prole. Eppure, non sono mancate anche in questo caso le polemiche prima e dopo l’approvazione del disegno di legge.

È fondamentale che la società civile possa discutere della scuola in modo non ideologico. L’obiettivo dovrebbe essere, infatti, quello di costruire una scuola che sia davvero libera, non solo nei programmi, ma anche nel suo rapporto con le famiglie, favorendo la collaborazione e non la divisione. Dobbiamo educarci alla libertà per creare una scuola davvero libera.

Il rischio che il Ddl possa alimentare un conflitto tra le istituzioni scolastiche e le famiglie, piuttosto che stimolare una cooperazione costruttiva, è reale. La legge fa riferimento alle attività extracurriculari già previste nel Ptof, un piano al quale i genitori partecipano talvolta in modo formale, approvando il documento in Consiglio di istituto. Forse, però, ciò non è sufficiente. Se gli organi collegiali fossero, infatti, più funzionali, non sarebbe necessario chiedere il consenso ogni volta su attività già incluse nel piano formativo. Questo suggerisce, molto probabilmente, che ci sia una certa sfiducia nella capacità delle scuole di coinvolgere effettivamente i genitori e renderli parte attiva nella programmazione educativa. A monte, il proliferare di progetti educativi extracurriculari, presentati come risposta a richieste esplicite delle famiglie e degli studenti, testimonia un clima di scetticismo nelle capacità della famiglia di assolvere primariamente all’educazione valoriale e morale della persona. Eppure, non c’è riforma possibile della scuola che non contempli l’alleanza con i genitori nel reciproco riconoscimento delle specifiche competenze e prerogative: quelle della scuola sulla trasmissione del sapere tecnico-scientifico ovvero sull’istruzione; quelle della famiglia in ambito educativo e valoriale. Solo con una cooperazione autentica tra i due si può sperare di formare in modo completo la persona.

In quest’ottica, porre alla famiglia una scelta binaria - sì o no alla partecipazione alle attività extracurriculari - agevola il dialogo e la cooperazione? Prevedere che la scuola debba organizzare attività alternative per gli studenti che non prendono parte alla formazione sui temi della sessualità non pone sulla scuola ulteriori obblighi, adempimenti, carichi di lavoro? Cosa impedisce, al di là dei pregiudizi e delle strumentalizzazioni politiche, di lavorare tutti insieme, dirigenti e docenti da una parte, genitori e studenti dall’altra, per una un’educazione e una scuola davvero aperte che coinvolgano esponenti della società civile, del territorio, della cultura e finanche della Chiesa e delle altre religioni?

Fare comunità educante non è uno slogan buono per i convegni politico-istituzionali, è un lavoro quotidiano, uno sforzo continuo. Ce lo ha ricordato papa Leone nella preziosa Lettera Apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” scritta nel 60° anniversario della Gravissimum Educationis e consegnata ai fedeli in occasione del Giubileo del mondo educativo [...] «l’alleanza educativa richiede intenzionalità, ascolto e corresponsabilità. Si costruisce con processi, strumenti, verifiche condivise. È fatica e benedizione: quando funziona, suscita fiducia; quando manca, tutto si fa più fragile».

È la mancanza di alleanza a generare sfiducia in un momento in cui scuola e famiglia invece dovrebbero darsi reciproco riconoscimento per consolidare l’autorevolezza nei confronti dei giovani in cerca di guide sicure, di nuove speranze. La scuola cattolica e i genitori che la scelgono, possono svolgere un ruolo fondamentale in questo processo. Come sottolineato dal Pontefice, «la comunità educante è un “noi” dove il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. Questo “noi” impedisce che l’acqua ristagni nella palude del “si è sempre fatto così” e la costringe a scorrere, a nutrire, a irrigare. Il fondamento resta lo stesso: la persona, immagine di Dio (Gen 1,26), capace di verità e relazione».

Ci auguriamo che il Ddl possa davvero stimolare il confronto tra genitori e istituzioni scolastiche, contribuendo a rafforzare il legame tra scuola-famiglia e che non ci si stanchi mai di essere comunità, rivolti all’educazione come missione per l’inveramento della persona umana.

Umberto Palaia
Presidente nazionale

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Fonte: Avvenire