SCUOLA E FAMIGLIA, LA SFIDA DI EDUCARE INSIEME I GIOVANI
Non due realtà contrapposte, ma corresponsabili, pur mantenendo ciascuna le proprie caratteristiche e peculiarità
La scuola è cominciata e con essa si ricomincia a parlare di programmi, risultati, valutazioni, competenze, innovazione, nuove tecnologie. Discutiamo di ciò che gli insegnanti devono fare e di ciò che la scuola dovrebbe offrire. E, naturalmente, ci interroghiamo spesso anche su ciò che i genitori dovrebbero fare.
Forse, però, bisognerebbe prima chiedersi che posto hanno oggi i genitori nella scuola dei loro figli e figlie. Sembra una domanda scontata, ma non lo è.
Il rapporto tra famiglia e scuola si muove sempre più spesso tra due estremi opposti. Da una parte c’è il genitore che vorrebbe intervenire su tutto, fino a trasformare ogni difficoltà del figlio in una questione personale da risolvere con l’insegnante. Dall’altra c’è il rischio di pensare alla scuola come al luogo al quale affidare ogni bisogno educativo dei propri figli e figlie.
In mezzo rischia di scomparire una parola importante: la corresponsabilità.
Essere corresponsabili non significa fare tutti la stessa cosa. Significa riconoscere che l’educazione di un bambino riguarda persone e istituzioni diverse, ciascuna con un ruolo specifico. La famiglia non è la scuola e la scuola non è la famiglia. Ma entrambe sono chiamate a prendersi cura della crescita di quella persona in un equilibrio delicato.
Un genitore non può delegare alla scuola il compito di educare il proprio figlio e, al contempo, la scuola non può pensare di educare pienamente senza riconoscere il ruolo della famiglia. Soprattutto nessuno dei due può pretendere di avere da solo lo sguardo completo sul bambino. Un insegnante vede aspetti che il genitore non vede. Osserva gli alunni mentre stanno con i coetanei, affrontano un compito, vivono una difficoltà, si misurano con le regole. Il genitore, a sua volta, conosce il proprio figlio o figlia nella sua quotidianità, nelle relazioni familiari, nelle paure e nelle conquiste che spesso non arrivano dentro un’aula. Sono due prospettive diverse e, proprio perché sono diverse, possono diventare una ricchezza, purché ci sia dialogo. Non “dialogo” inteso come semplice scambio di informazioni in merito alla nota sul registro, alla riunione, alla gita, ecc., ma come disponibilità ad ascoltare l’altro anche quando ciò che dice non coincide con ciò che vorremmo sentirci dire. La vera alleanza educativa comincia lì. Eppure proprio la partecipazione dei genitori alla vita scolastica sembra diventare sempre più fragile. Si fatica sempre di più a trovare i rappresentanti di classe, i comitati fanno fatica a rinnovarsi, agli incontri organizzati dalla scuola partecipano sempre le stesse persone, e così via. Spesso non è disinteresse. È stanchezza, mancanza di tempo, difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, ma qualche volta è anche la conseguenza di un’idea di scuola nella quale il genitore viene considerato soprattutto quando c’è un problema da affrontare.
Ma può una scuola essere davvero una comunità senza la partecipazione delle famiglie?
Ovviamente, non si tratta di chiedere ai genitori di diventare esperti di didattica o di intervenire sulle competenze professionali degli insegnanti. E non si tratta nemmeno di chiedere alla scuola di assecondare ogni richiesta delle famiglie. Si tratta di qualcosa di più semplice e più impegnativo, ossia il sentirsi parte di una comunità che educa insieme. Questo significa poter contribuire alla vita della scuola, proporre, ascoltare, collaborare, costruire occasioni di incontro. Significa anche accettare che una comunità non può essere costruita soltanto quando tutto funziona. Si costruisce soprattutto quando emergono le difficoltà e si sceglie di affrontarle insieme, provando a comprendere ciò che è accaduto prima ancora di stabilire di chi sia la responsabilità.
Per questo i genitori non hanno bisogno di essere “coinvolti” soltanto nelle attività della scuola, ma di essere riconosciuti come soggetti della comunità educativa. Una differenza tutt’altro che linguistica. “Coinvolgere” significa spesso chiamare qualcuno a partecipare a qualcosa che altri hanno già pensato. “Riconoscere come soggetto della comunità educativa”, invece, significa “costruire insieme”, fin dall’inizio.
Ed è proprio qui che la scuola può diventare qualcosa di più di un luogo nel quale i nostri figli e figlie trascorrono una parte importante della giornata. Può diventare una comunità nella quale adulti diversi si incontrano attorno a una responsabilità comune: accompagnare bambini e ragazzi nella crescita. Non sarà sempre facile. Ci saranno incomprensioni, punti di vista differenti, aspettative che non coincidono. Ma forse dovremmo smettere di considerare il conflitto tra scuola e famiglia come una condizione inevitabile. Un genitore non deve avere sempre ragione. Un insegnante non deve sempre avere ragione. Una scuola non deve sempre avere ragione e una famiglia nemmeno. La cosa importante è che abbiano a cuore la stessa persona.
È da qui che può ripartire una vera comunità educante: non dalla ricerca di chi abbia l’ultima parola, ma dalla disponibilità a condividere una responsabilità. Perché i nostri figli non hanno bisogno di adulti che si contendano il compito di educarli.
Hanno bisogno di adulti che sappiano riconoscersi dalla stessa parte.
Elsa Ganassini
Segretario nazionale
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Fonte: Avvenire